Come lui anche Lessing, Pinter e Jelinek
«Anche se so che dell’Impero al tramonto è rimasto solo sabbia/ Che scivola via dalle mie mani/ Rimango fisso qui, sempre completamente sveglio/ La mia stanchezza mi stupisce, sono inchiodato per...
«Anche se so che dell’Impero al tramonto è rimasto solo sabbia/ Che scivola via dalle mie mani/ Rimango fisso qui, sempre completamente sveglio/ La mia stanchezza mi stupisce, sono inchiodato per terra / Non ho nessuno da incontrare/ E le antiche strade vuote sono troppo spente per sognare». Sono versi di “Mr. Tambourine Man”. Versi da Nobel? Sì versi da Nobel, come molti altri della sterminata produzione di Bob Dylan. Scritti nel 1965, a metà del decennio in cui una generazione intera pensò che fosse possibile strappare l’uomo a se stesso e renderlo capace di costruire un mondo di libertà, di pace e di giustizia. Dylan partecipò in vari modi a quel movimento, ma non è riducibile ad esso. «Hey Mr.Tambourine Man, suona una canzone per me/ Non ho sonno e non vado da nessuna parte». Non vado da nessuna parte: come tante altre cose di Dylan, un testo irrimediabilmente distante dal mondo, pur essendo nel mondo totalmente immerso. Altri, come Dylan, non sono andati a ritirare il Nobel: Doris Lessing, Harold Pinter e Elfriede Jelinek. C’è stato anche chi, come Sartre, lo ha rifiutato. Ma nessuno dei “poeti laureati” dagli accademici di Svezia è estraneo alla liturgia del Premio quanto il menestrello di Duluth. Perché, allora, stupirsi se Dylan vuole sfuggire alla sua leggenda? (cos.c.)
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