Tra giallo e inchiesta sino alla Casa Rosada
di Alessandro Marongiu
Da oggi in edicola “L’uomo che volle essere Peròn” di Bellu
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Dar conto al lettore del libro “L’uomo che volle essere Perón” di Giovanni Maria Bellu, in edicola da oggi con La Nuova per la collana “Maestri sardi del giallo”, è compito arduo. Questo è solo il primo dei meriti di un’opera che per tipologia e qualità ha per vari motivi una compagnia, purtroppo, esigua. Vengono in mente, di titoli simili e recenti, “Qualcosa di scritto” di Emanuele Trevi, “Ferribbotte e Mefistofele – Storia esemplare di Tiberio Murgia” di Nicola Fano e il fresco e già molto discusso “Bruciare tutto” di Walter Siti: libri, più che sfuggenti, inafferrabili, in cui significati e modi, anche distanti tra loro, confluiscono e si (con)fondono per dar vita a qualcosa che è molto di più della mera somma dei singoli elementi.
Di “L’uomo che volle essere Perón” si può dire che è un romanzo con una forte impronta autoriale, oppure che è un’inchiesta giornalistica in forma narrativa, oppure ancora che è un diario privato in pubblico, e da ultimo che è un giallo sui generis, e ogni volta si finisce per dire il vero. Ma ciò che più conta è il valore complessivo che queste quattro diverse anime riescono a generare: ed è un valore altissimo.
Cominciamo con la dimensione del giallo. Verrebbe da parlare di giallo problematico, cioè di un racconto in cui i tre cardini del genere – crimine, investigazione, soluzione – sono pretesti per parlare d’altro, come in certe cose di Sciascia, Borges o Dürrenmatt, ma la definizione non appare del tutto soddisfacente. Quello di Bellu potrebbe piuttosto essere definito come un giallo trasfigurato. Non c’è un crimine a fare da motore alla vicenda, ad esempio, o almeno non un crimine propriamente inteso, eppure c’è una investigazione che ne consegue; non ci sono i classici tre indizi che fanno una prova, ma due decine di indizi che di prova non ne producono neanche una; l’indagatore non cerca un colpevole ma una verità, che non è però la verità storica, bensì la verità che lui spera di rinvenire sulla base di un trasporto personale verso il presupposto di partenza: che Juan Domingo Perón, pluri-presidente dell’Argentina, fosse l’emigrato Giovanni Piras, giunto in Sudamerica a cercar fortuna da Mamoiada. Un presupposto talmente affascinante da annebbiargli vista e cervello: al punto che, a tre quarti del libro, l’investigatore-voce narrante capisce che alla storia della provenienza sarda di Perón ci ha creduto più su una base emotiva che non su dei riscontri concreti, e arriva ad autodenunciare al lettore tutti i suoi sbagli deduttivi, privandosi di ogni attendibilità.
Eppure – e qui sta la giustificazione della definizione che si avanza appena sopra – tutto ciò viene narrato con i tempi e le tecniche del giallo: e se ne resta avvinti, come se si avesse tra le mani la più efficace delle detective story. Mentre cerca di scoprire se a legare Piras a Perón sono solo delle coincidenze o se sotto c’è qualcosa d’altro, il protagonista deve affrontare una dolorosa questione personale, la morte del padre, che gli si presenta su un doppio piano: quello individuale, che concerne la vita trascorsa assieme e gli affetti, e quello collettivo, dato che “il Vecchio”, come lo chiama riandando a lui con la mente, non ha mai rinnegato né la convinta adesione al fascismo né alcune antiche scelte, come aver combattuto in Spagna a fianco dei nazionalisti durante la guerra civile. Il genitore e il figlio del libro di Bellu sono così anche raffigurazione di ogni genitore e di ogni figlio che nell’Italia post-bellica si sono guardati negli occhi da rive opposte, gli uni ancora fedeli alle idee di un tempo, gli altri incapaci di accettarne una fedeltà che, dal loro punto di vista, sfidava la logica, il buon senso e il corso degli eventi storici. Con il succedersi delle pagine, però, la figura del “Vecchio” diventerà per vie imprevedibili un fattore rilevante anche per l’inchiesta principale – un’inchiesta nata da un gioco del destino, dall’incontro a Cagliari con un libro, “Juan Peron-Giovanni Piras. Due nomi una persona” di Peppino Canneddu: «Lo sfilai dallo scaffale e lessi la quarta di copertina: “Nel libro si racconta la storia di Giovanni Piras, un povero contadino di Mamoiada (Nuoro) emigrato nel 1909 in Argentina dove, dopo alcuni anni di duro lavoro, per poter accedere al Colegio militar de la Nación (Buenos Aires) è costretto a cambiarsi nome e nazionalità e da Giovanni Piras diviene Juan Perón, leader dei descamicados”». La prima reazione è una risata, quasi di scherno, ma poi quella ipotesi tanto azzardata da sembrare ridicola e i suoi stupefacenti riscontri esibiscono un’irresistibile capacità ipnotica, e il protagonista se ne trova avviluppato. Ormai non può far altro che raccogliere il testimone da chi se ne è occupato prima di lui e continuare a scavare: «Cominciò così, per caso. Ma andò avanti, goccia dopo goccia. Perché era una storia come l’acqua: bastava una fenditura sottile nella pietra e s’infiltrava, adattandosi a tutte le forme del vuoto».
