Ervas incastrato da uno spacciatore
L’accusa di un balordo bloccato dalla polizia: «Ha tentato di assoldarmi per uccidere Caruso»
di LUCIANO MARROCU
Parcheggiata l’automobile in via dei Volsci, mi sentii in dovere di salire sino a casa sua. La casa era in condizioni deplorevoli, piatti maleodoranti si erano andati ammucchiando nel lavandino di cucina, formando colonne oscillanti. Pescava direttamente dalle lattine le quantità di tonno Nostromo e carne Manzotin necessarie al suo sostentamento. Nei tempi felici in cui Itria, una mia simpatica conterranea, piccola ma vigorosa, gli aveva tenuto a posto la casa, i libri formavano nei corridoi dotti e ordinati grattacieli. Ora ponderosi volumi giacevano per terra, spesso semiaperti.
Mi parlò di guai e di fastidi. Non era versato nell’arte di evitarli, i guai. Quanto ai fastidi, erano tali e tanti che ormai li percepiva come il respiro stesso della vita. Quando gli chiesi come fosse stata quella settimana in gattabuia, mi disse che non era stata un’esperienza inebriante, questo no, però la si poteva definire interessante. Aveva avuto un compagno di cella da cui era rimasto profondamente colpito. Versato alla poesia, anche se a mala pena aveva fatto la terza media. Si trattava, disse ammirato, di uno dei più abili truffatori di Roma, il terrore delle vecchiette. Entrato in argomento denaro, passò a parlare di investimenti finanziari, una materia su cui si sentiva competente. Rimproverava la mia svagatezza nel trattare le questioni finanziarie.
«Dovresti farti pagare anticipi più sostanziosi. Quanto al tuo editore, gli dovresti urlare in faccia quello che Norman Mailer urlò in faccia a Bennet Cerf, uno dei fondatori di Random House: “Tu non sei un editore, sei un dentista”».
«Tu pensi che io sia colpevole?» mi chiese, prendendomi alla sprovvista.
«No» risposi.
Mi sembrò, a questo punto, di cogliere in lui una voglia di dirmi qualcosa. Come se mi volesse confessare una colpa. «Hai voglia di dirmi qualcosa?» aggiunsi.
«Non l'ho ammazzato io» disse. Il tono era quello della confessione. «Non l’ho ammazzato io. Almeno nel senso che si attribuisce al termine ammazzare».
«In qualche altro senso sì, dovrei dedurne».
«Per mesi, giorno e notte, ho desiderato che morisse».
«Dubito che questo possa bastare a fare di te un assassino».
«Sai per quale motivo ho desiderato che morisse?»
«Lo immagino».
«Tu pensi che il motivo sia Giulia, il fatto che me l’ha rubata».
«Non è così?»
«Lui ha fatto di peggio, l’ha banalizzata. Comunque, aspettavo questo arresto, sapevo di essere stato scelto».
«Certo, eri il più facile da prendere di mira, c’era il fatto che sei stato tu a trovare Caruso morto, c’erano i dissapori con lui».
«Non c’entrano nulla i miei dissapori con Caruso. Io sono il prescelto».
«Perché il prescelto?»
«Lo sanno loro il perché. Qualcuno doveva essere scelto e hanno scelto me. La piuma che ondeggia nell’aria si dovrà pur posare da qualche parte. Tu non lo sai perché si posa su di te, lei lo sa. Rimane il fatto che sei stato scelto e che in fondo era quello che a cui agognavi. Loro sono il potere e io nuda vita, mera vita indifesa. Le leggi, le norme, sono solo un travestimento: la sostanza è che sono stato scelto. Loro possono tutto e io niente».
Più tardi, in altre circostanze, avrebbe dato un’interpretazione diversa della sua posizione, assegnandosi questa volta un ruolo attivo: «Non si può scegliere per quale via penetrare nella fortezza. Se necessario bisogna essere pronti a percorrere le fognature più immonde».
Quindi, quello fu il primo arresto di Ervas, a pochi giorni dalla morte di Caruso. Durò poco e ci restituì Ervas in condizioni non peggiori di prima. Il secondo arresto fu invece un fulmine a ciel sereno. Me ne informò il suo avvocato, Ennio Ruozzi. Brevemente, per telefono: se volevamo altri particolari – aggiunse – ci aspettava. Nel suo studio lussuoso, in via della Mercede a pochi metri da Sant’Andrea delle Fratte – la Treccani ben in vista dietro la sua scrivania, alle pareti diverse tele di Schifano – ci raccontò come il magistrato inquirente, lo stesso Vindice Carboni, si fosse di nuovo convinto che fosse stato Ervas ad uccidere Caruso».
A far precipitare la posizione di Ervas, era saltata fuori una nuova testimonianza, rendendo credibile l’incredibile, e cioè che quell’uomo ritenuto dai più incapace di far male a una mosca avesse alzato il coltello e avesse colpito con il preciso scopo di far fuori chi gli aveva sottratto la donna che amava. Senza la certezza, per altro, di poter rioccupare il posto che la sua stessa violenza omicida aveva reso vacante.
Un giovane spacciatore preso con una partita di cocaina dalle dimensioni fuori dall’ordinario e per questo costretto dalla polizia a parlare, aveva fatto il nome di Ervas. A sentire Torquato Domizi – così si chiamava lo spacciatore – Ervas aveva tentato di fare di lui un killer. Forse killer era una parola grossa, ma sulla proposta di Ervas non c’erano dubbi: avrebbe avuto tanti soldi se avesse fatto fuori Caruso. Se poi la polizia aveva preso per buona la versione di Domizi, era anche perché Domizi era stato tutt’altro che convincente nel difendersi. Sì, gli sarebbe piaciuto che Caruso tirasse le cuoia, aveva ammesso. Ammetteva di esser confuso. La confusione mentale: questa non la negava.
Attilio Ruozzi l’avevo consigliato io ad Ervas, quando, al momento del primo arresto, mi aveva chiamato da Rebibbia. Ora, a sentirlo parlare con quell’aria distaccata dei guai del mio amico, quasi mi pentivo, anche se poi Ruozzi era a suo modo un vero principe del foro. Uno che i processi più che vincerli li aggiustava. Gli avvocati di quel tipo formano una consorteria, giocano a calcetto al Circolo Canottieri, vanno a cena negli stessi ristoranti e, ça va sans dire, si ritrovano una domenica sì e una no nella tribuna vip dell’Olimpico per la partita della Lazio. Ruozzi era un po’ il capo riconosciuto di questa ghenga. Detto questo, avevo una grande considerazione di Ruozzi, ne ammiravo l’energia, anche se il suo vitalismo aveva qualcosa di primitivo. Ruozzi non era attraversato da dubbi esistenziali, l’idea di peccato neppure la capiva, ma sapeva bene cosa voleva dalla vita.
8. CONTINUA
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