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Stessa pista, stessa strada: ecco l’erede di Fabris

Stessa pista, stessa strada: ecco l’erede di Fabris

Il piccolo capolavoro di Nicola Tumolero. «Ho cominciato a pattinare dopo i due ori di Enrico a Torino»

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PYEONGCHANG. Quando Enrico Fabris sfrecciava due volte d'oro sulla pista di Torino, lui aveva dodici anni e faceva le scuole medie. Pattinava da quando ne aveva meno di quattro e a quel punto la passione è diventata amore: l'erede dell'olimpionico del 2006 del pattinaggio di velocità si chiama Nicola Tumolero, ha già vinto un oro europeo, è diplomato in ragioneria e alla sua prima Olimpiade ha messo i pattini da esordiente dritti sul podio. Un bronzo inaspettato, dice lui, quello conquistato nei 10000 metri e arrivato dopo l'ottavo e deludente posto nei 5000, la gara che a Kolomna in Russia lo aveva portato sul gradino più alto del podio continentale. E invece nell'ovale ghiacciato di Gangneung, il 23enne poliziotto ha ricalcato i solchi del suo idolo, quel Fabris che ora è diventato il suo allenatore.

Vite speculari, stesso paese d'origine (Roana, vicino Asiago), l'ingresso nelle Fiamme Oro e una stagione, quella olimpica, del boom. Era successo così a Fabris, un oro europeo e poi un bronzo in apertura ai Giochi di Torino (nei 5000) e poi la doppietta dorata su 1500 e nell'inseguimento a squadre. «Stavo facendo delle gare anche io – racconta l'azzurro – ho visto Enrico ai Giochi vincere e lì è nata la mia grande motivazione. È del mio paese ed è diventato il mio punto di riferimento. Dal suo percorso non posso che essere incoraggiato, e viene voglia di proseguire così proprio sulla sua scia». All'esordio a Salt Lake City Fabris non aveva fatto così. Ma il suo erede resta con i pattini a terra: «Io ero già contento solo di esserci a queste Olimpiadi – racconta – questo terzo posto è davvero inaspettato«. Certo a gennaio quell'oro europeo un po’ di benzina in più, e di aspettative, le aveva buttate dentro. «Dopo i 5000 che non sono andati benissimo ho scaricato la tensione, ho cercato di partire calmo per evitare di scoppiare – dice l'azzurro – anche se a meno cinque avevo paura».

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