«Prevenzione ok ma qualche rischio è sempre in agguato»
Il dottor Mura, dello staff medico rossoblù, piange un amico Nel nostro paese gli sportivi sono super controllati, però...
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CAGLIARI. «Ho conosciuto Davide e nel tempo siamo rimasti buoni amici. La tragedia è incommensurabile». Bob Mura, medico sportivo con esperienze all'estero e attualmente nello staff sanitario guidato da Marco Scorcu al Cagliari, è stravolto. La notizia della scomparsa dell'ex difensore rossoblù ha lasciato tutti basiti. «Sono stravolto». Poi, l'analisi specialistica. «Partiamo da una premessa obbligata: il modello italiano di prevenzione e attenzione allo sport professionistico è il numero uno al mondo. E a dirlo sono proprio i medici e i centri stranieri. Anzi, i colleghi anglosassoni ci rinfacciano anche una certa pedanteria. So come vengono fatte le visite in Italia, i nostri vanno a Villa Stuart o a Milano, come nel caso di Van der Wiel. Su Davide ora come ora si possono ipotizzare varie dinamiche. Ma non è detto che si tratti di una morte cardiaca. Dal difetto genetico intercorrente all'infiammazione da influenza di recente insorgenza, fino all'emorragia cerebrale, la dissecazione aortica. Fattori che purtroppo non si possono prevedere neanche con gli screening di questi atleti che sono talmente a maglie strette che è veramente difficile sfugga qualcosa».
Il dottor Mura fa un passo indietro. «Nel caso di Morosini si sapeva che aveva avuto episodi in famiglia. Ripeto, per quanto sia accurato lo scandaglio clinico, con la prova da sforzo massimale, con elettrocardiogramma, angiopac coronarica, risonanza cardiaca, esami di terzo livello, in Italia le nostre visite sfiorano il cento per cento di accuratezza».
Infine, un episodio maturato in casa Cagliari. «Abbiamo testato in portiere dell'Arsenal che non faceva le visite mediche di routine da sette anni. Ovviamente, non ha avuto l'idoneità e in Italia non può giocare. Tuttora vive con i farmaci betabloccanti».
La posizione del dottro Mura è la stessa del professor Carlo Tranquilli, a lungo medico nel giro azzurro. «Purtroppo non c'è niente di nuovo con i controlli si abbassa di molto il rischio di morte improvvisa ma non la si può evitare al 100%». In Italia, dove vige un obbligo di legge che impone una opportuna schedatura sanitaria per i professionisti dello sport, i controlli sono molto più estesi rispetto agli altri paesi. «Da noi si fanno più controlli e come noi sono pochi nel mondo – sottolinea Tranquilli –. Con lo screening che facciamo noi e i controlli pre-gara per gli atleti professionisti si possono abbassare i rischi di morte improvvisa dell'89%. E comunque, più in generale anche con un semplice elettrocardiogramma ben letto dal medico si possono abbassare di molto i rischi. Ma purtroppo ci sono patologie che sfuggono. Negli sportivi under 35 possono capitare patologie nascoste come le cardiomiopatie ipertrofiche o una displasia aritmogena. Questo tipo di patologie si possono sospettare ma è difficile scoprirle. Ci sono poi – aggiunge Tranquilli – patologie intercorrenti legate a malattie infettive che possono portare ad una miocardite. In Italia gli atleti professionisti sono obbligati a fare almeno ogni sei mesi controlli (prove da sforzo e numerose analisi) ma resta il rischio di morte improvvisa che come le statistiche mostrano si può verificare su un atleta per ogni 100.000 sotto i 35 anni».
«Io ho conosciuto Astori anche se non era un mio paziente e - conclude infine Tranquilli - Ricordo che era un ragazzo di una serietà estrema e di grande correttezza».
Mario Frongia
Il dottor Mura fa un passo indietro. «Nel caso di Morosini si sapeva che aveva avuto episodi in famiglia. Ripeto, per quanto sia accurato lo scandaglio clinico, con la prova da sforzo massimale, con elettrocardiogramma, angiopac coronarica, risonanza cardiaca, esami di terzo livello, in Italia le nostre visite sfiorano il cento per cento di accuratezza».
Infine, un episodio maturato in casa Cagliari. «Abbiamo testato in portiere dell'Arsenal che non faceva le visite mediche di routine da sette anni. Ovviamente, non ha avuto l'idoneità e in Italia non può giocare. Tuttora vive con i farmaci betabloccanti».
La posizione del dottro Mura è la stessa del professor Carlo Tranquilli, a lungo medico nel giro azzurro. «Purtroppo non c'è niente di nuovo con i controlli si abbassa di molto il rischio di morte improvvisa ma non la si può evitare al 100%». In Italia, dove vige un obbligo di legge che impone una opportuna schedatura sanitaria per i professionisti dello sport, i controlli sono molto più estesi rispetto agli altri paesi. «Da noi si fanno più controlli e come noi sono pochi nel mondo – sottolinea Tranquilli –. Con lo screening che facciamo noi e i controlli pre-gara per gli atleti professionisti si possono abbassare i rischi di morte improvvisa dell'89%. E comunque, più in generale anche con un semplice elettrocardiogramma ben letto dal medico si possono abbassare di molto i rischi. Ma purtroppo ci sono patologie che sfuggono. Negli sportivi under 35 possono capitare patologie nascoste come le cardiomiopatie ipertrofiche o una displasia aritmogena. Questo tipo di patologie si possono sospettare ma è difficile scoprirle. Ci sono poi – aggiunge Tranquilli – patologie intercorrenti legate a malattie infettive che possono portare ad una miocardite. In Italia gli atleti professionisti sono obbligati a fare almeno ogni sei mesi controlli (prove da sforzo e numerose analisi) ma resta il rischio di morte improvvisa che come le statistiche mostrano si può verificare su un atleta per ogni 100.000 sotto i 35 anni».
«Io ho conosciuto Astori anche se non era un mio paziente e - conclude infine Tranquilli - Ricordo che era un ragazzo di una serietà estrema e di grande correttezza».
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