Da Montresta a Bruxelles cercando il futuro

Sul volo Ryanair da Cagliari alla capitale Ue Migrazioni vecchie e nuove specchio dell’isola

La composizione di un volo low cost è lo specchio di una comunità. Dentro quel corridoio angusto, tra i sedili che premono sulle ginocchia, c’è una rappresentazione involontaria del mondo in cui viviamo. Come un tempo lo sono stati gli scompartimenti dei treni. I giorni scorsi, mi è capitato di andare a Bruxelles.

IN FILA PER PARTIRE. Il volo Ryanair da Cagliari per la capitale d’Europa è un serbatoio di storie se si ha curiosità di ascoltare e indagare i volti che ti accompagneranno lungo il viaggio. Quando cominciano le operazioni d’imbarco, in fila davanti a me ci sono due giovani genitori di Nuoro che vanno a raggiungere, per le festività di fine anno, il figlio che ha scelto di fare l’università proprio in quella città. La lingua non è più un ostacolo se si può avere una formazione alta e a buon mercato. Il ragazzo non è solo. Nel college che l’università mette a disposizione ci sono altri conterranei. Sono in tanti, sempre più spesso, a scegliere atenei oltre confine: Madrid, Bruxelles, Lisbona, Bucarest sono i luoghi d’elezione di questa nuova diaspora che vanno rimpiazzando le vecchie destinazioni di Milano, Bologna, Torino, Roma.

NUOVE VIE. Le due università sarde, per quanto si attrezzino, difficilmente potranno contenerla. L’apertura di queste nuove vie di comunicazione ha risolto d’un colpo quello che una volta doveva apparire come un viaggio della speranza, come lo devono aver compiuto tanti anni prima la coppia di signori anziani che sono dietro di me. La donna parla al telefono un francese di seconda mano, bello, colorito, tornito da un accento sardo che ancora resiste. Si arrampica sulle parole, le fa rimbalzare dentro il suo vecchio apparecchio, impartendo istruzioni a qualcuno che la attende a destinazione. Il marito tace, preoccupato che la moglie stia tenendo un comizio. Tanti anni di miniera non hanno fiaccato il suo corpo minuscolo e dignità e portamento sono rimasti intatti. Loro, sono i rappresentanti di quella prima ondata migratoria che è andata nelle miniere di Marcinelle e che adesso passa il testimone a questa nuova che va fuori per studiare. Tornano indietro da una visita lampo, forse mossi dalla nostalgia per la loro terra, dalla quale sono stati strappati per sempre. La loro casa è ormai dall’altra parte del mare.

SUL PULLMAN. Si capisce ancora meglio quando arriviamo all’aeroporto di Charleroi, dove ad attenderli c’ è un ragazzo sulla ventina che subito si prende cura di loro. E’ lui che mi dice quale mezzo prendere per andare in città prima di ripartire insieme ai nonni. Lì, in quello che sembra una sorta di check point, dopo i giorni terribili di Zaventen e Molenbeek, trovo un’altra ragazza che parla italiano. La sua pettorina ci dice che lavora per la compagnia di autobus che portano in città. Anche lei è sarda: padre di Carbonia, madre di Gonnesa, anche se non c’è più nulla degli avi nel suo accento. Sembra perfettamente integrata, orgogliosa di appartenere al nuovo mondo in cui è cresciuta, e decisa a farsi rispettare dal signore che lamenta che il prezzo del biglietto non corrisponde a quello esibito sui vetri del pullman. La Sardegna per lei non è che un lontano ricordo, da rinverdire d’estate.

Tutte quante queste storie di migranti che si incrociano mi raccontano il bisogno di andar via, il desiderio di una vita migliore. Non c’è giudizio in questa constatazione, piuttosto la resa a una evidenza. Muoversi, emigrare, cercare condizioni appropriate è nella natura degli uomini, fin dal tempo delle caverne. Difficile resistere a questo istinto, senza il quale non avremmo il mondo così come lo conosciamo. Rimango pochi giorni a Bruxelles ma abbastanza per capire che è una città opulenta, dove andando per le strade le attività non sembrano conoscere crisi e dove la possibilità di una vita migliore e la certezza di un’ occupazione per un attimo ti fanno guardare con coraggio anche all’ eventualità di sopravvivere con quel cielo grigio. Ed effettivamente, sono lì perché in questo momento in Belgio «ci sono molti soldi».

TAX SHELTER. Le imprese del luogo, per sgravare una parte dei profitti, hanno preso a investire nei film, graziate in parte dal meccanismo fiscale del tax shelter che le premia attirando risorse anche da fuori. A Bruxelles i cani sono legati con le salsicce, come si diceva una volta, in modo beffardo, a chi si apprestava a partire. Al ritorno non è più disponibile da tempo la tratta per Cagliari, presa d’assalto dal Natale. Per arrivare in Sardegna devo passare da Roma. Mi sarebbe piaciuto tornare su quel volo per vedere quali altre storie avrebbe riportato indietro. Tutti i giorni questi aerei ne intrecciano di nuove tessendo questa fitta trama che è la nuova Europa. A Fiumicino un ragazzo ci allieta l’attesa vicino al gate occupando in maniera estemporanea un pianoforte che è stato posizionato lì proprio per quel motivo. La sua tecnica è notevole e dopo Lennon abbraccia il concerto per pianoforte e orchestra di Ciaikovsky. Deve essere il suo pezzo forte. La gente applaude per il diletto e per il talento. Io mi commuovo perché pare già il canto del cigno.

