«Complimenti Dinamo, come ti sei fatta grande»
Dino Meneghin, monumento della pallacanestro italiana, e la società biancoblù «Ora è la squadra di tutta una regione ed è vincente, grazie a un progetto serio»
SASSARI. Il momento passa, un monumento è eterno. Ma anche lui ha una data di nascita: 18 gennaio 1950, all'anagrafe Dino Meneghin e per il basket azzurro SuperDino, Campione, Monumento. La Sardegna la conosce bene, come conosce i suoi canestri. A 15 anni la sua prima trasferta fu nell'isola. E la Dinamo Sassari l'ha vista nascere, gattonare, crescere, maturare. Diventare la Dinamo di oggi.
Dal 23 aprile del 1960, nascita del club sassarese, sono trascorsi 60 anni «e di strada ne ha fatta sì, la Dinamo _ dice il pivot che tra l'altro ha vinto sette coppe dei Campioni e quattro Intercontinentali _. La passione a Sassari e in Sardegna c'è sempre stata, dal Brill Cagliari che ho affrontato quando ero giovane alla realtà di Sassari, ma andava forse un po' spinta, bisognava costruire una nuova realtà, un progetto nuovo e duraturo. Un lavoro lungo, difficile, ma che alla fine ha cominciato a dare risultati. Così, con la Dinamo, è stata creata una nuova passione che non riguarda più una o due città sarde ma l'intera realtà della regione. È stato fatto un ottimo lavoro».
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La Dinamo in questi 60 anni si è saputa ritagliare un suo spazio.
«Guardate che 60 anni non sono uno scherzo, sono tanti. Non so quante società sono più antiche. Ma al di là dei numeri è importante cosa si crea, l'aver creato un sistema che adesso fa da esempio, non solo in Italia. Ricordo ancora che quando ci ho giocato in Coppa il Palazzetto di Sassari aveva solo tre lati di tribune, e quando ci sono tornato anni dopo da dirigente della Nazionale c'era anche il quarto lato. Vuol dire che si è cresciuti. Tanto da poter ospitare la Nazionale, tanto da aver messo l'aria condizionata per far star meglio anche i tifosi. Anche questo vuol dire avere un progetto per il futuro, crescere senza fare passi esagerati né stravolgere il sistema economico della società».
«Sassari, provincia. Non la prima realtà, non l'unica, ma adesso mostra muscoli e trofei, e la sfida con la sua Milano è diventata un piccologrande classico della serie A.
«E questo a prescindere dai risultati. Lo dico da tifoso del basket, ma anche quando ero presidente della Lega pensavo che quando emergono nuove realtà tutto il movimento ne risente in positivo. Le grandi realtà, quelle da milioni di abitanti, stanno soffrendo. Milano, Bologna, ok ma Napoli arranca, Treviso anche. C'è Brindisi... E sì, la rivalità fra Milano e Sassari mi ricorda un po' i tempi di Milano contro Varese, la provincia che cercava di battere la metropoli. E Milano-Varese era ancora più sentita, perché derby lombardo. La provincia che lotta».
E che spesso ce la fa, come la Dinamo.
«Vero, e questo _ ripeto _ significa che quando c'è un progetto, gente che sa di basket e costruisce bene una squadra, si può fare».
Ricordava Varese, e Varese non può non ricordare Gianmarco Pozzecco, coach della Dinamo.
«Pozzecco è uno degli spot più belli per il nostro basket. Uno pensa che bisogna essere alti 2 metri e pesare 200 chili, Poz invece ha dimostrato che si può emergere con talento, grinta ed entusiasmo. Da giocatore è stato su livelli ottimali, non mi sarei invece mai aspettato che potesse diventare anche un grande allenatore, avendolo visto con i capelli rossi, lui genialoide del parquet. Invece ha dimostrato che il basket lo conosce e che sa come si fa. Deve stare attento alle sue reazioni, perché la partita la vive da ultrà. Come soffre in giacca e cravatta, a volte sembra il Fantozzi dal colorito rosso pompeiano in volto, ma è bravo a trasmettere entusiasmo alla squadra e a gestire situazioni difficili. Penso che lo zampino del presidente Stefano Sardara in questo ci sia stato, lui ha saputo consigliarlo e Poz ci mette il cuore».
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La Dinamo ha un giocatore che ricorda Pozzecco. Non è alto 2 metri, non pesa 200 chili, si chiama MarcoSpissu.
«Come Poz, è un altro esempio di giocatore costruito in casa che ha aggiunto tantissimo lavoro al talento. Ore e ore in palestra e la capacità di sfruttare in campo le occasioni che gli ha dato l'allenatore, non portatore d'acqua ma protagonista. E più spazio in campo vuol dire più esperienza e sempre più coraggio».
Da poco Spissu è approdato in Nazionale, con il capitano Datome, olbiese, e dove può arrivare Grant, altro sardo. Si sta facendo le ossa nel Bayern Monaco.
«Non conosco Grant, lo seguirò. Ma conosco Gigi, un sardo-veneto perfetto connubio fra i due caratteri, testa bassa poche parole e tanto lavoro. Anche lui è nato dal talento ma soprattutto dalla passione. La benzina per tutti è sempre la passione per quello che fai, puoi avere talento ma se non lavori..., e poi, di Spissu e Datome apprezzo l'umiltà».
Ci sono squadre che ora vogliono puntare di più sugli italiani. Una strada che ha battuto anche la Dinamo.
«Bene, se c'è la possibilità di farlo con buoni giocatori e rispondendo alle esigenze di sponsor e pubblico. Speriamo che chi ha questo coraggio vada avanti e altri li seguano, fermo restando che i tifosi quello che vogliono è vincere. Tu puoi avere il progetto più bello del mondo ma se non vinci ti abbandonano. Più italiani va bene ma gradualmente, puntando su giocatori che siano una realtà già adesso».
Dino Meneghin e il coronavirus. Cosa pensa della decisione di bloccare definitivamente il basket?
«Sono a Milano, da due mesi e rotti chiusi in casa io e mia moglie seguiamo le prescrizioni ma sono molto arrabbiato con chi ha causato la pandemia. Non con i cinesi, no, ma con chi con il suo comportamento irresponsabile sta mettendo in ginocchio il mondo intero. Tanti medici e infermieri ci hanno rimesso la vita e vedere che ci fanno pagare anche questo c... di mascherine mi fa incazzare. Ma datele gratis a tutto il mondo! Sono molto preoccupato ma spero si risolva, ed è stato giusto chiudere il campionato. Non si può rischiare la vita di nessuno. È stato doloroso, ma necessario".
Eppure il calcio insiste.
«È una questione di interessi, interessi miliardari. Li capisco, tengono vivo il calcio parlando di calcio ma anche loro pian piano si rendono conto che alla base di tutto c'è il grosso pericolo del ritorno del contagio. Capisco le esigenze del calcio e dello sport in genere ma fino a che non ci sarà una sicurezza totale, meglio non correre rischi».
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