Addio a Lenzi, papà del “Monnezza”
di Alessandro Marongiu
Il regista toscano ha inventato il genere “poliziottesco” e lanciato attori come Milian e Merli
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SASSARI. Un altro pezzo importante del cinema italiano se n’è andato: Umberto Lenzi, regista di film che hanno lasciato un’impronta indelebile nell’immaginario comune e spesso hanno realizzato incassi straordinari, si è spento a Roma all’età di ottantasei anni. A ben vedere, però, confinare la sua figura al solo cinema del nostro Paese significa fargli un torto: le sue pellicole storiche, i suoi sexy thriller, i suoi cannibalici, infatti, hanno girato il mondo e continuano tuttora a farlo, in proiezioni speciali o retrospettive all’interno di festival o attraverso le decine di edizioni in dvd e blu-ray che si susseguono senza sosta.
Nato nel 1931 a Massa Marittima, Lenzi si appassiona al cinema durante il liceo; per ottenere una borsa di studio al Centro Sperimentale di Cinematografia, frequenta Giurisprudenza a Pisa (il possesso di una laurea era requisito fondamentale per accedere alle borse di studio del CSC) e, conclusa l’università, si trasferisce nella capitale «con una valigetta di cartone» (così in una lunga intervista rilasciata una quindicina di anni fa a Manlio Gomarasca per la rivista Nocturno). I suoi maestri a Roma sono Zampa e «soprattutto Blasetti»; il suo saggio di fine corso, “Ragazzi di Trastevere”, trae ispirazione da “Ragazzi di vita” di Pasolini (che legge la sceneggiatura, approva e concede a Lenzi di usare i nomi e i modi dei suoi personaggi); poi, nel 1958, il primo film da regista, “Vacanze ad Atene”, che batte bandiera ellenica, e nel 1961 il debutto per una produzione italiana, “Le avventure di Mary Read”. Per un lustro Lenzi si alterna tra cappa e spada, avventurosi (“Sandokan – La tigre di Mompracem” e “I pirati della Malesia” dai romanzi di Salgari), peplum e spionistici, e nel 1966 è dietro la macchina da presa per “Kriminal”. Nel biennio successivo il suo amore per la Storia si concretizza in quello che considerava il suo capolavoro, “Attentato ai tre grandi” (sul tentativo nazista di uccidere Churchill, Roosevelt e De Gaulle) e in “La legione dei dannati”, in cui dirige Jack Palance; comincia il periodo dei gialli e dei thriller come “Orgasmo”, “Così dolce… così perversa” e “Spasmo”, principalmente debitori a “I diabolici” di Clouzot, e degli incredibili successi al botteghino con i polizieschi, a partire da uno dei suoi titoli più celebrati, “Milano odia: la polizia non può sparare”, che dà avvio al sodalizio con Tomas Milian. Seguiranno i film in cui l’attore cubano interpreta per Lenzi, in qualche occasione vedendosela contro Maurizio Merli, prima il Gobbo e poi er Monnezza, divenuti ormai due vere icone grazie anche a un numero incalcolabile di passaggi televisivi; del 1977 è il ritorno al film bellico con “Il grande attacco”, che esibisce un cast strepitoso in cui spiccano Henry Fonda e John Huston. L’epoca d’oro per Lenzi non è ancora finita: dopo “Da Corleone a Brooklyn”, con la coppia Merli-Mario Merola, arrivano due film duri e molto discussi, “Mangiati vivi!” e “Cannibal ferox”, che lo consegnano alla storia del cinema di genere.
Con il collasso del sistema produttivo italiano, pian piano la carriera di Lenzi, che non ha mai voluto cedere alle lusinghe del piccolo schermo e delle fiction, si spegne. Non così il suo cinema, che continuerà a fare proseliti in ogni angolo del globo.
Nato nel 1931 a Massa Marittima, Lenzi si appassiona al cinema durante il liceo; per ottenere una borsa di studio al Centro Sperimentale di Cinematografia, frequenta Giurisprudenza a Pisa (il possesso di una laurea era requisito fondamentale per accedere alle borse di studio del CSC) e, conclusa l’università, si trasferisce nella capitale «con una valigetta di cartone» (così in una lunga intervista rilasciata una quindicina di anni fa a Manlio Gomarasca per la rivista Nocturno). I suoi maestri a Roma sono Zampa e «soprattutto Blasetti»; il suo saggio di fine corso, “Ragazzi di Trastevere”, trae ispirazione da “Ragazzi di vita” di Pasolini (che legge la sceneggiatura, approva e concede a Lenzi di usare i nomi e i modi dei suoi personaggi); poi, nel 1958, il primo film da regista, “Vacanze ad Atene”, che batte bandiera ellenica, e nel 1961 il debutto per una produzione italiana, “Le avventure di Mary Read”. Per un lustro Lenzi si alterna tra cappa e spada, avventurosi (“Sandokan – La tigre di Mompracem” e “I pirati della Malesia” dai romanzi di Salgari), peplum e spionistici, e nel 1966 è dietro la macchina da presa per “Kriminal”. Nel biennio successivo il suo amore per la Storia si concretizza in quello che considerava il suo capolavoro, “Attentato ai tre grandi” (sul tentativo nazista di uccidere Churchill, Roosevelt e De Gaulle) e in “La legione dei dannati”, in cui dirige Jack Palance; comincia il periodo dei gialli e dei thriller come “Orgasmo”, “Così dolce… così perversa” e “Spasmo”, principalmente debitori a “I diabolici” di Clouzot, e degli incredibili successi al botteghino con i polizieschi, a partire da uno dei suoi titoli più celebrati, “Milano odia: la polizia non può sparare”, che dà avvio al sodalizio con Tomas Milian. Seguiranno i film in cui l’attore cubano interpreta per Lenzi, in qualche occasione vedendosela contro Maurizio Merli, prima il Gobbo e poi er Monnezza, divenuti ormai due vere icone grazie anche a un numero incalcolabile di passaggi televisivi; del 1977 è il ritorno al film bellico con “Il grande attacco”, che esibisce un cast strepitoso in cui spiccano Henry Fonda e John Huston. L’epoca d’oro per Lenzi non è ancora finita: dopo “Da Corleone a Brooklyn”, con la coppia Merli-Mario Merola, arrivano due film duri e molto discussi, “Mangiati vivi!” e “Cannibal ferox”, che lo consegnano alla storia del cinema di genere.
Con il collasso del sistema produttivo italiano, pian piano la carriera di Lenzi, che non ha mai voluto cedere alle lusinghe del piccolo schermo e delle fiction, si spegne. Non così il suo cinema, che continuerà a fare proseliti in ogni angolo del globo.
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