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L’estremismo metafisico di Bufalino

Tornare a Comiso, alla Fondazione Bufalino, è per me sempre un’emozione. Il mio grande amico Bufalino: che giuocava a fare il cinico, come quando, al viterbese Vittorio Lucarini, preoccupato del...

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Tornare a Comiso, alla Fondazione Bufalino, è per me sempre un’emozione. Il mio grande amico Bufalino: che giuocava a fare il cinico, come quando, al viterbese Vittorio Lucarini, preoccupato del marito geloso della brunetta insignificante e dagli occhi piccoli che frequentava di nascosto, disse: «Caro Vittorio, oggi in Sicilia, di storie come la sua, su diecimila solo una finisce nel sangue: vuole che tocchi proprio a lei?».

Accanto a questo ironico e furioso cinismo e al quotidiano elogio del buon senso, Bufalino coltivava anche un ilare estremismo metafisico. Cristiano ateo e tremante si diceva: per libri all’incrocio tra retorica e pietà. Dove la retorica stava a indicare i lussi del lessico e la sintassi, mentre la pietà era rivolta agli spasmi del suo straziato personaggio-uomo. Ma tre erano i suoi nemici principali: quella Natura, madre di parto e di voler matrigna, che aveva precocemente scoperto nei libri di Leopardi.

Poi la Storia, brutale e cieca: le cui strade vedeva lastricate da fossili ideologici. Infine, e soprattutto, un Dio di cui non si decideva ad accettare l’esistenza: perché si sarebbe dovuto rassegnare alla presenza di un grande baro che s’ostinava a giocare coi piccoli uomini interminabili partite truccate.

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