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Travis: per amore, solo per amore

di Roberto Sanna
Travis: per amore, solo per amore

Le ragioni (e i rischi) del ritorno in campo di Diener, il play più amato a Sassari

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SASSARI. Love of the game. Era la celebre clausola che Michael Jordan fece apporre all’interno del suo primo contratto da professionista, prendendosi la libertà di poter giocare fuori dalla stagione Nba qualsiasi partita d’esibizione. E solo l’amore per il gioco, può essere il motivo che ha spinto Travis Diener a ripresentarsi in campo tre anni e mezzo dopo l’addio al basket giocato, avvenuto al termine della gara 6 della semifinale scudetto persa dalla Dinamo contro l’Armani Milano nel 2014.

La sensazione, allora, fu che avesse smesso troppo presto. Anche James White, il giorno della partita di Euroleague Dinamo-Kazan al PalaSerradimigni, confessò di essere rimasto turbato dalla notizia.

Travis Diener ha anche compiuto tutti i passi formali che accompagnano lo status di ex giocatore: ha partecipato alla cerimonia del ritiro della sua maglia biancoblù numero 12, ha giocato una partita con la squadra delle vecchie glorie della Dinamo, ha ricoperto un ruolo tecnico-dirigenziale nell’organizzazione della “sua” Marquette University a Milwuakee. Se però ha deciso di ritornare sul parquet, è perché ha capito che il sacro fuoco ancora arde dentro di lui.

Non può essere stato per una questione di soldi (ne ha fatti tanti nell’Nba), nemmeno per una semplice questione affettiva per Meo Sacchetti e suo cugino Drake (comunque una situazione per lui intrigante). Travis vuole giocare ancora perché si è accorto di aver smesso troppo presto, in una stagione condizionata soprattutto dallo stress emotivo e fisico.

In quella stagione, all’inizio della quale aveva firmato un contratto di quattro anni con la Dinamo, aveva saltato il riposo estivo per fare gli Europei con la nazionale, aveva giocato le coppe europee e in primavera era nata la sua seconda figlia. Eppure in quella stagione la Dinamo ha strappato la Coppa Italia a Milano e Siena e nei playoff è uscita in semifinale contro un’Armani che era stata capace di arrivare fino ai playoff di Euroleague.

Travis, stracciando quel contratto, ha agito da Travis, di pancia, come quando calciava le bottigliette d’acqua in panchina. Si è pentito molto presto, pochi mesi dopo, quando la Dinamo si apprestava a cominciare i playoff. Si parlò di un suo rientro al posto di Sosa, in rotta di collisione con Meo Sacchetti, non se ne fece nulla e a posteriori bisogna riconoscere che è stato meglio così.Poi il ritiro della maglia, la partita con le “Dinamo legends”, le stagioni a Marquette.

Evidentemente tutto questo non lo ha aiutato a sentirsi definitivamente un ex giocatore, non ha placato la sua voglia di parquet.

Ha deciso di tornare a suo rischio e pericolo. Rischierà di rovinare il ricordo che tutti avevano di lui, rischierà di riproporre a Cremona, con Drake e Meo, una versione sbiadita della grande Dinamo d’assalto, rischierà di chiedersi chi gliel’abbia fatto fare.

Rischia (anzi è molto probabile, quasi certo) anche di ritornare da avversario in una città dove è venerato e i tifosi quasi si genuflettono quando pronunciano il suo nome (e non sarà semplice per nessuno). Un giorno smetterà sul serio, cambierà mestiere e diventerà allenatore, sarebbe bello vederlo gestire un altro Travis che prende a calci le bottigliette d’acqua a ogni cambio.

Prima, però, vuole placare quel demone che ancora si agita dentro di lui: l’amore per il gioco, love of the game.



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