La Nuova Sardegna

Eroi tragici di un calcio romantico

di Alfredo Di Girolamo
Eroi tragici di un calcio romantico

Adam Smulevich racconta la storia dei fondatori di Roma, Napoli e Casale vittime delle leggi razziali

3 MINUTI DI LETTURA





Oggi ci sono vulcanici presidenti di squadre di calcio che provano a rubare i riflettori ai calciatori, basti pensare a personaggi come De Laurentiis o Ferrero. O presidenti, come Lotito, che da scadente attore di sceneggiata, pensa che con una corona di fiori si possano coprire le gesta di stampo antisemita e razzista di frange della propria tifoseria.

C’è stato un tempo in cui ricoprire quel ruolo esponeva a grossi rischi. Un’epoca lontana ma non troppo: quella delle Leggi Razziali volute da Mussolini ed emanate dal re Vittorio Emanuele III a San Rossore (Pisa) il 5 settembre 1938. L’inno alla supremazia della razza ariana. Un’infamia dalla quale era difficile salvarsi, se non scappando. Tre presidenti di nobili squadre di calcio, le cui storie sono magistralmente disegnate da Adam Smulevich nel suo libro “Presidenti – Le storie scomode dei fondatori delle squadre di calcio di Casale, Napoli e Roma” (Giuntina). Sono i protagonisti di racconti di vita che non lasciano indifferenti, e che nella pomposità del calcio odierno suonano anacronistiche, ma comunque drammatiche. Storie di tre padri fondatori le cui creazioni durano ancora oggi, anche se in maniera diversa: Napoli e Roma non hanno bisogno di presentazioni, nel Monferrato la storia del Casale campione d’Italia nel 1914 ormai è leggenda.

Storie diverse, unite dall’essere tutte tracciate nel solco del medesimo dramma. Raffaele Jaffe, fondatore del Casale, nato ebreo, nonostante la conversione al cristianesimo ben prima delle Leggi Razziali, non riuscì ad evitare di salire sul convoglio per Auschwitz. Lui, che dal niente aveva creato una squadra in grado di sottomettere gli odiati, e plurivincitori rivali, della Pro Vercelli, e che pochi mesi prima della promulgazione delle citate Leggi aveva accompagnato i suoi studenti in visita ad una colonia fascista. Il carteggio con la moglie e la figlioletta Tilde è straziante, doloroso, ricco di vita e dignità.

Ebreo e convertito al cattolicesimo come Jaffe, fu Renato Sacerdoti, che nel 1927 fondò la Roma. Sacerdoti forse aveva anche un'altra colpa: aver fondato una squadra avversa alle simpatie filolaziali del Duce. Sacerdoti dopo alcuni anni di confino, complice anche la fine della Seconda Guerra Mondiale, riuscì a salvarsi.

La storia di Giorgio Ascarelli invece finisce addirittura prima del ‘38, stroncato da una peritonite a soli 36 anni nel 1930. Ebreo, per primo in Italia aveva realizzato uno stadio di sua proprietà, il Vesuvio, che alla sua morte gli venne intitolato. Beffa del destino, nel 1934 la finale per il terzo e quarto posto del Mondiale, tenutosi in Italia, e che iniziò il ciclo vittorioso della mitica nazionale di Pozzo, venne giocata tra la Germania di Adolf Hitler e l’Austria proprio al Vesuvio, nello stadio realizzato da Ascarelli nel Rione Luzzatti. Un tempio del calcio di un ebreo e intitolato alla memoria di un ebreo al quale, come scrivevano i quotidiani dell’epoca, una sorta di aureola del martirio era stata regalata postuma dall’anormalità idiota della supremazia razziale e dalla normalità ignobile dell’umana ingratitudine. Jaffe, Sacerdoti e Ascarelli, presidenti romantici capaci di essere storia prima che la storia stessa li potesse tradire.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Il raid

Undici furgoni a fuoco nella notte: attentato contro un’azienda logistica del sud Sardegna – Le indagini

Le nostre iniziative