La Nuova Sardegna

Amore e morte nel gioco feroce dell’esistenza

di Costantino Cossu
Amore e morte nel gioco feroce dell’esistenza

Le navi francesi assediano Cagliari nel 1793 Il fuoco dell’Eros e quello della battaglia

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di Costantino Cossu

Il teatro del nuovo romanzo di Giorgio Todde, «Morire per una notte» (Il Maestrale, 240 pagine, 16,00 euro), è quello grande della Storia. Il libro si apre con l’ingresso della flotta rivoluzionaria francese, guidata dall’ammiraglio Laurent Truguet, nel Golfo degli Angeli, in una mattina di gennaio del 1793. Truppe francesi sono già sbarcate a Sant’Antioco. In Sardegna alla corona di Spagna è subentrata quella sabauda, che non ha cambiato molto. Con l’arrivo dei legni francesi sembra invece arrivato per l’isola il momento dell’ingresso effettivo, precipitoso e cruento, nella modernità.

ROCCAFORTE SOTTO TIRO. Nella roccaforte alla vista delle insegne rivoluzionarie all’iniziale incredulità segue la paura. Il viceré Balbiano si chiude nel suo palazzo circondato dai Dragoni. Non combatterà: la Francia del 1789 è nemica di tutti i re, ma alla corte transalpina si parla francese e in fondo dell’isola spersa al centro del Mediterraneo a Torino non importa granché. Il vecchio ordine è invece difeso dai nobili di origine sarda, da sempre armati uno contro l’altro ma ora uniti di fronte al pericolo comune. Organizzano la resistenza all’attacco francese il marchese di Laconi Ignazio di Aymerich e il suo braccio destro Girolamo Pitzolo, un avvocato, un borghese ambizioso che vuole percorrere in fretta il cursus honorum delle cariche pubbliche elargite dai Savoia. Dai paesi di tutto il Campidano i feudatari fanno arrivare a Cagliari i loro miliziani, migliaia di uomini a cavallo.

NOBILI E RIVOLUZIONARI. Tutta la parte iniziale (l’Atto I) del libro è occupata dal racconto dell’assedio. Todde descrive un mondo al tramonto fatto di una nobiltà gretta e cialtrona arroccata nel Castello e di una plebe asservita che trascina nei bassi una vita miserabile. Ma sin dalle prime pagine, dietro lo scenario storico emerge altro. Le idee e i fatti, le cure e le pene di ciascun personaggio si sporgono, nelle pagine di Todde, su un abisso d’insignificanza, su un vuoto di senso ai quali ciascuno degli attori del racconto reagisce con strategie esistenziali differenti: chiusura nella propria immediatezza biologica, come per il conte di Fraus Protasio Calabeza; una difesa della Legge – di Dio e del Re – tanto cieca che si spinge sino alla negazione stessa della Legge, come per il parroco della Cattedrale Don Cosma Cugia e il giudice della Regia Udienza Leonida Mantega; fuga nella dimenticanza di sé attraverso l’oppio, come nel medico Jorge Rajon. Risposte regressive al panico che la mancanza di senso genera, alle quali si contrappongono risposte che invece sono mosse dalla fiducia nell’azione positiva degli uomini sul mondo: quella del giudice Giovanni Angioy (l’Alternos della Sarda Rivoluzione), che crede negli ideali di Libertà, Uguaglianza e Fraternità e vuole aiutare i francesi a liberare Cagliari e la Sardegna; quella del giovane Joseph Nicéphore Niépce, imbarcato come sotto ufficiale su una delle navi francesi e apostolo della Verità che le armate rivoluzionarie sono chiamate a portare ovunque nel mondo.

UNA PIOGGIA DI BOMBE. Quando però, nell’Atto II, l’azione si sposta cinque anni dopo l’assedio, nel 1798, sia Angioy sia Niépce devono rifare i conti con se stessi. Il giovane sotto ufficiale ritorna, insieme con la moglie Agnès, a Cagliari, la città che i francesi avevano bombardato dalle navi al largo del golfo e dalla quale alla fine erano stati costretti a ritirarsi sconfitti dai miliziani di Girolamo Pitzolo durante il tentativo di sbarco. Nella luce implacabile dell’estate mediterranea, che ora ritrova intatta, Niépce incontra clandestinamente un Angioy in fuga. La Sarda Rivoluzione è stata sconfitta e l’uomo che l’ha guidata è un senza patria. I custodi del vecchio ordine hanno vinto. Niépce è invitato a banchetto dal marchese di Aymerich, il feudatario che ha cacciato via Truguet e che ora concede l’onore delle armi al “novatore” sconfitto, forte della convinzione che se è vero che tutto può cambiare in superficie, «il cuore delle cose resta sempre identico».

