La Nuova Sardegna

Gesuino Nemus torna E non piange mai

di Roberto Sanna
Gesuino Nemus torna E non piange mai

«Vincere il Campiello Opera prima mi ha cambiato la vita»

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SASSARI. Il Campiello ti cambia la vita. Matteo Locci sforna il secondo capitolo della vita di Gesuino Nemus, al quale concede ancora l’onore di firmare il libro “I bambini sardi non piangono mai” uscito nei giorni scorsi per Elliot, e nel frattempo conduce un’esistenza scandita dal suo status di vincitore del Premio Campiello Opera prima col romanzo ambientato nei Tacchi d’Ogliastra “La trilogia del cinghiale”. Anche questo secondo capitolo è ambientato nel territorio di Telèvras e Gesuino, rientrato a casa dopo diversi anni trascorsi in un manicomio, si trova alle prese con due morti nel suo paese mentre scrive il suo nuovo libro ambientato nella Sardegna del 1968, quando la passione indipendentista bruciava fortissima. Gesuino pensa sempre che nessuno mai vorrà pubblicare quel libro e in questo passaggio c’è tanto della storia personale di Matteo Locci, scrittore ogliastrino che a lungo ha coltivato la sua passione segreta prima di diventare famoso all’età di 58 anni.

Il primo libro lo ha scritto in quarant’anni, per il secondo invece quanto ha impiegato?

«In realtà la casa editrice ha in mano tantissimo materiale che ho scritto in questi anni, quindi sto procedendo diversamente. Per fortuna mi stanno assecondando, nel senso che mi lasciano libero di seguire il percorso che Gesuino Nemus annuncia di volta in volta. Penso che per il terzo sarò pronto l’anno prossimo. Questo secondo nasce da un nucleo di settanta-ottanta pagine originariamente contenute nella “Trilogia del cinghiale”, che sono state estrapolate e poi sviluppate autonomamente. Al loro posto avevo lasciato soltanto l’annuncio di un prossimo librodi Gesuino».

Vincere il Campiello ha cambiato la sua vita?

«Onestamente sì e in meglio. Sono felice di fare questo “Campiello tour”, mi permette di vedere molti posti nuovi e spesso a me sconosciuti, in un contesto bellissimo e con un’organizzazione fantascientifica. Forse qualcuno può essere abituato a tutto questo, onestamente io vengo da contesti, come dire, più caserecci. E devo confessare che mi emoziona vedere in prima fila alle mie presentazioni personaggi importanti come il presidente di Confindustria. Un’esperienza che mi ha regalato tantissime novità, compreso un approccio migliore col pubblico, situazione che prima quasi sfuggivo. Mi chiedono tantissimo della Sardegna e in maniera diversa da quello che uno si aspetta».

In che senso?

«Poche domande folcloristiche, poche sul cibo. Molte invece pertinenti, interessanti, e vengono da gente preparata e informata su di noi. Continuano a considerarci veramente un popolo, ci apprezzano, sono curiosi di scoprire i risvolti della nostra identità. C’è anche tanta gente informata sugli scrittori sardi, una signora mi parlava di Marcello Fois e Michela Murgia, hanno di noi un’immagine colta. Davanti a tutto questo, penso che noi sardi dovremmo avere una maggiore autostima. Ho spiegato da poco che i bambini sardi che non piangono sono quelli che rifiutano di seguire le orme di certi padri, che chiudono il serbatoio della criminalità».

Il secondo libro in che modo è più difficile del primo?

«La paura di sbagliare c’è, non si può negare. Anche perché affronto un argomento difficile come quello dell’indipendenza. Difficile e scivoloso perché “in medio non stat virtus”, nel senso che nei discorsi che si fanno normalmente o sei del tutto banale oppure scadi nell’eccesso di retorica. Un rischio che ho corso scientemente, sarebbe stato più facile raccontare la vita di Simon Mossa piuttosto che ripercorrere gli anni nei quali era tangibile la presenza di Barbagia Rossa o si parlava della Sardegna come di una nuova Cuba. Del resto bisogna anche avere il coraggio di rischiare di essere banali riportando le chiacchiere da bar. Figuratevi che io i discorsi sull’indipendentismo in Sardegna le faccio dire a una capitano dei carabinieri che chiacchiera in auto con un suo collega».

In uno dei capitoli è presente anche un forte richiamo ad Antonio Gramsci.

«Il vero bambino sardo che non piange mai è lui. Credo che la sua vita debba essere un esempio per tutti, la sua semplicità, il suo impegno, la sua grande applicazione allo studio. Dovremmo imparare a guardare Gramsci da questa prospettiva, piuttosto che soffermarci sull’analisi delle opere. Quelle sono belle e anche molto complicate, ci vorrebbero venti lauree per studiarle e interpretarle, non sono per tutti. Invece la sua vita e le sue idee semplici possono essere un punto di riferimento per chiunque. Del resto è il mio approccio personale con tutti i grandi personaggi, quello di inquadrarli in una dimensione diversa».

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