Stefano Bollani, un alieno tra il serio e il giocoso
A Cagliari il pianista milanese ha dato vita a un vero e proprio spettacolo di “morphing” musicale
CAGLIARI. Mai serio fino in fondo. Né del tutto giocoso quando tale. È una costante di Stefano Bollani. Nel corso della carriera - dalla «Gnosi delle fanfole» fino ai dischi più recenti - così in ogni singolo concerto. Come quello solistico di mercoledì, all'Auditorium del Conservatorio per la rassegna Forma e Poesia nel Jazz, in coproduzione con Sem (Spettacoli e Musica). Burla e riflessione, infatti, paiono contaminarsi a vicenda. L'una contiene sempre dell'altra almeno un atomo, e viceversa. Ma vien sospetto che per Bollani sia cosa spontanea, naturale, nient'affatto costruita. Derivante da un modo personale di prendere la vita.
E se Nietzsche con arguta ironia scriveva «Maturità dell'uomo: significa aver ritrovato la serietà che si aveva da piccoli nel gioco», dal canto suo Bollani pare suggerirci il paradosso: che lo humour sia cosa serissima perché nulla al mondo lo è del tutto. Cosicché, potrebbe essere questo quell'unico precetto di cui si parla alla fine di “Arrivano gli alieni”. Brano che ha dato titolo al concerto, nonché all'ultimo suo album (uscito nell'autunno 2015). “Arrivano gli alieni/per tentare un clamoroso esperimento/questa volta ci tocca di obbedire/solo ad un comandamento/Non è più come una volta/quando sbarcarono a impartire la lezione/ne han dati una decina a una popolazione:/ed è successo un putiferio!” Umorismo sagace e sottile pure quello di “Microchip”, dove immagina che la ben nota piastrina in silicio possa essere d'aiuto alla gestione di una vivace e numerosa famiglia partenopea. Ma oltre queste “canzonatorie canzoni”, non mancano, ovviamente, le sue consuete e vertiginose sessioni improvvisative. Destreggiandosi fra il pianoforte ed una Fender Rhodes (tastiera elettrica molto in voga nel jazz fra gli anni '50 e '70) parte spesso, come suo solito, da un tema relativamente semplice, sviluppandolo poi in variazioni di squisita e affascinante complessità. Giocoliere del ritmo e della modulazione, manipolatore instancabile di profili melodici, Bollani applica perfettamente alla musica l'effetto video-digitale del cosiddetto “morphing”. Collaudatissimo, suo vero e proprio marchio di fabbrica. Ad esempio, pochi come lui, dall'elaborazione intricatissima e virtuosistica di alcuni temi hard-bop saprebbero far emerge, molto gradatamente, la celeberrima «Magic moments» di Bacharach, ritardandone il più possibile il riconoscimento. Proprio ciò gli permette di mescolare serio e faceto, nobilitando a suo modo i motivi più pop e leggeri; deformando, invece, con tono dissacrante quelli più colti. La Fender Rhodes gli consente oltretutto alcune originali atmosfere, che quasi sfiorano a tratti Steve Reich, l'ambient e la minimal music ibridandoli al jazz.
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