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Banco travolgente: l’Italia ai suoi piedi

di Roberto Sanna
Banco travolgente: l’Italia ai suoi piedi

L’indimenticabile Triplete del gruppo degli immortali

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SASSARI. Non è stato un anno indimenticabile, sarebbe troppo semplice liquidarlo così. È stato qualcosa di travolgente, come il film con Melanie Griffith. È stato quell’anno che nessuno avrebbe mai immaginato di poter vivere in prima persona. La Dinamo ha vinto tutto in Italia entrando di diritto nella storia del basket italiano, una squadra che verrà ricordata negli anni e verrà sempre accompagnata da un rispetto infinito e, con lo scorrere del tempo, anche da un alone di leggenda. Perché quando sollevi tutti i trofei battendo sempre Milano non c’è dubbio, sei stato il più forte quando contava e hai avuto qualcosa in più degli altri. Per questo non bisogna vergognarsi a chiamare quel gruppo quello degli Immortali, chissà quando potremmo rivivere una stagione così vincente e soprattutto particolare. Perché oltre a vincere tutto, la Dinamo edizione 2014/15 ha scelto di farlo a modo suo, giocando il suo basket e soprattutto passando attraverso una stagione complicata dal punto di vista emotivo, affondando in maniera vergognosa nei momenti di transizione e risorgendo di potenza quando non c’era più tempo per litigare o nascondersi, bisognava solo decidere se vincere o morire. E forse a tenere vivo quel gruppo non è stata tanto la voglia di vincere quanto il totale e assoluto rifiuto di perdere le sfide decisive.

La pazienza di Meo. È stato un anno difficile e carico di tensioni. Non è un caso se quasi tutti i grandi protagonisti oggi non sono più a Sassari. Blindato il gruppo italiano e aspettato fino all’ultimo David Logan, gli altri hanno salutato per motivi diversi già in estate: Jeff Brooks, Jerome Dyson, Rakim Sanders, Edgar Sosa, Kenny Kadji, Shane Lawal. E dopo poche settimane della nuova stagione, anche Meo Sacchetti è stato trascinato via dall’onda lunga di quei mesi tempestosi. Un prezzo molto alto da pagare, evidentemente, anche se la pazienza di Meo ha avuto un ruolo decisivo nella gestione di un gruppo composto da giocatori di talento ma complicati. Giocatori che non a caso non sono riusciti a fare il salto di qualità. Eccetto uno, che poi è quello che aveva meno talento ma in compenso più fame di tutti: Shane Lawal, che ha traslocato a Barcellona con un contratto milionario. Tutti gli altri, più o meno, continuano a fare la vita che facevano prima della stagione sassarese.

Una folle corsa. Quello che rimarrà, di questa squadra, è soprattutto la capacità di far arrabbiare e gioire i tifosi. Senza mezzi termini. Mai banali, sembrava il mantra di un gruppo di giocatori che a lungo sono stati etichettati come la Dinamo meno simpatica di sempre. Certo, abituati a “family men” quali i Diener o Bootsy Thornton, i fan hanno faticato ad adattarsi a giocatori che sembravano quasi snobbare gli impegni intermedi e troppo spesso volevano la palla per risolvere tutto da soli. Eppure la partenza era stata la migliore possibile, con la Supercoppa sollevata al PalaSerradimigni nell’ottobre del 2014 e il girone di andata chiuso al secondo posto pur tra alti e bassi. L’uroleague, però, si è rivelata un osso troppo duro da rodere e la Dinamo è andata avanti tra alti e bassi fino alla Final 8 di Coppa Italia. Competizione vinta, anzi rivinta, poi altre incertezze fino ai playoff cominciati dal quinto posto e quindi col fattore campo sempre contrario. Persa gara1 dei quarti a Trento, la Dinamo sembrava spacciata invece ha cambiato faccia. E, come diceva Sacchetti “quando questi qui cambiano faccia io non vorrei giocarci contro”. Spazzata via Trento 3-1, il Banco ha giocato una semifinale epica con l’Armani vinta solo all’overtime di gara7 al Forum. Una semifinale che è costata molte energie fisiche e mentali e la partenza della finalissima con Reggio Emilia è stata ad handicap. Indietro 0-2 e 2-3, la Dinamo ancora è risorta nel momento peggiore vincendo a Sassari una gara epica dopo tre overtime e conquistandosi il diritto a giocarsi lo scudetto in gara7. La data resterà scolpita nella storia, 26 giugno 2015, chissà quando riusciremo a provare un’emozione come quella.

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