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Mino Piu, 80 candeline spente sui campi da tennis

di Roberto Sanna
Mino Piu, 80 candeline spente sui campi da tennis

Venerdì scorso il compleanno speciale del sassarese decano dei maestri sardi. «Ho cominciato nel 1957 e non ho più smesso, questo sport è la mia vita»

03 marzo 2024
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Sassari Quando Giacomo Piu, per tutti “Mino”, ha cominciato a calcare i campi da tennis le racchette erano di legno, le palline bianche, Nicola Pietrangeli disegnava il suo tennis più bello e a Wimbledon la domenica non si giocava mai. Oggi le racchette sono attrezzi tecnologici all’avanguardia, le palline sono diventate gialle, Wimbledon celebra la sua finale di domenica via satellite con ascolti da capogiro e Jannik Sinner sta demolendo a cannonate il tennis mondiale.

Un altro mondo ma, nonostante tutto, Mino ha spento le sue ottanta candeline in campo. Anzi, a essere precisi, in una festa a sorpresa organizzata nella club house della sua Accademia fondata nel 1990 nel quartiere di Rizzeddu e dove ogni giorno, mattina e pomeriggio, le generazioni di tennisti (agonisti e amatoriali) che con lui hanno imparato a giocare possono trovarlo dietro la scrivania: «In campo non vado più, ma da pochi anni – sorride –: quando c’è stata la pandemia mio figlio Carlo, che è istruttore qui nel circolo, mi ha consigliato di lasciar perdere».

In campo quando è entrato, invece, per la prima volta?
«Era l’estate del 1957. Abitavo in via Coradduzza, vicino al circolo della Torres, e andavo a vedere le partite. Poi diventai raccattapalle e dopo un po’ i giocatori “veri”, Antonio Bozzo su tutti, cominciarono a farmi provare qualche colpo».

Fu amore a prima vista?
«In realtà io giocavo a calcio, me la cavavo anche discretamente, e infatti sui campi da tennis compensavo con le gambe una tecnica ancora non perfetta. Un giorno però mi infortunai seriamente: frattura di tibia e perone, a quei tempi era una sentenza, dovetti dire addio al pallone e diventai tennista a tempo pieno, alla Torres c’era un bel gruppo e giocavamo bene: io, Raimondo Angioni, Gianfelice Pilo, per anni ci siamo divertiti e abbiamo vinto tante partite».

La decisione di fare del tennis una professione?
«Mi accorsi che mi piaceva lavorare coi ragazzi. La scuola maestri la feci nel 1971. Era dura, durava due anni: uno a Roma e poi un altro di tirocinio. Feci tutto a spese mie, ai miei genitori non chiesi nulla. E nemmeno loro misero becco sulla decisione. Io volevo vivere di sport ma non fui ammesso all’Isef perché avevo un diploma triennale, all’Istituto d’arte, e serviva invece un corso di studi quadriennale. Col tennis realizzai la mia ambizione. Dopo l’anno al Foro Italico andai in un circolo vicino a Genova, lavoravo e guadagnavo bene, però la sistemazione logistica non era felicissima. Così quando nel 1972 la Torres mi fece una proposta accettai. Nel frattempo ero riuscito ad avere l’abilitazione e divenni il primo maestro sardo».

Il tennis era davvero uno sport elitario, per ricchi?
«Direi piuttosto che era uno sport di nicchia: tutti giocavano a calcio, il tennis lo conoscevano in pochi e a frequentare i circoli erano soprattutto i rampolli delle famiglie “bene”».

Si poteva vivere di tennis?
«Non posso lamentarmi. La mattina facevo lezioni private, la sera avevo un contratto per la scuola. Intendiamoci, lavoravo tantissimo: le prime lezioni, che allora duravano 45’, cominciavano alle 7 e andavo avanti fino all’una. Poi pranzo e in campo coi ragazzi. Adesso giocano anche i bambini di 4-5 anni, all’epoca si cominciava più tardi. Non c’erano racchette piccole e palline sgonfie, prima degli 11-12 anni era difficile tenere in mano bene una racchetta di legno».

In campo ha sempre tenuto a insegnare non solo tennis ma anche l’educazione.
«Quella è la cosa più importante, tutt’ora i nostri ragazzi ricevono i complimenti per il loro comportamento. Ero molto severo. Recentemente un mio ex allievo mi ha ricordato che lo avevo punito con una settimana di sospensione per essersi comportato male».

Discussioni coi genitori?
«Sempre peggio. Fino ai 14 anni deve essere un divertimento, inutile stare addosso ai bambini, stressarli. Vale per i maestri: troppi allenamenti, troppe partite sono controproducenti. Finisce che, arrivati al momento in cui devono allenarsi seriamente, hanno già piene le tasche e smettono. E poi, chi può dire dove arriverà un bambino di 10, 12 anni? Lasciamo perdere, davvero».

Gli allievi che ricorda di più?
«Ne ho avuto una miriade, molti sono diventati a loro volta maestri: scherzando mi definisco “Il maestro dei maestri”. Faccio solo due nomi. Linda Ferrando, che ora è tornata da noi a insegnare all’Accademia ed è stata la numero uno d’Italia e 36 del mondo. Aveva un talento speciale, ricordo quanto dovetti insistere con la famiglia per farla andar via da Sassari. La fortuna fu che, avendo i nonni a Genova, potè stabilirsi fuori senza troppe spese. E poi Mauro Rodighiero, attuale maestro della Torres. Era davvero bravo, purtroppo per una serie di vicissitudini non ha raccolto quanto meritava».

Il tennis attuale le piace?
«Mi annoia, picchiano la palla e basta. Lo guardo poco, non ho nemmeno l’abbonamento a Sky. Di queste generazioni, solo Federer con la sua eleganza mi ha riportato alla bellezza del “mio” tennis».

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