Beethoven secondo Herbert Schuch
Nel concerto diretto da Nowak il giovane pianista non fa rimpiangere Zimerman
CAGLIARI. Quando un mostro sacro non si mostra. Ovvero, niente Zimerman al Lirico. Ulteriore forfait a quelli collezionati negli ultimi anni. Gravi problemi personali, pare. Per cui all'ultimo il gigante del pianoforte – venerdì e sabato per la Stagione sinfonica – è stato sostituito dal giovane ma già affermato Herbert Schuch.
Poche prove per rodare, assieme all'orchestra, il “Quarto Concerto” di Beethoven. Se non è un ruolo ingrato questo. Sul podio c'è il direttore previsto, Grzegorz Nowak, della Royal Philharmonic londinese; visto di spalle quasi ricorda per sagoma e capelli Seiji Ozawa di cui oltretutto è stato allievo. Incredibile invece come la compagine cagliaritana muti suono da una bacchetta all'altra. Di esangue asciuttezza con Korsten. Di opulenta carnosità sotto Bisanti. Condensato, scuro e polposo una settimana fa con Renzetti. E adesso ecco un timbro morbido, carezzevole, di affettuoso tepore; Nowak rinviene un piacevolissimo, omogeneo bilanciamento di tutto l'organico, addolcendone le linee. Ideale per il dialogo che deve instaurare col solista. Strano, perciò, come Schuch fatichi ad emergere ogniqualvolta il pianoforte debba suonare simultaneamente all'orchestra. Peraltro non giova neppure l'eccessiva pedalizzazione laddove scale, arpeggi o doppie terze andrebbero cristallinamente sgranati. O i “rubati” nelle cadenze, i “rallentando” e “accelerando” fin troppo liberi o convulsi. Insomma, Beethoven preconizza certo il Romanticismo ma non esce mai, del tutto, dalla crisalide del Classicismo.
Manca l’equilibrio che dovrebbe innervare anche la più appassionata delle frasi. Accade nel primo movimento, e così nell'ultimo dove pure si stacca un metronomo abbastanza moderato. L' “Andante” centrale è l'unico riuscito appieno: per intimismo, poesia di fraseggio, le scelte agogiche, l'escursione dinamica, fenomenale quel lunghissimo trillo prima delle battute finali, da cardiopalma. Paradossale invece che qualcosa non funzioni, talvolta, nelle beethoveniane musiche di scena “Le Creature di Prometeo”, su cui non influiva il forfait di Krystian Zimerman. È dai fiati che giungono risultati discontinui; impasti non sempre nitidi e unitari. Ben eseguite tuttavia le pagine con protagonisti oboe e corno di bassetto. Ma finanche un pizzico di mordente in più, nella lettura di Nowak, non avrebbe guastato.
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