“L’uomo che volle essere Perón” è proprio come la storia che racconta, è come l’acqua di cui parla la voce narrante: si insinua in profondità, e non lascia libero il lettore fino alla fine.
Di “L’uomo che volle essere Perón” si può dire che è un romanzo con una forte impronta autoriale, oppure che è un’inchiesta giornalistica in forma narrativa, oppure ancora che è un diario privato in pubblico, e da ultimo che è un giallo sui generis, e ogni volta si finisce per dire il vero. Ma ciò che più conta è il valore complessivo che queste quattro diverse anime riescono a generare: ed è un valore altissimo.
Cominciamo con la dimensione del giallo. Verrebbe da parlare di giallo problematico, cioè di un racconto in cui i tre cardini del genere – crimine, investigazione, soluzione – sono pretesti per parlare d’altro, come in certe cose di Sciascia, Borges o Dürrenmatt, ma la definizione non appare del tutto soddisfacente. Quello di Bellu potrebbe piuttosto essere definito come un giallo trasfigurato. Non c’è un crimine a fare da motore alla vicenda, ad esempio, o almeno non un crimine propriamente inteso, eppure c’è una investigazione che ne consegue; non ci sono i classici tre indizi che fanno una prova, ma due decine di indizi che di prova non ne producono neanche una; l’indagatore non cerca un colpevole ma una verità, che non è però la verità storica, bensì la verità che lui spera di rinvenire sulla base di un trasporto personale verso il presupposto di partenza: che Juan Domingo Perón, pluri-presidente dell’Argentina, fosse l’emigrato Giovanni Piras, giunto in Sudamerica a cercar fortuna da Mamoiada. Un presupposto talmente affascinante da annebbiargli vista e cervello: al punto che, a tre quarti del libro, l’investigatore-voce narrante capisce che alla storia della provenienza sarda di Perón ci ha creduto più su una base emotiva che non su dei riscontri concreti, e arriva ad autodenunciare al lettore tutti i suoi sbagli deduttivi, privandosi di ogni attendibilità.
Eppure – e qui sta la giustificazione della definizione che si avanza appena sopra – tutto ciò viene narrato con i tempi e le tecniche del giallo: e se ne resta avvinti, come se si avesse tra le mani la più efficace delle detective story. Mentre cerca di scoprire se a legare Piras a Perón sono solo delle coincidenze o se sotto c’è qualcosa d’altro, il protagonista deve affrontare una dolorosa questione personale, la morte del padre, che gli si presenta su un doppio piano: quello individuale, che concerne la vita trascorsa assieme e gli affetti, e quello collettivo, dato che “il Vecchio”, come lo chiama riandando a lui con la mente, non ha mai rinnegato né la convinta adesione al fascismo né alcune antiche scelte, come aver combattuto in Spagna a fianco dei nazionalisti durante la guerra civile. Il genitore e il figlio del libro di Bellu sono così anche raffigurazione di ogni genitore e di ogni figlio che nell’Italia post-bellica si sono guardati negli occhi da rive opposte, gli uni ancora fedeli alle idee di un tempo, gli altri incapaci di accettarne una fedeltà che, dal loro punto di vista, sfidava la logica, il buon senso e il corso degli eventi storici. Con il succedersi delle pagine, però, la figura del “Vecchio” diventerà per vie imprevedibili un fattore rilevante anche per l’inchiesta principale – un’inchiesta nata da un gioco del destino, dall’incontro a Cagliari con un libro, “Juan Peron-Giovanni Piras. Due nomi una persona” di Peppino Canneddu: «Lo sfilai dallo scaffale e lessi la quarta di copertina: “Nel libro si racconta la storia di Giovanni Piras, un povero contadino di Mamoiada (Nuoro) emigrato nel 1909 in Argentina dove, dopo alcuni anni di duro lavoro, per poter accedere al Colegio militar de la Nación (Buenos Aires) è costretto a cambiarsi nome e nazionalità e da Giovanni Piras diviene Juan Perón, leader dei descamicados”». La prima reazione è una risata, quasi di scherno, ma poi quella ipotesi tanto azzardata da sembrare ridicola e i suoi stupefacenti riscontri esibiscono un’irresistibile capacità ipnotica, e il protagonista se ne trova avviluppato. Ormai non può far altro che raccogliere il testimone da chi se ne è occupato prima di lui e continuare a scavare: «Cominciò così, per caso. Ma andò avanti, goccia dopo goccia. Perché era una storia come l’acqua: bastava una fenditura sottile nella pietra e s’infiltrava, adattandosi a tutte le forme del vuoto».
“L’uomo che volle essere Perón” è proprio come la storia che racconta, è come l’acqua di cui parla la voce narrante: si insinua in profondità, e non lascia libero il lettore fino alla fine.
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