Demuro il re del galoppo: «Che bello vincere a Parigi»

Il fantino isolano, 28 anni, ha conquistato l’edizione 99 dell’Arc de Triomphe «Un’emozione incredibile. Dedico la vittoria a mio padre, scomparso da poco»

SASSARI. È unico, il sussurro di un ippodromo: lo traducono soltanto il fantino e il suo cavallo. E sono rare e ricche nel mondo le lingue, del galoppo. Francese, inglese, americano, giapponese, arabo. E sardo. Sempre più sardo. Come Cristian Demuro, che domenica in sella a Sottsass ha vinto l’edizione numero 99 dell’Arc de Triomphe, la corsa che ogni prima domenica di ottobre tiene con il fiato sospesa la Francia e l’equitazione internazionale. Cognomi con la “U” da sfoggiare con orgoglio sulla giubba, proprio lì all’altezza del cuore. La U dei Cristian Demuro in Francia e Mirco Demuro in Giappone, quella di Antonio Fresu negli Emirati Arabi. Poi Miki Cadeddu in Germania ma anche Jessica e Andrea Marcialis in Francia, Lanfranco Dettori, Andrea Atzeni, il giovane Stefano Cherchi e Marco Ghiani in Inghilterra, e Mirko Sanna ancora in Germania.

Madre di Lanusei e padre di Villanovatulo, Cristian Demuro, 28 anni, ha cominciato come fratello minore di Mirco, 40 anni, che lasciata l’Italia dopo un passaggio vincente ad Abu Dhabi è volato in Giappone per salire nel cielo della specialità, diventando una stella. Lì il galoppo è come il pallone in Europa, e lui è il Cr7. Il Demuro minore è nato a Marino, perché il padre – ottimo fantino – si era trasferito a Roma. Ha vissuto l’infanzia alle corse, alle Capannelle, respirando cavallo e frustino, sognando vittorie e onori. E il suo talento è emerso presto, coltivato e stimolato «da mio fratello – racconta Cristian il giorno dopo il successo a Longchamp –: il fatto che lui fosse così bravo mi ha fatto tirare fuori il carattere. Volevo seguire le sue orme e diventare uno dei migliori. E proprio Mirco dopo l’arrivo è stato il primo a complimentarsi con me. Poi, Frankie Dettori. Anche lui era felice per la mia vittoria, nonostante contro di me avesse perso l’occasione per diventare il primo a vincere per tre volte l’Arc».

E adesso Cristian è uno dei top jockeys al mondo. Non puoi non esserlo, se vinci l’Arc. È come per un pilota di Formula1 imporsi nel Gp di Montecarlo, come per uno scalatore piazzare la bandiera sulla cima dell’Everest. È il Wimbledon di ogni tennista. «Proprio così, è stata una sensazione unica. Subito dopo il traguardo ho rivissuto in un solo istante tutti i sacrifici fatti per arrivare fin qui, e ho pensato a mio padre Giovanni Battista. L’ho perso in settembre, la dedico a lui. Che gioia, questa vittoria. Che emozione. Ed è vero anche che con un successo così sali di livello, che il tuo palmares si arricchisce di una perla rara e il tuo nome fa realmente il giro del mondo».

Una figlia, Matilde. La compagna italiana, Giulia, che sta con lui a Chantilly, proprio a fianco all’ippodromo dove, più che lavorare, vive. Cristian ha scoperto presto che lo Stivale gli calzava stretto. «Ho cominciato nel 2009 a Pisa con Bruno Grisetti come allenatore, e sono andato a segno a Varese appena alla seconda monta. In Italia? Ho fatto il record di vittorie in un anno, 264, era il 2012. Ho vinto il Frustino d’oro due volte, quattro Derby tricolori... All’inizio del 2013 ho avuto una possibilità in Francia» e non si è più mosso da lì – tranne un passaggio negli Emirati in avvio del 2014 e qualche esperienza negli Usa a Miami («Ma mai per più di un mese») –, sempre lo sguardo davanti fino al nuovo traguardo da tagliare per primo. Oltralpe ha vinto tutte le corse più importanti: due Derby, la Poule 2017, e adesso l’Arc.

