«Triste Asinara», i giorni al confino di Romane Worq

La figlia di Hailé Selassié fu fatta rapire da Mussolini. Sbarcò nell’isola nel ’37 e lì perse il suo ultimogenito

Chi da bambino l’ha conosciuta bene assicura che fosse una nobildonna molto alla mano, per niente snob, e che l’altissimo rango di figlia di un imperatore non pesasse mai sui suoi rapporti umani: nonostante lo sguardo malinconico che le restava stampato sul volto, era sempre pronta a rivolgersi a tutti con un sorriso. La principessa Romane Worq, primogenita del Negus d’Etiopia Hailé Selassié – e in quanto tale confinata dal 1937 alla fine del 1939 sull’isola dell’Asinara – dietro quegli immancabili atteggiamenti gentili celava il magone tipico delle persone in ansia per il destino dei propri cari e del proprio popolo, che nel frattempo veniva invaso e sterminato (persino con l’uso del gas) dagli arditi dell’esercito italiano. Benito Mussolini la fece rapire poco dopo la conquista dell’Abissinia e le concesse di soggiornare nelle casette di Cala Reale insieme con due dei suoi quattro figli. Al suo fianco anche le damigelle di corte e alcuni dignitari etiopi in esilio forzato. Quando sbarcò in quella che era già la Caienna d’Italia, popolata da svariate centinaia di ergastolani e da non pochi prigionieri politici del fascismo, Romane aveva 28 anni. E il fatto che la prigione non fosse assolutamente paragonabile a un lager, così come il particolare che le venissero garantiti un vitto e un alloggio decenti, non cambia di molto la sua storia poco nota quanto triste, soprattutto nell’epilogo, con la morte del figlio più piccolo Gedeon.



I MOTIVI DEL CONFINO. La principessa del melograno d’oro – questo era il suo titolo imperiale stando alle regole nobiliari etiopi – arrivò all’Asinara dopo il fallito attentato contro il viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani, compiuto nella tarda mattinata del 19 febbraio da due giovani partigiani eritrei che lanciarono alcune bombe a mano verso le autorità in camicia nera presenti a una cerimonia nel palazzo Guennet Leul di Addis Abeba. Il bilancio fu di sette morti e circa cinquanta feriti, tra i quali lo stesso Graziani. Ne seguì una violenta rappresaglia che sfociò in un vero e proprio massacro della popolazione indigena, con migliaia di vittime, la distruzione e l’incendio di tantissime abitazioni e l’arresto o il confino di chiunque fosse ritenuto anche solo lontanamente autore dell’aggressione o connivente. Una sorte che toccò pure a Romane Worq, che peraltro aveva sposato il generale Beyené Merid, comandante della resistenza etiope, poi caduto nella battaglia finale contro l’esercito italiano.



”LA FIGLIA DEL MESSIA”. C’è un altro dettaglio misconosciuto che riguarda la principessa: per milioni di fedeli del Rastafaresimo (il credo religioso di Bob Marley, per intendersi) lei era ed è tuttora considerata alla pari di una divinità. E questo perché riconoscono nel padre Hailé Selassié, morto ad Addis Abeba nel 1975, nientemeno che la figura di Gesù Cristo nella sua «seconda venuta in maestà, gloria e potenza».

FACCETTA NERA. Nei giorni in cui la giovane Romane giunse sull’isola-prigione, in tutto il Regno d’Italia impazzava il celebre motivetto di propaganda intitolato “Faccetta nera”, composto appunto per celebrare la conquista dell’Abissinia e poi pian piano oscurato nel 1938 con la promulgazione delle leggi razziali. Cantato e fischiettato un po’ da tutti, si può soltanto immaginare lo sgomento della principessa e dei suoi figli mentre lo ascoltavano, loro che ovviamente avevano la pelle scura ed erano stati rapiti e inviati all’improvviso in una terra sconosciuta nella quale erano bianchi persino gli asinelli.



LA PRIGIONIA. Ma come fu il soggiorno di Romane Worq all’Asinara? Come trascorreva le sue giornate? Gianfranco Massidda, che all’epoca aveva sei anni, è l’unica persona ancora vivente ad aver incontrato lei e i suoi bambini. Il padre Guglielmo, infatti, dopo essere stato maresciallo della Marina militare, era diventato il telegrafista dell’isola e in più aveva la passione per la fotografia. È a lui che si devono le rarissime immagini della principessa al confino, poi pubblicate dalla nipote Marina Rita Massidda in un prezioso volume intitolato semplicemente “Asinara”. Per ingannare il tempo, Romane Worq amava fare lunghe passeggiate tra i lentischi, i ginepri e l’euforbia, sino a inebriarsi con il profumo della macchia mediterranea.

«In realtà non c’era molto altro da fare – racconta Gianfranco Massidda – e io la ricordo allontanarsi nei sentieri di Cala Reale sempre accompagnata da una damigella e sotto l’occhio vigile ma discreto dei carabinieri. In ogni caso non le era concesso di avvicinarsi alle varie diramazioni della colonia penale. La loro vita si svolgeva nei paraggi delle cosiddette pagode, come chiamavamo le loro casette». Per i bambini, nonostante la possibilità di stare all’aria aperta nelle giornate di sole, la vita non doveva essere molto più elettrizzante. «Quando mio padre mi portava a Cala Reale – rivela ancora l’ultimo testimone – ebbi occasione d’incontrare anche loro. Erano molto timidi e non parlavano l’italiano, ma io appena potevo mi avvicinavo e gli regalavo qualche caramella».

LA FINE DI TUTTO. Durante la detenzione il più piccolo dei figli di Romane morì di tifo. Il suo cadaverino venne cremato proprio a Cala Reale. Poi la principessa venne trasferita in un convento a Torino, dove si spense il 14 ottobre 1940, probabilmente per aver contratto la tubercolosi.
 

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