La Nuova Sardegna

«I libri e Trainspotting» Irvine Welsh si racconta

di Fabio Canessa

Il grande scrittore scozzese ospite del festival ad Alghero 

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ALGHERO. L’aspetto da ex ruvido stopper, ovviamente dell’Hibernian, di cui è notoriamente grande tifoso, incute un po’ di timore. La paura di un’entrata in tackle con un’occhiataccia, per una domanda non indovinata o banale, precede inevitabilmente l’intervista. Bastano invece pochi istanti, dopo la presentazione, per scoprire uno sguardo accogliente dietro i suoi occhi azzurri. Anche se quasi sempre riparati da occhiali scuri. L’incontro è nella fascia oraria da aperitivo e i raggi del sole, in una giornata caldissima, colpiscono ancora con forza la terrazza del Blau Skybar ad Alghero. Manca qualche ora all’appuntamento in piazza Pino Piras con il pubblico del festival “Sulla terra leggeri” e lo scrittore scozzese con estrema disponibilità risponde alle domande. In un modo anche molto approfondito che metterebbe in difficoltà la maggior parte degli interpreti. Non lei. Olga Fernando, nota per essere la voce italiana delle grandi star internazionali ospiti in televisione, che lo accompagna nell’occasione.

La scrittura che salva. Il tema del festival in questa edizione è quello dei buoni maestri e del contagiare passioni. In questo senso l’inizio dell’attività come scrittore di Welsh non segue certo quello che si potrebbe definire un percorso classico. «Ho iniziato a scrivere per disperazione – racconta l’autore scozzese – perché non ero riuscito a diventare quello che volevo essere. Inizialmente sognavo di fare l’artista. Mi piaceva disegnare, ma non ero granché. Poi mi sono appassionato come tanti ragazzi alla musica, sono anche entrato in un gruppo punk ma alla fine non avevo del talento come musicista. Per quanto riguarda la scrittura non ci pensavo, ma poco più che ventenne mi sono ritrovato a scrivere dei diari. In quel momento ero tossicodipendente da eroina e l'unica cosa costruttiva che facevo era scrivere questi diari. Dopo del tempo, traslocai e ritrovai quei diari. Mi resi conto che era qualcosa di buono. Fu il momento di svolta».

I giovani di oggi. È l'inizio della carriera di uno più acclamati autori contemporanei che non ha particolari consigli per i giovani con il sogno di diventare scrittori: «La cosa più importante è conoscersi. Bisogna volerlo davvero, essere consapevoli di dover passare molto tempo da soli in una stanza, e non provarci solo per il desiderio di venire pubblicati e avere successo». Parlando dei giovani di oggi, rispetto alla sua generazione, Welsh sottolinea come non esista più una cultura giovanile, «perché è stata assorbita e dominata dalla cultura dei media. Non ci sono più quelle realtà che appartenevano ai giovani, come il punk. I ragazzi forse oggi sono più collegati, ma solo in modo superficiale. Noi eravamo proprietari di una cosa che ci apparteneva profondamente, che era staccata dal resto della società. In questo senso oggi la trasgressione è più difficile». Sulle possibilità date da internet lo scrittore ha le idee chiare: «Può essere fonte di liberazione, ma anche mezzo di controllo. Mi sembra che da strumento di conoscenza si sia trasformato sempre più in qualcosa di dominato da algoritmi. Penso che si possa contrastare con il ritorno a un’idea di comunità locali. E vedo molti giovani interessati a questo».

Autonomia e lingua. Parole che sembrano ben legarsi anche alla visione politica di Irvine Welsh sulla sua Scozia. Sostenitore dell’autonomia sottolinea come «l’autodeterminazione, l’indipendenza, sono questi esistenziali». Un discorso che abbraccia in qualche modo anche l'uso della lingua nei suoi libri, mai in scritti in un inglese classico. «Le lingue minoritarie, i dialetti, oltre una forma di resistenza sono un modo per esprimersi. Sono meno blandi, più divertenti, più legati al piacere della vita. E poi sono più musicali, è un linguaggio in qualche modo teatrale».

Il cinema e Danny Boyle. Irvine Welsh deve la sua fortuna anche al cinema che ne ha amplificato il successo come scrittore. Nel 1996 esce il film “Trainspotting” basato sul suo libro pubblicato alcuni anni prima. A dirigerlo Danny Boyle. «Un regista pazzesco – racconta l'autore scozzese –, gli era piaciuto il libro e mi mandò una copia del suo precedente film, “Piccolo omicidi tra amici”, in Olanda dove stavo in quel periodo. Mi piacque molto per la forza visiva, dinamica, che si sposava perfettamente con i personaggi che avevo creato io. Altri si era mostrati interessati a fare un film sociale-realista, cosa che non mi interessava. Volevo che il film mostrasse la follia, l'effetto della droga e il cinema di Danny era perfetto». Un film non scritto da Welsh, che ha però all’attivo comunque delle sceneggiature: «Non ho mai scritto una sceneggiatura per un mio romanzo perché secondo me per scrivere una buona sceneggiatura c'è bisogno di guardare il materiale con occhi diversi. Qualcuno che smembri il libro. Non posso farlo io con qualcosa che ho scritto, sono prigioniero del mio libro. Ci ho provato una volta, con il romanzo “La vita sessuale delle gemelle siamesi”, e ho dovuto fermarmi che stava venendo una schifezza».



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