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L’intervista » MARIO MORCELLINI

Precisa: «Ribalterò il titolo della conferenza di Sassari: in primo piano ci sarà la comunicazione, poi il giornalismo. Le differenze non sono solo lessicali: la comunicazione tiene conto della...

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Precisa: «Ribalterò il titolo della conferenza di Sassari: in primo piano ci sarà la comunicazione, poi il giornalismo. Le differenze non sono solo lessicali: la comunicazione tiene conto della complessità sociale, il giornalismo tende alla semplificazione». Aggiunge: «Bene ha fatto l'università di Sassari, con Antonietta Mazzette, a proporre questo incontro a più voci, ad attualizzarlo». Così al telefono da Roma Mario Morcellini, da poche settimane commissario dell’AgCom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dove si insedierà a metà marzo), ma soprattutto preside-mito di Scienze della comunicazione a La Sapienza e oggi presidente della Conferenza nazionale di una materia che prima non usava negli Atenei (quando, a metà degli anni '60, il rettore di Urbino Carlo Bo creò la prima Scuola di giornalismo, nelle redazioni italiane l’iniziativa fu sbeffeggiata e considerata un’intrusione).

Morcellini teme di correre il rischio di «una sorta di agiografia», ma è indiscutibile che «dopo un quarto di secolo si è capito che lo studio scientifico della comunicazione ha creato un movimento culturale con una specifica capacità di leggere i problemi di una società in perenne metamorfosi».

C’è anche l'informatica, perfino l’ingegneria dell’informazione.

«Certo. Ma si occupano di calcolatori e di calcoli, di tecniche, di algoritmi, sono cose decisamente utili, ma siamo su un altro scenario. Quando Scienze della comunicazione è nata, è stata attaccata da giornalisti di prima fila, da gruppi editoriali potenti perché vedevano la fine di privilegi familistici e lottizzatori. Era sembrata un’invasione di campo. Perché – come era già avvenuto negli States a partire dal codice deontologico di Walter Lippman – si introduceva non solo un metodo ma un’etica nella lettura dei fatti sociali. La comunicazione diventava un’arma di difesa del diritto di cittadinanza, allargava i saperi, portava l’analisi sociale nei fatti di cronaca, proponeva la risonanza magnetica ai fatti quotidiani. Oggi il giornalismo elargisce spesso passaporti facili per processi complessi».

Tendeva, e tende ancora, a discorsi ampiamente fondati sulla semplificazione. Il giornalista deve farsi capire ...

«Certo. Ma la semplificazione di temi complessi porta spesso alla loro banalizzazione. I discorsi pubblici diventano sloganistici. Chiediamoci perché il populismo si è così radicato non solo in Italia ma in diverse parti del mondo occidentale, dalla Francia di Marine Le Pen al Regno Unito della Brexit. Vogliamo chiederci le ragioni dell’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca? I giornali e le televisioni non hanno alcuna responsabilità? Siamo sicuri che i lettori, i telespettatori siano bene informati sul dramma dell’immigrazione? Siamo sicuri che la complessità della costruzione europea è avvertita nel modo giusto?».

Lei non è il solo a dire che certo giornalismo è in crisi.

«La crisi non è solo del giornalismo. È in crisi la politica, lo sono le istituzioni nazionali e le organizzazioni complesse, lo è tanto l’Unione europea quanto l’Onu. Il buon giornalismo, che c’è, propone spesso l’analisi affianco ai fatti. Ma è problematica la lettura, ad ampio spettro, della realtà sociale che subisce trasformazioni continue. Ripeto: il tempo che viviamo è quello del populismo ma anche della semplificazione a tutti i costi. Ma non tutto si può semplificare. Si può semplificare il tema del fine-vita? Si può dire euro sì euro no? Credo che semplificando fatti complessi si giunga a una drammatica e sconsiderata vittoria dell’amnesia dei fenomeni sociali. La semplificazione cui tendono molti leader politici – uso una parola forte – porta alla subornazione del pubblico. Il pubblico, il ricevente si mitridatizza con lo storytelling dell'emittente quotidiano»

Qual è la via d'uscita?

«Semplicemente la completezza dell’informazione che, se è appunto completa, porta al ragionamento consapevole, conduce alla complessità non alla banalizzazione. In questi giorni alla radio va in onda uno spot che dice: “È risaputo che le cose che si sentono in tram sono del tutto infondate”. Ecco: dobbiamo evitare che il giornale, la televisione, la radio siano equiparate al tram. Il giornalismo deve essere verifica costante. Il giornalismo corretto è indispensabile alla società, perciò il giornalista si deve chiedere sempre: quello che dico e scrivo, quello che trasmetto dove porta? A forza di banalizzare, il pensiero critico va a farsi benedire. Se io racconto l’immigrazione come un fatto di cronaca nera porto in una sola direzione, vedo solo un lato della medaglia e faccio una narrazione distorta».

Siamo bombardati dalle informazioni: che cosa provoca questa ipertrofia?

«C’è una sfiducia montante verso le élites che coinvolge – e siamo al paradosso – le stesse élites, che dall’opposizione banalizzano i problemi. A base di slogan oggi esse ottengono il consenso, quando dovranno governare sbatteranno il muso sulla realtà e sulla difficoltà di sciogliere i nodi».

Nel 2008 lei scriveva il libro “Oltre l'individualismo”.

«Allora sembrava che le nuove tecnologie ci avrebbero dato più democrazia. Quel modello, purtroppo, non ha vinto. C’è la crisi della partecipazione, l’informazione gridata ha reso i rapporti sempre più in conflittuali, è cresciuta la sfiducia. Servono giornalisti che siano anche comunicatori. La comunicazione corretta non fa miracoli, ma crea consapevolezza. Oggi ce n’è bisogno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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