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di Daniela Paba
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Come nelle commedie amare di Eduardo, i fantasmi ritornano. I fantasmi di Portopalo – vittime nel 1996 del naufragio negato di circa trecento indiani, pakistani e tamil – riprendono consistenza nella...

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Come nelle commedie amare di Eduardo, i fantasmi ritornano. I fantasmi di Portopalo – vittime nel 1996 del naufragio negato di circa trecento indiani, pakistani e tamil – riprendono consistenza nella docu-fiction di Beppe Fiorello, trasmessa una settimana fa da Raiuno (sei milioni di spettatori). E sulla scia del successo tv torna in libreria, arricchito di un nuovo capitolo, il libro inchiesta di Giovanni Maria Bellu che, alla luce di quanto accaduto in questi anni, rivela come le paure di allora siano le stesse di oggi. Tredici anni dopo, il suo libro torna attuale.

La prima sensazione è che intanto il contesto si sia imbarbarito non poco...

«I fantasmi di Portopalo sono diventati i fantasmi dell’Europa. Quello che nel 1996 i pescatori fecero – vergognandosene e per la necessità economica di non interrompere la pesca – non raccogliere quei corpi e ributtarli in mare, adesso è la politica di alcuni stati europei. Nel momento in cui tu costruisci muri sapendo che buona parte delle persone vengono da te per salvarsi la vita, in realtà stai facendo un’operazione di occultamento di responsabilità e di occultamento di cadavere, perché una parte di quelle persone immancabilmente moriranno».

Ci sono responsabilità politiche per questo?

Le responsabilità sono europee e mondiali. L'Italia è il paese che su questo fronte ha le politiche più aperte, in sintonia con le regole internazionali. E’ chiaro che nel momento in cui una parte dei paesi europei rifiuta di assumersi qualsiasi responsabilità rispetto all’accudimento dei rifugiati e la pressione va a cadere su un numero limitato di paesi – l’Italia è insieme alla Grecia il paese che subisce maggiormente questa pressione – è evidente che in un periodo di crisi, si creano tensioni e guerre tra poveri. Certo la politica italiana può intervenire nel migliorare il sistema di accoglienza, ma in una situazione già largamente deteriorata e resa difficile dall’assenza di una politica europea per l’immigrazione. Non credo che questo discorso possa essere affrontato a partire da una maggiore responsabilità dell’Italia. E’ uno dei fronti dove l’Italia può dire di avere la coscienza a posto, certamente più di tutti gli altri.

In Sardegna politiche di accoglienza non sono evidenti...

«La politica di accoglienza in una regione è parte della politica dello Stato. Esiste il sistema SPRAR, fatto dal Ministero dell’interno e da un certo numero di comuni che danno la disponibilità ad accogliere un certo numero di rifugiati. Attualmente aderiscono a questo sistema il 10% dei Comuni italiani. Ci sono tanti esempi di situazioni in cui l’arrivo dei rifugiati ha rimesso in moto l’economia locale. Si tratta di gestire le cose. A dicembre c’è stato un incontro in cui è stato definito il numero di rifugiati che possono andare in un comune perché ciò possa avvenire in modo equilibrato. Esiste quindi una politica di accoglienza, è chiaro che nel momento in cui c'è una sproporzione tra il numero degli arrivi e l’accoglienza sorgono difficoltà. Non è perfetta, ma è la politica dell’accoglienza fatta da un paese che è stato lasciato solo e dove esistono forze politiche, in particolare la Lega, che soffiano sul fuoco per lucrare consensi. Credo siano soggetti pericolosi per il paese. Pericolosi e irresponsabili».

Dal libro, al teatro fino alla tv: pensa che le arti possano diffondere passione per la verità dei fatti simile a quella del giornalista?

«Direi di più: è il desiderio di contribuire alla verità il motore di quanti raccontano queste storie.Tutti quelli che se ne occupano, nella forma espressiva che è loro più congeniale (la scrittura, il teatro, il film, la poesia, la canzone) coltivano questa speranza. L’indirizzo generale, su queste vicende, è stato definito, dopo la seconda guerra mondiale, quando sono stati sanciti a livello universale i diritti dell’uomo ed è stata redatta la carta delle Nazioni Unite. C’è scritto: chi scappa dalla guerra deve essere accolto. Abbiamo creduto fossero acquisiti, quei diritti, perché scritti e invece li stiamo perdendo; siamo stati educati ai principi della democrazia, ma non alla Storia: non ci hanno trasferito a sufficienza la fatica che era stata fatta per arrivare lì».

Quello che nella fiction è il personaggio di Sanna le corrisponde?

«Corrisponde a un certo modo di vivere la professione giornalistica. Nella fiction colpisce il tormento di Salvo-Fiorello che sceglie la verità a danno del proprio tornaconto personale. La fiction si è arrivati a produrla perché Beppe Fiorello ha voluto a ogni costo arrivare a questo risultato, i primi contatti con lui sono del 2006. E ha voluto arrivarci ad ogni costo perché, da siciliano, si era “innamorato” della figura di Salvo, che ha ricostruito perfettamente. Piuttosto, anche alla luce di notizie che mi arrivano da Portopalo, nella fiction non è stato restituito a sufficienza il nucleo ostile che non ha mai smesso di agire, che sta continuando ad agire».

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