FANTASMA D’AMORE. Inseguito da un fantasma d’amore, quello per la nobildonna Galatea Ruju, che cinque anni prima ha amato per una notte mentre era in missione segreta nella roccaforte nemica, Niépce fugge via, torna a Parigi. Amore e morte si legano per tutto il racconto di Todde. La morte come orizzonte della vita. Amarsi per una notte, morire per una notte. Morire al mondo, fermare il mondo con un atto d’amore, breve, effimero, ma a suo modo eterno. Quando sta per ritornare a Parigi Joseph fa recapitare ad Angioy, in procinto di riparare in Francia, una lettera: «In questo meridione la luce è il vostro infinito. Ma sono convinto che neppure la luce è infinita. Anzi, nulla è più infinito del buio. Quando gli astri si spegneranno, tutto tornerà al buio. Per questa certezza ho una mia religione. I miei sali d’argento vengono dall'infinito e all’infinito tornano».

DISEGNI DI LUCE. I sali d’argento. Com’è noto Joseph Nicéphore Niépce, anche lui come Angioy personaggio storico reale, ha un posto importante nella storia della fotografia per essere stato il primo a fissare su lastra un’immagine disegnata dalla luce. Nell’Atto III di “Morire per una notte”, spostata da Todde l’azione al 1840 nell’interno dell’appartamento cagliaritano di una Galatea ormai settantenne, da una lettera del suo ex amante che la donna ora rilegge sappiamo che la scoperta ha la data del 2 luglio 1827: «Fa tutto l'argento! Tutto l'argento, Galatea! L’ho chiamata l’orma del sole. Ho fermato il mondo, Galatea». Il mondo s’è fermato su una lastra di bitume di Giudea nell’estate del 1827 così come, nell’inverno di trentaquattro anni prima, si era fermato nel letto in cui Galatea e Joseph si amavano sotto le bombe francesi. Alla fede nella Verità Joseph ha sostituito la fede in un atto minimo, quello che gli consente di usare la luce, la stessa luce nitida e implacabile che a Cagliari gli feriva la vista, per fermare il corso dei fatti, per morire al cospetto del mondo, per vincere la paura del nulla e trovare «un frammento d’infinito».

CONTRO LA PAURA. «Morire per una notte» è prima di ogni altra cosa un libro sul rapporto tra Eros e Morte. Nel solco del Freud di “Al di là del principio di piacere”, Todde pare far proprie le conclusioni del padre della psicanalisi: «In definitiva, sembra proprio che il principio di piacere si ponga al servizio delle pulsioni di morte». Il piacere di dare e di ricevere una morte definitiva, come accade in battaglia. Ma anche il piacere di una morte momentanea, passeggera, ottenuta con i modi stessi della vita. La morte per sempre e la morte di una notte d’amore come arma suprema contro la paura. La scena chiave del libro è quella in cui una donna giovane e bellissima, prima atrocemente torturata e poi ingiustamente condannata a morte, appoggia la testa, in un gesto affettuoso di abbandono e di consolazione, sulla spalla del boia che sta per metterle il cappio al collo.

PILLOLE ANTIPANICO. Ma è anche un libro, «Morire per una notte», sull’unica fede praticabile dopo il crollo di tutte le fedi. A Don Cosma Giua, prima che la vita gli sia portata via da una palla francese, una schiera di diavoli rivela che Dio non esiste; Angioy, sconfitto, dubita che alla Storia possa essere impresso un corso, «perché le cose contengono in sé una volontà loro. Sempre la stessa, sempre la stessa» (in fondo, come Aymerich). Nella Cagliari di oggi, il narratore che si svela nell’Epilogo scrive in una stanza del palazzo in cui nel 1770 nacque Galatea. «Scrivo – dice – soltanto perché non mi persuado che le cose accadano e basta». Di fronte a un tramonto di sangue (la morte del giorno), il narratore annaspa, prende le sue gocce contro il panico ma, come Galatea e Joseph, non sfugge al tempo, alle azioni, alle conseguenze. Continua a cercare un senso. E in questo ostinato resistere, se Joseph utilizzava la luce il narratore usa invece lo strumento altrettanto fragile della scrittura. Scrivere, come fotografare, è fermare il mondo, uscirne fuori pur restando ad esso inesorabilmente legati, e cercare così un segmento d’infinito come Galatea e Joseph nella loro unica notte d’amore. Sapendo che, in questa sospensione, più che nella preda il senso è nella caccia stessa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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