«Da Trump a Le Pen, chiudersi in un fortino è una scelta sbagliata»

Serve invece un’alta capacità di reciproca comprensione La Sardegna è da sempre terra di incroci e di accoglienza

“Le culture uniscono i popoli”: è questo il titolo della lectio magistralis che Salvatore Settis terrà a conclusione dell’incontro – il cui tema è lo stesso della lectio – che il Fai Sardegna ha organnizzato per lunedì prossimo dalle 10 alle 13 al teatro Massimo di Cagliari. In un momento in cui il Mediterraneo è diventato il centro di un processo migratorio di dimensioni epocali che, da Trump ai populismi europei, innesca inquietanti reazioni di chiusura identitaria, i temi affrontati dall’iniziativa del Fondo Ambiente Italiano sono di strettissima attualità. Ne abbiamo parlato con Settis, archeologo e storico dell’arte, accademico dei Lincei, dal 1999 al 2010 direttore della Scuola Normale Supeiore di Pisa.

Il Mediterraneo, un’area in cui culture diverse si sono confrontate e scontrate e però spesso hanno anche saputo intrecciare i fili del dialogo. Oggi a prevalere è il conflitto. Che cosa ha determinato questo passaggio?

«Il fattore principale è probabilmente una tendenza delle varie culture a chiudersi come in altrettante fortezze. Pare un paradosso, vista l’imperante retorica della globalizzazione. Ma alla globalizzazione dei mercati non corrisponde un’adeguata globalizzazione culturale, che implicherebbe non (come nel mercato) la competizione per la vittoria del più forte, bensì un’alta capacità di mutua comprensione».

Quali sono, nell’area mediterranea, i fattori culturali comuni sui quali si può far leva per rilanciare il dialogo?

«Dovremmo cominciare da elementari nozioni storiche, che attraverso eventi del passato suscitino curiosità e ipotesi sul futuro. Per esempio: il Mediterraneo come mare di pace nei secoli dell’impero romano. Altro esempio: la filosofia, la scienza, la biologia, la medicina greca che vengono recepite e trasmesse, nel Medio Evo, non in Grecia o in Italia ma a Bagdad o in Siria, e risorgono in Europa solo assai più tardi (anche oggi vi sono molti testi scientifici dell’antica Grecia perduti in originale, e conservati solo in traduzioni siriache o arabe). O i “numeri arabi” (in realtà di invenzione indiana), che entrano in Europa attraverso un matematico pisano, Leonardo Fibonacci, che aveva studiato con maestri arabi. Se questo è accaduto nel passato, perché non dovrebbe accadere ancora? Nell’una come nell'altra direzione?»

In Europa riemergono spinte molto forti alla chiusura nazionalistica, in alcuni casi esplicite rivendicazioni di purezza razziale. Spettri che si pensavano svaniti ritornano. Che cosa opporre a tutto questo?

«Tanto per cominciare la certezza scientifica che le razze non esistono. E poi le informazioni storiche sulle perversioni mostruose delle persecuzioni razziali (a cominciare dalla Shoah), ma anche lo sterminio dei cosiddetti Indiani d’America, le culture dello schiavismo, le mille oppressioni degli esseri umani su altri esseri umani. Ma questi dati negativi, per quanto terribili, non bastano: bisogna offrire speranza per il futuro, e questa speranza non può che agganciarsi al tesoro più prezioso che abbiamo: l’innata curiosità degli umani per le altre culture, il desiderio di conoscere e farsi conoscere, di raccontarsi e di ascoltare racconti. In una terra di accoglienza e di incrocio di culture come la Sardegna, questa luce mi sembra più evidente che mai».

Negli Stati Uniti le recenti misure anti immigrati approvate da Donald Trump hanno scatenato indignazione e proteste. Ma Trump è stato eletto da un’America profonda che quelle misure approva.

«L’America che ha eletto Trump non è necessariamente l’America di Trump. La chiusura che il nuovo presidente Usa manifesta è intrisa di un’arroganza che appartiene alla sua classe sociale, e fa tutt’uno con la sua ricchezza sterminata e con il suo disprezzo per le regole. Ma per lui hanno votato in prevalenza persone di stato sociale (e reddito) medio-basso. Ciò vuol dire che la sua attitudine sciattamente populista ha trovato un terreno fertile, da lui identificato per l’istinto da pescecane che lo caratterizza. Ma vuol dire anche che i suoi avversati (nel Partito democratico, ma anche fra gli stessi repubblicani) non avevano saputo cogliere questa ondata di scontento che si è poi canalizzata su Trump. In ogni modo, quando vince un candidato che ha avuto quasi tre milioni di voti in meno del candidato che ha perso, c’è qualcosa che non va nelle regole della democrazia americana».

Il riflesso condizionato che porta alla chiusura ed esclude il dialogo passa anche attraverso la riduzione degli spazi di democrazia? È questo ciò che si è tentato in Italia con la cosiddetta riforma della Costituzione?

«La fallimentare riforma della Costituzione tentata da Matteo Renzi & C. è morta e sepolta, ma la rubricherei più semplicemente come un tentativo, presuntuoso ma sgangherato, di correggere il sistema in favore di un "partito del capo" in cui potesse trionfare l'egolatria di Renzi, che il gruppo dirigente del Partito democratico ha lasciato crescere impunemente. Nonostante la bruciante sconfitta del referendum, Renzi (un professionista del bluff) sta cercando di fare come se niente fosse, dettando le (sue) regole e spiegando anche al presidente della Repubblica quando e come sciogliere le camere. Più spazio daremo ai suoi deliri, più si ridurrà in Italia lo spazio della democrazia».

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