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Alessandro Deiola: «Cagliari sono il tuo jolly»

di Enrico Gaviano
Alessandro Deiola: «Cagliari sono il tuo jolly»

Il centrocampista si racconta. Da San Gavino alla maglia rossoblù, poi le stagioni in prestito e il ritorno: «Agonismo e tempismo i miei pregi»

14 agosto 2023
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Cagliari «Siamo pronti per giocarci le nostre carte e raggiungere il nostro obiettivo. Abbiamo fatto un bel precampionato e centrato il passaggio del turno in Coppa, ora non vediamo l’ora di iniziare. Qui c’è un buon gruppo, che non molla mai, e non ho alcuna preoccupazione». Parole di Alessandro Deiola, 28 anni compiuti ad agosto, centrocampista, uno dei capitani e leader del Cagliari. Non nomina la parola salvezza ma quella è la meta , il nuovo sogno da raggiungere. Del resto lui a realizzare i suoi desideri ci è abituato. «Da bambino a San Gavino avevo solo il pallone in testa, volevo arrivare al Cagliari. Giocavo nelle squadre del paese e dopo gli allenamenti giocavo anche sotto casa. Ancora adesso mi emoziono se vedo dei bambini che improvvisano un campo in strada e inseguono un pallone».

Da San Gavino, il suo paese, al Cagliari. Com’è andata?

«A nove anni ho fatto il provino con il Palmas Arborea, squadra di Gianfranco Matteoli. Lì ho iniziato con un allenatore, Marietto Serra, che nonostante volessi giocare a centrocampo mi mise in difesa. Fu solo al Cagliari, nelle giovanili, che Vittorio Pusceddu mi portò a centrocampo, il mio ruolo naturale».

Una bella girandola.

«Sì, ma quella gavetta mi è servita perché poi ho giocato in diverse posizioni: centrale di difesa, terzino, mezzala, mediano. Ho allenato delle capacità che poi tornano utili all’allenatore. Ranieri per esempio mi ha utilizzato in diverse posizioni, cambiando anche nel corso della stessa partita».

Le sue caratteristiche?

«Penso l’agonismo e il tempismo. Lotto sempre al massimo per ostacolare gli avversari. Poi mi piacciono gli inserimenti, suggerire l’assist e provare la via della rete».

Festeggia in modo particolare i suoi gol: in piedi sui cartelloni dietro la curva con le braccia aperte.

«Quando fai gol è come se ti esplodesse qualcosa dentro. Io allora salgo davanti ai tifosi e allargo le braccia perché idealmente voglio abbracciare tutti e condividere con loro la gioia di quel momento bellissimo».

Nel 2015 la prima maglia da titolare con il Cagliari.

«Eravamo in B e la società e il tecnico decisero di darmi una chance. Fu una stagione magnifica, segnai anche all’esordio al Sant’Elia, contro il Crotone. Un campionato indimenticabile, concluso al primo posto».

Poi però il sogno sembrò sfuggire di mano. Ha dovuto fare avanti e indietro per un po’.

«Eh sì. Ogni volta che mi dicevano che non facevo parte del progetto avevo il magone. Sono andato in prestito a Parma, Lecce, La Spezia. Ma il cordone ombelicale non si è mai spezzato. Sono tornato, ho ingoiato il boccone amaro della retrocessione a Venezia e la resurrezione della scorsa stagione».

Eppure nel girone d’andata il Cagliari ha stentato parecchio. Perché?

«Non è stato facile calarsi nella realtà della B. E quando non si riesce a far risultato, viene a mancare anche la fiducia nel lavoro svolto».

Poi è arrivato Ranieri…

«Il mister ci ha dato una grossa botta di serenità e di consapevolezza del nostro valore. È stato un crescendo e man mano che i risultati arrivavano, cresceva anche la fiducia nei nostri mezzi».

Sino ai playoff, 5 partite in cui il Cagliari è sembrato trasformarsi.

«Il cambio di passo era arrivato già prima dei playoff. Quella fase comunque è un terno al lotto, basta poco per cambiare la storia. Ma alla fine è emerso chi aveva più fame, più voglia di acchiappare la A».

Con un finale da infarto. Cosa ricorda del minuto 94’ di Bari?

«Faccio un passo indietro, all’azione precedente. Cercai con un passaggio in verticale Pavoletti, ma l’azione andò male. Ranieri mi invitò a non fare quelle giocate ma di allargare sugli esterni. Così quando presi il pallone da Makoumbou lo girai di prima a Zappa. Lui fece una magia e poi il resto lo fece Pavoletti. In quel momento calò un silenzio incredibile nello stadio, si sentivano solo le urla dei miei compagni e quelle dei nostri tifosi. Emozioni indimenticabili».

Ranieri dice che quei momenti vanno messi da parte e che si ricomincia da capo.

«Vero. Quei ricordi li porteremo tutti nel cuore, soprattutto chi era a Venezia e aveva vissuto quella terribile partita e il trauma della retrocessione».

La nuova stagione ha portato nuovi giocatori ma anche qualche infortunio.

«Sì, e dispiace tanto per Lapadula, Rog e Mancosu. Ma sono tutti concentrati a recuperare al più presto e sono vicinissimi alla squadra anche se non possono dare una mano. E noi lì incoraggiamo e non vediamo l’ora di rivederli con noi. I nuovi si sono ambientati benissimo, questo gruppo è come una famiglia, cerchiamo di far trovare a proprio agio tutti. Saranno tutti molto utili per disputare un buon campionato. Il nostro obiettivo è questo e sono certo che ce la faremo».

Dicono che ha la maglia rossoblù cucita addosso come una seconda pelle.

«Sì, è così . C’è un gran senso di appartenenza ai colori, al Cagliari, alla Sardegna. Questa maglia mi resterá appiccicata anche dopo la fine della carriera quando potrò dedicarmi di più alla famiglia (è sposato con Debora ed è padre di due bimbe, Aurora e Bianca). Ora davvero il tempo è pochissimo. Ma quello che volevo sin da piccolo era diventare calciatore e ora nel Cagliari sono l’uomo più felice del mondo».

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