Devecchi e la Dinamo «Per me undici anni a... tutto motore»
Il capitano biancoblù al lavoro con il gruppo a Olbia «Gli stimoli? Non dobbiamo mai smettere di avere fame»
SASSARI. Undici anni e non sentirli. Sicuramente non dimostrarli. Lo sguardo e il piglio sono gli stessi anche undici anni dopo. Il corpo è maturato, la tecnica si è affinata, il ragazzo di Graffignana, dismesse le scarpette rosse e proiettato a Sassari dopo l’esperienza vissuta a Montegranaro, è diventato uomo. È diventato capitano Jack Devecchi, che l’accento lombardo non lo ha perso ma nel frattempo ha aggiunto al suo vocabolario alcune inconfondibile espressioni e inflessioni tipicamente sassaresi.
È sassarese Jack, lo ribadisce e lo dice ora con convinzione maggiore rispetto a quella di quando, ben undici anni fa, ben undici campionati di basket fa, scendeva la scaletta di un aereo ritrovandosi immerso nel mondo biancoblù. E nell’Isola. Undici anni fa la prima volta alla Dinamo: «Ragazzi, ogni tanto ho paura di essere banale, ma non c’è nulla di più vero: non sapevo cosa sarebbe accaduto, non sapevo cosa mi sarebbe successo non sapevo se mio sarei trattenuto un anno, due o magari solo un mese a Sassari – dice Devecchi –. Non è stata facile, quella stagione. Ma sentivo che c’era qualcosa di particolare. Forse una scintilla, scoccata all’improvviso. La stessa che mi tiene qui a distanza di così tanto tempo. Ma, soprattutto, felice di essere qui dopo tanto tempo, pronto ad una nuova annata sul parquet, ad un nuovo campionato con la Dinamo, ad un nuovo anno di vita a Sassari e in Sardegna».
Undici anni dopo, con i gradi da capitano ricevuti in dono da Manuel Vanuzzo, meritati e vivi sotto la pelle, Devecchi si presenta alla platea con la nuova Dinamo targata 2016-’17: «Pronti via. Abbiamo lasciato alle spalle una stagione travagliata, quella del post scudetto, dei tanti cambiamenti, delle delusioni e della rabbia. Ora però siamo di nuovo in ballo – spiega l’ormai ex Ministro della Difesa diventato orami capitano del Governo biancoblù –. Inutile guardarsi alle spalle, utile ragionare sugli errori commessi ma senza assillo. Ci sono io, c’è Brian, ci sono Lollo e Rok, filone di continuità con il lontano e recente passato. C’è la società, c’è lo staff, c’è una struttura alle nostre spalle. Federico è ancora in panchina come nel finale della scorsa stagione. Qualcosa è cambiato, ma non dobbiamo mai smettere di avere fame, mai smettere di voler arrivare al punto più alto, anche se apparentemente impossibile da raggiungere».
Parole pesanti, da capitano, che non fiaccano ma anzi incitano il gruppo squadra, e tutto l’universo circostante a celebrare con il giusto spirito l’inizio di una nuova stagione. Dopo una settimana di preparazione la fatica si fa sentire, la sana spossatezza di chi lavora sodo per trovare il prima possibile la migliore condizione possibile: «Stiamo lavorando tutti senza risparmiarci, non ci sono eccezioni. Gli allenamenti sono lunghi, carichi e trasudano pura energia e vero agonismo – dice l’esterno lombardo –. La sensazione è buona, chiaro che il mix va miscelato ancora, che c’è la piena chimica da trovare, che questa prima fase dovrà poi trovare conferme sul campo. Ma siamo giocatori, siamo professionisti e abbiamo fatto della nostra passione il nostro lavoro. L’ho detto e lo ripeto. Testa bassa e pedalare, da ora sino a che sarà necessario».
Nessuno sguardo al passato, se non per sorridere delle cose più belle, e nessun raffronto fra la Dinamo del prossimo presente e quella delle passate stagioni: «C’è qualche grande nome di meno, ma ci sono grandi giocatori. La pancia è meno piena, nel senso che nessuno è appagato e c’è grande fame di vittorie, in generale voglia di fare, di arrivare, di conquistare qualcosa di importante. Forse siamo ancora in grado di coltivare quel sogno che alla Dinamo è stato realizzato. Non ci sono sogni troppo grandi, ma non bisogna mai farsi schiacciare dalla brama di realizzarli. Occorre viverli, tenerli nel cassetto e poi...vedere come va».
Ma dopo undici anni di Dinamo, da giocatore della serie A con la più lunga storia d’amore sportivo per la sua maglia, come si sente Jack Devecchi? «Come diceva quel mio amico lì, quel ragazzino...Manuel Vanuzzo: a tutto motore. Massimo impegno, ma con leggerezza. Divertiamoci e divertiamo il pubblico. La formula è questa».
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