The times they are a changin’
Al cantante Usa il premio per la letteratura: i suoi testi sono grande poesia
WALTER PORCEDDA. Un Nobel per Bob. A sorpresa la prestigiosa istituzione svedese ha premiato ieri per la letteratura il folksinger, 76 anni, da sei decadi in pista, perché ha creato «una nuova espressione poetica dentro la grande tradizione della canzone americana». Singolarmente la notizia arriva lo stesso giorno in cui scompare un altro amatissimo Nobel, Dario Fo, anch’egli premiato per la letteratura nel 1997. E la sensazione è come se ci fosse stata una sorta di invisibile staffetta tra due personaggi e artisti immensi, ma decisamente proprio fuori dagli schemi e dalla perbenistica valutazione di tanti estabishment intellettuali e accademici. Diavolo di un Nobel che quando meno te l'aspetti sposta più in alto l'asticella, incurante delle critiche, scontate e già pullulanti nei siti di mezzo mondo.
Così fu anche per Fo. Un letterato? Semmai un teatrante e basta. Come se la letteratura dovesse terminare dentro le pagine di un libro e non invece, come accadde proprio per Fo, diventare cultura palpitante di attualità, segno evidente dei tempi che cambiano. Le parole, le invettive e le critiche a una società in trasformazione, le denunce dei mali e delle miserie umane, dal “Mistero Buffo” in poi hanno fatto il giro del mondo, lette e tradotte in tante lingue: cioè letteratura che si fa portatrice di idee e cultura. Esattamente come accade oggi per il menestrello Dylan. Un musicista, un cantante si dice, come fossero arti da ridurre dentro un recinto; come se le parole, da “Like a Rolling Stone” a “Blowin in the Wind” o “Knockin on Heaven's Door” non fossero versi che si fanno poesia, scrittura che diventa letteratura amata, letta, studiata. Versi cantati, come furono quelli di Dante o di Shakespeare. Letteratura cioè che riverdisce e muta gli accenti della comunicazione tra gli uomini. Specchio dettagliato della realtà, capace di raccontare i tormenti e le passioni, gli accidenti e le gioie di uomini e donne qualunque.
Quelle che da sempre popolano lo sterminato songbook di Dylan, portate in scena in quel Neverending Tour che instancabile conduce l’artista americano a esibirsi in ogni parte del pianeta. Senza smettere mai di confrontarsi con la tradizione letteraria e musicale americana e anglosassone, innovando linguaggi e poesia. Testimonia un successo incredibile, fatto di oltre centoventicinque milioni di dischi venduti, come le decine di album che pubblica regolarmente dal 1963: dal primo omonimo disco del 1962 che lo ritrae giovanissimo, berretto blu sul capo e chitarra in mano, fino all’ultimo “Fallen Angels”. Album questo che segue di un solo anno “Shadow in the Night”, entrato con prepotenza nelle top ten di molti Paesi, omaggio a Frank Sinatra, che Bob reinterpreta con voce e timbro incredibilmente morbidi. Stessa linea spiazzante per “Fallen Angels”, ideale continuazione di di “Shadow in the Night”, dove l’artista ha scelto brani molto diversi tra loro tratti dal repertorio di compositori come Harold Arlen, Sammy Cahn e Carolyn Leigh e Johnny Mercer. Segno della incessante opera di ricostruzione di una memoria popolare da parte di un artista che fruga nel passato e tira fuori, irriverente e deciso, storie e dilemmi perduti di un grande Paese, scavando dentro il suo inconscio più profondo e nascosto. E’ così a maggior ragione nei dischi registrati in studio, frutto di un lavoro ricercato. Ognuno di questi è un capitolo a sé stante di una lunga saga. Sì, proprio come un capitolo di un libro in cui il letterato Dylan racconta fatti e i misfatti del perduto sogno americano. Non occorre andare molto indietro e perdersi in una discografia da capogiro che annovera titoli come “The Times They are A-Changin” del 1964 e i successivi “Highway 61 Revisited” del 1965 o “Blonde on Blonde” del 1966 o le puntate incredibili dei Settanta, da “Self Portrait” alla colonna di “Pat Garrett e Billy the Kid” agli altri “Before the Flood” a “Blood on the Tracks”, i magici “Basement Tapes” del 1975, e poi “Desirè”, “Hard Rain”, “Street legal”, l'immenso “Slow train coming”. O, citando a braccio i vari “Infidels”, “Oh Mercy” etc.... Basta soffermarsi agli ultimi album in studio, dal potente “Time out of Mind” del 1997 a “Love and Theft” (2001) ricoperto di candidature ai Grammy all'amatissimo “Modern Times” del 2006, “Together Through Life” del 2009 e, soprattutto, l’ultimo “Tempest” del 2012, che racconta di città sbilenche e lividi orizzonti su un mondo marcio, un affresco definitivo e non consolatorio, come un dramma shakespiriano della nostra contemporaneità. Una umanità perduta proprio come accadde nel Titanic che rivive dentro “Tempest”: quarantacinque strofe per quindici minuti, con uno sguardo pieno di compassione per l’enorme tragedia di un mondo sull'orlo di un abisso.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
