La Nuova Sardegna

Cobham, Jordan e Gálvez A Dromos un trio di giganti

di Andrea Musio

Due mostri sacri del jazz fusion e un virtuoso del basso sullo stesso palco Forte carisma per un concerto straordinario giocato sull’improvvisazione

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NEONELI. Due mostri sacri del jazz fusion e un virtuoso del basso sullo stesso palco. Una serata ai limiti della perfezione musicale, mercoledì sera per la diciannovesima edizione di Dromos con Stanley Jordan, Billy Cobham e Christian Gálvez. Uno spettacolo infuocato, in una Piazza Barigadu gremita, che ha fatto registrare il sold out. Il chitarrista di Chicago con il batterista statunitense di origini panamensi ed il bassista cileno, hanno dato il meglio per riuscire a bilanciare la propria presenza, unire le forze per un risultato comune senza manie di protagonismo. Difficile contenere, soprattutto nel caso di Jordan e Cobham, il loro forte carisma, con la loro lunga carriera alla leadership di formazioni o in solo. Eppure, nel concerto selezionato dal direttore artistico Salvatore Corona, quello a cui si è assistito, è stato un corpo unico ben fuso ed equilibrato. Uno show a tutti gli effetti che ha richiesto molto tempo e tante prove.

“Un incontro felice – spiega Billy Cobham dopo il concerto – Abbiamo deciso di suonare insieme per qualche data, ci siamo incontrati ed abbiamo suonato. Questa è la prerogativa del jazz. Incontrarsi e confrontarsi, non se ne può fare a meno. Durante i brani c’è tanta improvvisazione. A giudicare dalla risposta del pubblico direi che tutto è andato bene».

Come dargli torto. Un’audience partecipe che non ha perso occasione per acclamare la band sul palco. Ogni brano uno spettacolo nello spettacolo. Composizioni originali, tributi, incursioni nella musica classica e tanta improvvisazione. Momenti intensi che lasciano col fiato sospeso con un silenzio della platea surreale. Come nel caso dell'esecuzione di “Fragile” di Sting in cui Jordan suona contemporaneamente la chitarra, le tastiere e canta. Ancora “Reverie” di Claude Debussy, la musica scritta per il teatro da Jerome Kern di “All the things you are”. “Panama”, “Red baron”, “Mozaik” tra quelli che portano la firma di Billy Cobham. Una lunga lista per coprire due ore di musica dal vivo.

Non passa inosservata la grande partecipazione di giovani e adolescenti. Musicisti in fasce ed appassionati a cui il Trio ha dedicato oltre un ora, dopo la performance, per firmare autografi su chitarre, bassi e pelli della batteria e dispensare consigli ed incoraggiamenti. «Quando parlo con giovani che si impegnano per suonare – continua Cobham – mi rende davvero molto felice e li tratto col rispetto che meritano in quanto musicisti, a prescindere dall'età».

Facile lasciarsi incantare dall’eccezionale capacità tecnica, dalla presenza scenica e dall'umiltà delle supertar che tengono i piedi per terra e costantemente si dedicano ai fan accorsi da tutta l'isola. Una interessante analisi, sul tema di Dromos. Prigioni, mentali ancor prima che fisiche. «Quando si parla di prigioni – spiega Cobham – il primo pensiero che salta in mente è quello di cercare una via di fuga. Nel mio caso, la prigione è la musica e non ho la minima intenzione di fuggire, anzi è la mia salvezza. Faccio sempre in modo di tenerla sempre funzionale. Posso aprirla o posso sigillarla a seconda dei casi. Se mi si chiede “C’è qualcosa o qualcuno che metterei in prigione per tenerlo lontano?” Io rispondo che ognuno si costruisca la propria prigione, poi si vedrà se può essere comunicante oppure no».

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