La Nuova Sardegna

Come ti “aggiusto” il testimone

di LUCIANO MARROCU

Incontro riservato al bar per convincere, con le buone o le cattive, l’accusatore di Ervas a ritrattare

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di LUCIANO MARROCU

Avevo conosciuto Ruozzi tra gli umidori di una sauna, quella dei Canottieri, di cui -è ora che lo confessi- so-no socio. Mi si avvicina questo tipo, fisico asciutto, non gli avresti dato i suoi settant'anni, e mi dice: «E tu cosa ci fai qui?« Le saune e gli spogliatoi hanno il potere di creare quel clima di torbida fraternità maschile che i maligni chiamano omoerotica. Continuavo a domandarmi cosa giustificasse quel tu così disinvolto ma fu lui a dirmi che, avendomi notato al Circolo, aveva raccolto le sue informazioni: ero un professoro-ne, uno di quelli con la pi maiuscola. Io feci per un po' il ritroso, ma in realtà mi sentivo lusingato dalle sue attenzioni.

«La mia vera passione sono le tresche» disse a un certo punto «ma è la professione legale che mi dà da vivere. Sono a tua disposizione.»

«Non ho bisogno di un avvocato» gli dissi. «Per ora, almeno.»

«E' qui che ti sbagli. Mi hanno detto del tuo concorso, so tutto.»

Ruozzi nutriva un interesse pettegolo verso la vita accademica, specie nei suoi aspetti più loschi. Gli piaceva essere informato sulle vicende concorsuali più significative così come sulle elezioni dei rettori delle sedi più importanti. Privilegiava Medicina e Legge, ma non trascurava la facoltà di Lettere. Quanto alla faccenda a cui aveva alluso, era ciò che di più banale e comune potesse capitare. Sul mio concorso a ordinario, che si era concluso un anno prima, pendeva il ricorso di uno dei perdenti, un tipo tosto e anche molto stimato nel giro dei filosofi morali. La faccio breve, la sera stessa ero nello studio di Ruozzi a sentirmi proporre una strategia per conservare il mio posto da ordinario.

«Quello copia, Giacomo». Già mi chiamava per nome. «Copia a man bassa, è impossibile che abbia pubblicato quella roba là senza copiare. Che copia, glielo si legge in faccia.»

Si riferiva, Ruozzi, alla fotografia del mio malcapitato rivale che in un batter d'occhio aveva scovato su Internet. Mi vergognavo, lo ripeto, di aver vinto quel concorso.

Ma Ruozzi continuava, implacabile. «L'università italiana è dominata da bucanieri, altro che i baroni d'una volta. Una mafia, te lo dico io. Tutti intrallazzano, oppure offrono le proprie mogli in cambio di una cattedra, o i mariti, se capita. Il sesso è diventato la moneta corrente, l'equivalente universale della merce successo.»

Naturalmente Ruozzi aveva ragione. A proposito del mio concorso, voglio dire. Superando le mie perplessità era andato avanti con i suoi metodi, facendo arrivare al mio concorrente un plico anonimo, contenente la prova provata del suo plagio. Dopo pochi giorni, il ricorso venne ritirato, così che per la seconda volta fui incoronato professore di prima fascia.

Insomma, Ruozzi sapeva come aggiustare le cose e avrebbe trovato rimedio a quell'ultima tegola cascata sulla testa di Ervas. Disse che toccava a me e a Soddu convincere l'accusatore di Ervas a ritrattare («Prima minacciatelo e solo dopo parlate di soldi»). Lì per lì borbottai che non era nostra abitudine subornare testimoni. Soddu, che sino a a quel momento aveva seguito la conversazione con aria distratta, a quella proposta sembrò invece rianimarsi. «A me va bene», disse, stringendomi forte un braccio, quasi a impormi di stare zitto.

Sapevo bene quali attrattive potesse avere per Soddu una escursione a Pietralata. A Pietralata, e più esattamente a via Silvano, stava quel Tarquinio Domizi che secondo gli illuminati consigli di Ruozzi io e Soddu dovevamo “aggiustare”. Soddu, questo amico mio, l'unico amico mio, con tutto che il più delle volte mi sembra un rincoglionito.

Soddu ama profondamente il comunismo, non quello reale ma quello che ha immaginato e di cui ha dottamente discusso per almeno quarant'anni. Proprio per questo gli voglio bene. Per parlare del comunismo senza chiamarlo per nome usa metafore cervellotiche, senza però riuscire a nascondere l'oggetto della sua passione. Stati d'animo ispirati (bandiere rosse al vento, un pensiero commosso al Muro dei Comunardi) che mi chiedeva di condividere. Io facevo del mio meglio, ma non erano solo o tanto le sue convinzioni politiche ad essermi estranee quanto l'incantamento. Avevo avuto accesso, in alcuni momenti, all'incantamento amoroso, ma quello ideologico non era per me. Si trattava di un guasto della parte di me preposta alle funzioni più elevate, un guasto ab origine, ho paura. Quando Ruozzi aveva menzionato Pietralata, e poi ancora via Silvano, Soddu aveva drizzato le antenne. Soddu aveva vissuto a Pietralata e aveva eletto la sezione Pci di via Silvano a palcoscenico di una delle sue più appassionate stagioni di militanza. Mentre mi destreggiavo nel traffico della Nomentana, Soddu, seduto al mio fianco, ricordava cos'era via Silvano prima che il sindaco Petroselli facesse eseguire i lavori di rialzo stradale che la rendono oggi vagamente abitabile: dopo le prime forti piogge di novembre ci si andava in barca per via Silvano, Pietralata, si è allagata/Pietralata, si è allagata cantavano i ragazzi.

Torquato Domizi ci stava aspettando di fronte al bar Colombia, in via Silvano. Gli accordi li aveva presi Ruozzi e, contraddicendo quanto ci aveva detto poco prima, prevedevano oltre alla durata dell'incontro («Tre quarti d'ora: come una troia di livello medio») anche la tariffa («Trecento euro, idem come sopra»).Va da sé che i trecento euro dovevamo metterli noi.Un'apparizione fantasmagorica, quella di Domizi: colorati arabeschi arrampicandosi lungo le braccia arrivavano fin sulle spalle per poi congiungersi nel collo, mentre sul petto, resa visibile da una canottiera traforata, ti guardava rapace l' aquila laziale.

«Domizi?» chiesi ardimentoso.

«E tu sei Sirigu, ti riconosco, non sei cambiato per nulla. Tipo: carisma zero.»

«Con me c'è il professor Soddu….» dissi.

«Conosco anche lui. Fa sempre lezione alla 76 bis, professor Soddu?»

«Ha frequentato le mie lezioni?» chiese Soddu.

«Te pare che me spallavo con Sanscrito. Andavo qualche volta alle lezione di quello là, di Sirigu. M'attizzava il dilemma morale.» Poi rivolto a me, che non riuscivo a levare lo sguardo dal suo tatuaggio : « Te ce devi rassegnà, Sirigu: avemo vinto la battaglia culturale, er popolo se può tatuare».

9. CONTINUA

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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