«I tentacoli della mafia sulla società e sullo Stato»
Su Canale 5 “Romanzo siciliano», con Fabrizio Bentivoglio e Claudia Pandolfi Lo sceneggiatore Filippo Kalomenìdis spiega come è nata la nuova fiction
SASSARI. Madre sarda, padre greco, nonna russa, bisnonna turca. L'albero genealogico di Filippo Kalomenìdis sembra un romanzo, con tante linee narrative come le storie che racconta soprattutto attraverso la televisione. Nato a Sassari, nel 1976, ha lasciato l’isola a vent’anni, affermandosi dopo diverse esperienze come sceneggiatore di serie tv. Ieri sera Canale5 ha trasmesso la prima delle otto puntate previste, ogni lunedì, del suo nuovo lavoro: “Romanzo siciliano”. Ideata e scritta con Leonardo Valenti, la serie vede al centro della storia le indagini di un colonnello dei carabinieri e di un magistrato che danno la caccia a un boss mafioso latitante. La regia è di Lucio Pellegrini.
Kalomenìdis, come nasce “Romanzo siciliano”?
«Inizialmente con Leonardo Valenti siamo stati chiamati dalla società di produzione Taodue per lavorare a uno spin-off di “Ris” da ambientare in Sicilia. Ci siamo però resi conto subito che si poteva alzare l’asticella, provare a raccontare una storia siciliana senza servirsi come in “Ris” delle indagini scientifiche che ormai sono superate dalla serialità moderna. E ricercare un racconto più complesso pur rimanendo in territorio mainstream perché si tratta sempre di una serie per una rete generalista».
Vi siete ispirati anche a fatti di cronaca?
«Abbiamo per esempio pensato ai grandi processi sulle connessioni tra politica e mafia, alla figura inquietante di Matteo Messina Denaro e siamo partiti come innesco narrativo da un fatto di cronaca che scioccò l'Italia qualche anno fa, ma che poi è stato velocemente dimenticato: quello della bomba davanti alla scuola “Morvillo Falcone” a Brindisi».
Quali sono dunque le principali caratteristiche della serie?
«L’idea è quella del thriller politico con al centro da una parte la caccia a un latitante che lavora sottotraccia, che fa della strategia della mafia silente la sua forza, dall’altra un grande processo che fa capire le connessioni tra tanti apparati dello Stato e Cosa nostra. Con uno stile realistico, tentando di trovare un’angolazione nuova in un territorio molto raccontato, puntando su personaggi che fossero forti, complessi, sfaccettati, non bidimensionali come in tante serie action sulla criminalità organizzata».
Personaggi che hanno il volto di attori importanti.
«Alzare l’asticella a livello di scrittura ha fatto sì che tutta la struttura produttiva si adeguasse e abbiamo avuto la bella sorpresa di un cast straordinario: Fabrizio Bentivoglio, tra i più grandi interpreti del cinema italiano, Claudia Pandolfi, Filippo Nigro. E poi ci sono, tra gli altri, Ninni Bruschetta, Paolo Calabresi, Alessio Vassallo».
Per delinearli come ha lavorato con Leonardo Valenti?
«Il rimpallo di idee è quello tipico di qualsiasi writers room. Si discute a lungo quali debbano essere le direzioni, le relazioni, le motivazioni dei personaggi. Finché si trova l’intesa. È stato un anno e mezzo di scrittura molto impegnativo, ma appassionante».
Il successo delle serie tv americane sta cambiando il modo di pensare anche la fiction italiana?
«Non solo americane. La produzione seriale è in continuo avanzamento e un modo di raccontare diverso, di respiro internazionale, va tenuto in considerazione anche dalle reti generaliste. Questa è la mia opinione. Lo spettatore è diventato un grande consumatore di serialità, un’esperienza sempre più di qualità che uno si porta dietro per parecchio tempo, un grande romanzo d'appendice nell’accezione più nobile del termine».
Una serie che consiglierebbe a tutti come esempio di grandissima scrittura?
«Tante che parlerei soprattutto di linee editoriali, di Hbo, di Netflix. Stanno costruendo quello che è il vero il romanzo contemporaneo. Hanno un contatto con la realtà fortissimo, una capacità di raccontare unica».
Provo io fare un titolo: “Breaking Bad”. Cosa ne pensa?
«Parliamo di una serie spartiacque in termini di qualità, di potenza dei personaggi. L’evoluzione di un percorso iniziato a mio parere sedici anni fa con “I Soprano”, uno dei grandi romanzi della serialità moderna. In “Breaking Bad” emerge poi chiaramente la mescolanza dei generi, la grande ricchezza che ha la serialità rispetto al cinema. Aprire finestre su così tanti mondi e dipingerli con colori diversi».
Della Sardegna cosa si porta dietro nel suo lavoro?
«Ho tante radici. E per me è una ricchezza perché credo consente di avere una facilità ad entrare nei contesti nelle storie che vai a raccontare, anche quando non ti appartengono, come può essere la Sicilia in questa serie. Il rapporto con la Sardegna rimane per me fondamentale, ci ho vissuto sino a vent’anni, ci torno ogni estate e a Natale. Resta sempre la prima casa tra le tante che ho nella mia dimensione zingaresca».
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