REGALO DI NATALE. Lo rivedo in fila mentre esibisce la sua carta d’imbarco e mi chiedo che posto ci sarà, per lui, una volta tornato a casa. La sua arte, già così matura, sarà sufficiente a fargli superare la soglia proibitiva di una audizione in uno dei due teatri isolani? O ci sarà un futuro da piano bar, come per molti ragazzi che provano a vivere di musica. Proprio come lui sono tornati in tanti in questi giorni. Hanno fatto vivere le nostre città e i nostri paesi, dove è più evidente la loro mancanza, hanno riempito le nostre case. Sono stati una festa per gli occhi, molto più delle luminarie, delle vetrine addobbate. La loro presenza è stata il vero regalo di Natale. Crogiuoli di storie, abbracci, sorrisi, appuntamenti per la sera, per la mattina dopo. Occhi che scintillano ancora pieni di speranza e di propositi, insieme a un incontenibile desiderio di raccontarsi che vince anche sulla tentazione di guardare i palmari.

COL GROPPO IN GOLA. Ma è un privilegio che abbiamo ancora per poco. La loro presenza è a tempo, come le luminarie. Da domani prenderanno a ripartire verso le città da dove sono venuti e a noi non resterà che accompagnarli, col groppo in gola, agli aeroporti, come quei padri che scendono le scale di casa per l’ultima volta con la figlia sottobraccio, e la consegnano in sposa a una nuova vita. Chi se ne occuperà? Qualcuno, speriamo, che abbia davvero voglia di progettare per loro un futuro e che non si limiti ad amministrare l’esistente. Mi rendo conto che, per la mole di risposte a cui sono chiamate, alle attuali classi dirigenti spetta una sfida improba. Ma se non ci si porrà rimedio la diaspora non finirà.

Questi pensieri mi portano fino a Montresta sfruttando quella triangolazione imprevista che mi ha fatto arrivare ad Alghero. Andare avanti e indietro per l’ isola in questi giorni non è stato facile. A Montresta non ci sono luminarie, e neanche ragazzi. Sono partiti per sempre, e non torneranno più. E nessuno sembra volerne più farne di nuovi. Sono solo due i nati nel 2017.

SARDI GRECIA. E’ curiosa la storia di questa comunità di origine greca che comincia ad apparecchiare la propria esistenza solo a metà del settecento, dopo che è costretta a fuggire dalla Corsica dove inizialmente si era insediata. È riparata in quell’altopiano per volere del Re Savoia di allora, Carlo Emanuele III, raggiungendo il momento di massima espansione negli anni Cinquanta, quando arriva a contare quasi 1500 unità. Il ricordo di quei fasti è nella scuola agraria, a pochi chilometri dal paese. Sono venuti a studiare lì da tutta la Sardegna, ai tempi d’oro, qualcuno anche dall’Arabia. Il monumento di quell’orgoglio, insieme alle stalle e alle mungitrici, è la vecchia pompa di benzina che serviva tutti.

IL VOLO DEGLI AVVOLTOI. Oggi se si vuole fare il pieno bisogna andare a Bosa, il paese più vicino, l’avvenire della scuola è oramai alle spalle, come quello della pompa. Alla persona che è venuta a prendermi all’aeroporto non dico che siamo lì per un sopralluogo. Quando si lavora con le immagini ogni spostamento può essere la promessa di un incontro fortuito e spesso si è costretti a mentire e a vendere, per gita, quello che è lavoro sul campo. Siamo a Montresta, paese simbolo dello spopolamento, perché lì sopravvive l’ultima colonia di grifoni di tutta la Sardegna. Per vederli da vicino bisogna cercare il carnaio e l’impresa non è facile se si è senza una guida. Gli avvoltoi, forse avvertiti dal vento, non si presentano, ma per noi, che siamo lì per loro, è importante sapere che ci sono. Il giorno in cui qualcuno smetterà di occuparsi di quel presidio, del loro passaggio su questo angolo di terra non rimarrà che qualche testimonianza fotografica. Il loro stare in vita si deve soltanto a quell’artificio dato che nelle nostre campagne non vi è più bestiame a sufficienza, disposto a scapicollarsi, per nutrirli.

TURISMO E FUTURO. Mentre me ne vado penso che è quello che potrebbe accadere anche a noi, ai nostri figli, se non correremo ai ripari. Il turismo non è un eldorado per tutti, nelle zone interne è meno di un miraggio, e ai nostri ragazzi non resta che scappare per non avere una vita a tempo come questi uccelli che, per poter tirare avanti, devono rimanere abbarbicati al proprio carnaio. Bruxelles e Montresta, quasi le estremità di un diagramma su come possono andare le cose del mondo.

* Regista

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