La Nuova Sardegna

«Il mio teatro nasce per rompere il silenzio»

di Roberta Sanna

Anna Rita Signore parla dell’ “Avvoltoio”: i misteri del poligono di Quirra al Massimo di Cagliari fino al 10 dicembre 

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CAGLIARI. «È stato un esperimento, il mio primo testo teatrale. Leggendo “Perdasdefogu” di Carlotto ho sentito l’urgenza di raccontare questa storia, e dopo una serie di ricerche ho visto quanto fosse misteriosa e silenziosa a livello nazionale. E mi son detta: non posso stare in silenzio anch’io. Ma in che forma parlarne? Non volevo fare un reportage. Poi ho scoperto che nessuno aveva mai portato questo argomento in teatro». Così racconta con passione Anna Rita Signore, autrice de “L’Avvoltoio”, la nuova produzione Sardegna Teatro in scena al Massimo sino al 10 dicembre. «La conferma di quanto questa scelta sia stata giusta – prosegue – me l’ha data proprio Domenico Fiordalisi, il procuratore che ha avuto il coraggio di aprire un’inchiesta sull’inquinamento bellico nel Salto di Quirra, cui sono molto grata perché il mio testo si fonda sulla quell’indagine. Tramite il regista Cesar Brie, la compagnia lo ha invitato a vedere lo spettacolo. E lui ci ha risposto con una bellissima lettera da cui ho tratto e inserito nello spettacolo una frase: “Anche la società civile deve fare la sua parte, in tutte le forme, soprattutto attraverso l’arte, che tocca corde molto profonde e parla più di tanti discorsi”.

Questa frase me la porterò sempre dietro. Credo che sia proprio così, che il teatro abbia questa funzione» sottolinea Anna Rita Signore e aggiunge: «Questa non è una storia unicamente di Quirra, che nel testo nomino solo una volta, o della Sardegna che è la regione più militarizzata d’Italia, è una storia universale. Ho scoperto che anche alle porte di Lecce, la mia città natale, esiste un poligono fortemente sospettato di contaminazione, che è oggetto di studio della Commissione Parlamentare sull’uranio impoverito, insieme a Quirra. Poi ci sono altri poligoni nel Triveneto, Lazio e Toscana».

Così l’autrice ha sintetizzato una vicenda che può essere compresa ovunque, attraverso storie e testimonianze trovate nei molti servizi ed interviste dei telegiornali sardi.

«Avevo bisogno di sentire la voce e le parole e di vedere proprio i volti e i corpi delle persone coinvolte – spiega – sia dei soldati malati e delle madri che hanno perso i figli, ma anche le versioni dei militari, che hanno sempre negato la relazione tra le attività del poligono e le malattie che hanno colpito i civili, i pastori e gli animali della zona. Ho approfondito anche l’aspetto del dramma sociale, quello dei pastori con la loro protesta, e delle persone che difendono la presenza dei poligoni sui territori: ci sono famiglie con figli che lavorano al poligono, e spesso quello stipendio è l’unico sicuro. Un soldato nel nostro spettacolo dice così: se vado via dal poligono è la fame, se resto è la malattia».

Tutte le storie, i dati e i documenti raccolti hanno richiesto un grosso lavoro di adattamento durante le tre settimane di prove con Cesar Brie, cui l’autrice pensava già mentre scriveva. «Amo molto il suo teatro, la sua capacità di raccontare attraverso le immagini, l’impatto visivo che sa dare. Quando ho finito di scrivere l’ho subito contattato. Lui ha premesso che il suo modo di fare regia si basava sul lavoro con gli attori in fase di allestimento. E così è stato. Voleva che fosse uno spettacolo breve, ma come un pugno nello stomaco. E poi ha portato molta poesia. Cesar Brie è veramente un grande poeta. Abbiamo fatto gli adattamenti necessari alle esigenze di regia e attori aggiungendo anche frasi in sardo, scelto alcuni personaggi, accorpando dialoghi di più personaggi o i personaggi stessi, ma senza omettere troppo o modificare le informazioni. La cosa importante per me è che lo spettacolo dia lo stimolo a cercare e leggere: voglio che chi esce dalla sala abbia il desiderio di approfondire. E alla fine delle rappresentazioni di questi giorni in tanti sono venuti a ringraziarmi per aver affrontato questo argomento».



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