Dalla strada al ring: «Ero una testa calda, ora voglio i Giochi»
La passione e i sacrifici del nuovo campione europeo Élite, Federico Serra: «I bulli? Gente triste, la boxe ti fa capire i valori della vita»
SASSARI. Se la vita è un ring, in una realtà di periferia come quella sassarese e sarda in generale arrivano dei cazzotti che rischiano di farti male, molto male. Schivarli è una soluzione. Combattere a viso aperto mettendoci faccia, anima e cuore un’altra, ed è questa la strada che ha scelto il neo campione Élite dei 49 kg Federico Serra. Una strada che da Ossi e Porto Torres ha portato il pupillo del maestro Domenico Mura prima a dominare in Italia, ieri a Valladolid, e adesso conduce dritta a Tokyo, ai Giochi olimpici del 2020.
Come hai dormito dopo la vittoria?
«Come un sasso, con la cintura sotto il cuscino. Sì, proprio come un sasso. Erano quasi 20 giorni che non dormivo».
Per la tensione?
«Sì, ma non solo. Quella fa parte del gioco. Il problema è che la dieta per rientrare nel peso mi distruggeva. E gli allenamenti, e la fatica, e il morale così per il dover stare tanti giorni lontano da casa e dagli affetti della famiglia... Ho vissuto gli ultimi giorni al cento per cento, avevo una sete da morire ma potevo solo bagnarmi le labbra e sputarla, perché anche l’acqua pesa. e non vi dico la fatica la mattina per alzarmi e dover perdere un chilo. Sacrifici che non viene bene spiegarli, non li consiglio a nessuno. Ma non potevo sprecare tutto dopo tutto quello che avevo fatto».
Ne è valsa la pena. Campione d’Europa.
«Ho sofferto troppo ma ci ho sempre creduto. La mattina da quanto ci credevo mi mettevo a piangere per la sofferenza, dicevo cazz... non posso buttare via tutto. E ce l’ho fatta, anche con tanta sana “tirria” sassarese».
Com’è andata sul ring?
«Alla fine benissimo, ma sulla mia “scaletta” c’erano tutti i più forti, soprattutto lo scozzese che secondo me è il migliore della categoria. Con lui in avvio ho vinto bene, poi in semifinale ho trovato il cocco di casa, lo spagnolo Molina. Lo avevo già battuto tre volte e sapevo che con lui sarei andato a nozze ma c’era da fare i conti con i giudici, quindi non potevo lasciare spazi morti, lo sapevo e non ne ho lasciati per non farmi fregare. Ho dominato eppure è finita al pelo, 3-2, nonostante gli avessi fatto la testa a pallone».
Poi la finale.
«Il mio avversario non si è presentato. La mattina al peso c’era, la sera no. Alakverdovi aveva un problema a una mano... bah, io sarei salito sul ring anche con una gamba rotta...»
La tua carta d’identità?
«Sono nato a Sassari il 28 maggio del 1994, da una famiglia... come tante. Un gemello che fa boxe come me, due sorelle più grandi, gli altri fratelli figli di mio padre. Ho fatto la terza media, poi ho cominciato a lavorare con mio padre».
[[atex:gelocal:la-nuova-sardegna:site:1.17484246:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.lanuovasardegna.it/image/contentid/policy:1.17484246:1653496524/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
La boxe?
«Un caso, ma anche no. Ho sempre lavorato, faccio a pugni sul ring da appena 4 anni e mezzo. Prima pensavo a tutto meno che allo sport, facevo una vita non tanto serena, ero una testa calda ma evidentemente il ring ce l’avevo dentro. Ora da Ossi mi sono trasferito a Porto Torres, è più comodo per gli allenamenti, e poi faccio attività fisso solo con la nazionale, in giro per il mondo».
Sembra uno di quei film americani, i guantoni che ti strappano alla strada e ti salvano la vita.
«E’ proprio stato così, per me. Magari senza il pugilato non è che avrei fatto una brutta fine ma mi sarei messo in brutte acque, invece il mio percorso evidentemente non era quello. Sbagliavo, sì, ma evidentemente non ero poi così stupido».
Hai saputo degli ultimi, frequenti episodi di pestaggi per strada a Sassari?
«Sta diventando uno schifo, quella è gente triste che non si rende conto di quello che fa, sono senza parole. Quelli non vanno da nessuna parte. Meglio un ring, lassù capisci i valori della vita, come li ho capiti io. Il pugilato ti insegna a soffrire e a pesare il valore anche di una sola virgola».
Hai vinto tanto a livello giovanile, ora i titolo europeo è un salto di qualità.
«Non ho mai fatto la categoria Youth, la federazione mi ha visto e mi ha passato subito tra gli élite. E ora... un titolo europeo. Vale, certo. Nessun italiano lo aveva mai vinto, nella mia categoria. Sono nella storia».
Adesso? Il sogno? L’obiettivo?
«Da febbraio combatterò con la Usb per qualificarmi alle Olimpiadi».
Non nei 49 Kg, però.
«No, salirò nei 52, così un po’ di zimino ogni tanto potrò mangiarlo. Ma è una categoria nella quale mi trovo bene. Già pesto duro nei 49, nei 52 è anche meglio. Nei 52 in Russia ho preso un bronzo battuto in semifinale da un ucraino che stavo mettendo giù per 3 volte, però i giudici... Ma in quel peso gli altri arrivano tirati, mentre io posso mangiare. Vado forte».
A chi dedichi l’oro europeo?
«A tutte le persone che mi seguono e che mi vogliono bene, soprattutto alla mia famiglia e al mio maestro. A tutti quelli che credono in me».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