Tra le lingue del galoppo, com’è il francese? «È una lingua morbida anche negli ippodromi – spiega Cristian –. L’ho imparata bene. Qui l’ippica è un settore importante, il più importante in Europa. Con buoni montepremi e un’organizzazione che funziona. È vero, domenica a Longchamp non c’era il pubblico per via del Covid-19, pochissime persone rispetto al solito tutto esaurito e l’occasione ha perso un po’ di fascino ma il livello francese resta il migliore in Europa». Anche l’inglese non è male, nel galoppo internazionale. «Lo parlo – prosegue Cristian Demuro – e ci sono stato, ci sono andato per montare dei cavalli francesi. Ma quello è il regno di Andrea Atzeni, di Frankie Dettori». Inghilterra e Francia provincia di Sardegna, con i suoi campioni di prima e seconda generazione seguiti con affetto in un’isola che il cavallo ce l’ha nel Dna. Che rapporti ci sono, tra i fantini sardi ? «Con Frankie ci sentiamo spesso, e ci siamo confrontati più volte in pista. Come con Andrea, anche lui mi ha mandato un bel messaggio subito dopo la vittoria dell’Arc. E naturalmente sono in stretto contatto con mio fratello».

È di origine sarda anche Jessica Marcialis, figlia della “frusta” Antonio, che ha la base a Milano. Sorella di Andrea, un altro che si sta facendo apprezzare in Francia, la stessa domenica di Cristian ha vinto una Gruppo Uno. «Sentirete ancora parlare di lei, è proprio brava», conferma Demuro.

Francese, inglese, poi arabo e giapponese. «Il giapponese soprattutto –, conferma il trionfatore dell’Arc 2020 –, perché lì il galoppo è come il calcio da noi (Cristian è tifoso del Milan, con il Cagliari nel cuore), se sei bravo sei una superstar». E l’Arabia ha un suo peso, anche sotto l’aspetto economico. Si corrono lì, le corse più ricche del mondo. Già. Ha vinto tanto finora in carriera, Cristian Demuro, ma quanto ha fatto vincere alle sue scuderie? Il successo all’Arc prevedeva un montepremi di 1.7 milioni di euro per il primo. E la scuderia White Birch Farm ha fatto bene a puntare sul sardo. «Sì, tenete conto che noi fantini prendiamo una percentuale, ma l’Arc è una delle corse più grosse». Anche il sardo dunque, è una lingua ormai obbligatoria da conoscere, nel galoppo internazionale. «Siamo in tanti, e siamo bravi – commenta Cristian –. La nostra è una lingua che cresce, e proviamo sempre a tenere alta la bandiera dell’isola». Quell’isola con la quale Cristian continua ad avere rapporti molto stretti. «Con mio fratello – spiega –, abbiamo comprato una casa ad Arzachena. Lui può approfittarne poco, vista la distanza dal Giappone, io invece appena posso non perdo l’occasione di farci un salto e un tuffo al mare, anche per pochi giorni. Ho tante amicizie, Tore Budroni, Giovanni e Tommaso Cossu e tanti altri, anche con loro ci sentiamo spesso». Anche per parlare di cavalli. «In Sardegna la passione per i cavalli e per il galoppo è sempre stata grande, come la competenza. Non a caso è terra di fantini. Il galoppo in Sardegna ha ancora tantissimi spettatori, quello che manca invece al movimento italiano. Ormai a Roma e a Milano la gente se chiedi indicazioni non sa neanche più dov’è l’ippodromo...». E invece nel mondo del galoppo ora proprio tutti sanno chi è Cristian Demuro. Che adesso... «I prossimi obiettivi si vedranno, ho ancora uno o due Gruppi uno. Resterò in Francia, quando qui l’attività viene sospesa avrei potuto avere una licenza temporanea per il Giappone ma quest’anno il virus è un problema. Se ne riparlerà». E si riparlerà ancora di Cristian Demuro, quello della banda dei sardi, la banda a cavallo.

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