I 60 anni della Dinamo, quando l’Avvocato diceva: «Prendiamo un tiratore»

I 33 anni di presidenza di Dino Milia attraverso i ricordi di suo figlio Sergio. «Le belle parole sentite in questi giorni gli avrebbero fatto molto piacere»

SASSARI. «Tutti questi attestati di stima in occasione del compleanno della Dinamo avrebbero fatto molto piacere a mio padre. Lui sui rapporti umani ha costruito la sua vita, e la Dinamo ne è stata una parte molto importante».

Sessant’anni di canestri e di maglie biancoblù, mille volti e altrettante storie da raccontare, ma sullo sfondo giganteggia la figura di colui che ha guidato la società per oltre metà del suo percorso. Sessant’anni di Dinamo, 33 con l’avvocato Dino Milia seduto sulla plancia di comando. Non a caso, nelle celebrazioni che hanno accompagnato l’anniversario del 23 aprile, il suo nome è stato chiamato in causa continuamente, da giocatori, tecnici e dirigenti di ogni epoca. Su tutti, l’attuale presidente, Stefano Sardara («mi ha guidato, mi ha aiutato, sarà per sempre il Presidente»), il numero uno della Fip, Gianni Petrucci («alle riunioni nazionali si faceva ascoltare, parlava sempre della sua Sassari»), e il primo americano, Floyd Allen («quando dovetti ritirarmi per infortunio, mi pagò comunque sino a fine anno»).



Una grande avventura. «La sua è stata un’avventura lunghissima, intensa e bellissima – racconta oggi suo figlio Sergio, a sua volta ex giocatore ed ex dirigente della Dinamo –, che forse è durata due anni in più del dovuto. Quelle ultime due stagioni le ha vissute come una sofferenza fisica e mentale, perché con l’avvento del professionismo non riusciva più a quadrare i conti: lui, che non faceva “magheggi” e giocava senza barare, non ci dormiva la notte ed era comunque già un uomo di ottant’anni. Ma questo non cancella quanto di bello aveva vissuto negli anni precedenti».



Passione vera. L’avvocato Milia, che è scomparso 11 mesi fa alla bella età di 96 anni, prese in carico il club sassarese nel 1972, in serie C, e lo condusse sino alla serie A2, lasciando poi il testimone nel 2005 alla famiglia Mele. Il suo non fu un amore nato per caso. «Da giovane era stato uno sportivo – ricorda Sergio –, a livello studentesco aveva praticato l’atletica leggera e negli anni del Canopoleno si era appassionato alla pallacanestro. Una volta, da bambino, mi portò al PalaEur a vedere una partita contro il Simmenthal: è un ricordo che mi è molto caro perché fu la prima partita di basket che guardammo insieme. Non so che idea avesse esattamente quando decise di diventare il presidente della Dinamo, di certo da quel momento in poi vi si dedicò con anima e corpo».

Porta a porta. Il fatto di avere quattro figli, tutti appassionati di basket (oltre a Sergio, hanno giocato anche Francesco, Marco e Paola) ha sicuramente fatto la differenza. Ma per far crescere la società, portandola da piccola realtà cittadina sino alle soglie della massima serie, ci sono volute tutta la caparbietà e le grandi doti di affabulatore, affinate sui banchi di tribunale. «La Dinamo ha sempre avuto la fortuna di avere uno zoccolo duro di tifosi davvero importante, a prescindere dalla categoria. Ma erano comunque tempi nei quali gli imprenditori che si avvicinavano allo sport erano pochi e le sponsorizzazioni istituzionali erano vitali. Lui conosceva tutti, anche grazie alla sua attività politica, e aveva buoni rapporti con tutti. Ci sapeva fare, era onesto e sapeva come farsi ascoltare. I rapporti con la Regione, la Sella&Mosca, la Banca Popolare di Sassari e il Banco di Sardegna li curava lui personalmente».

Pochi ma buoni. L’epoca dei manager, del marketing e delle strategie aziendali era ancora lontana. «Erano altri tempi: però papà era circondato da alcune figure che sono state fondamentali. Penso a Paolo Berlinguer, con il quale viveva davvero in simbiosi: con lui aveva un rapporto particolare, era un eccezionale “moderatore”, sostanzialmente era il freno all’entusiasmo di mio padre. Insieme hanno fatto grandi cose per la Dinamo. E poi chiaramente Mimì Anselmi, un amico di sempre, che è entrato alla Dinamo quando io ero un bambino e facevo già parte della nidiata di Pirisi, Guarino etc. Mimì era un amico vero, uno molto prudente, con il quale si poteva discutere di tutto».

La Usa connection. Nonostante non navigasse nell’oro, sin dai primi passi in serie A2 (nel 1989) la Dinamo fu in grado di mettere insieme coppie di americani che appaiono sensazionali ancora oggi: Allen-Sheheey, Thompson-Comegys, Frederick-Miller, Curcic-Thomas, Haynes-Banks. Dietro questi colpi, c’è proprio Sergio Milia, che al tempo ricopriva il ruolo di giemme. «Da parte di mio padre avevo carta bianca – ricorda –, avevamo buonissimi contatti con consulenti e agenzie in Italia e in America. Durante il mercato io trascorrevo le notti in contatto telefonico con agenti e giocatori dall’altra parte dell’oceano, oppure visionando videocassette. Erano anche tempi in cui il campionato italiano aveva poca concorrenza, gli americani buoni ci venivano volentieri».

«Voglio un tiratore». L’Avvocato aveva con feeling particolare con alcuni giocatori, ma c’era una caratteristica particolare che lo faceva impazzire. «Amava alla follia i tiratori – sorride Sergio –, quando facevo il mercato mi chiedeva sempre: “me l’hai preso un tiratore?”. Era avanti con i tempi, se pensiamo al basket di oggi. Nell’80 in B avevamo un certo Tubia, mano calda e grande passione per il vino. Poi si innamorò di Massimo Bini: alla fine degli allenamenti gli chiedeva di tirare da 9 metri per il solo piacere di guardarlo. Ricordo che impazziva per Frederick, che forse è stato il giocatore più forte, e per Jerrod Abraham. Sono stati anni impegnativi e bellissimi. Questo compleanno della Dinamo, mio padre lo sentirebbe anche suo».

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