Dori Ghezzi: «Lui e io all’Hotel Supramonte»
di Costantino Cossu
In un libro di memorie che esce oggi per Einaudi Stile Libero gli anni con il cantautore genovese: ricordi ed emozioni
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«Sì, la Signora – come i rapitori mi avrebbero chiamato per tutto il tempo – è giovane e così disperatamente attaccata a sua figlia, alla sua famiglia, all’uomo con cui sta condividendo l’esperienza più estrema e che ora la nutre nutrendosi dell’unica cosa di cui sono in possesso: il loro legame, fermo, limpido e accecante di una strana luce che irradia il bosco e che però riescono a vedere solo loro, nel buio dei cappucci. È così proiettata verso la vita a cui vuole tornare, che proverà a controllare la paura, a mostrarsi sicura e granitica, ogni volta che invece Fabrizio rischierà di crollare. Oltretutto, i primi tempi, senza sigarette e alcol, in una situazione di stress che ne avrebbe richiesti anche per me». È Dori Ghezzi che racconta i giorni del sequestro sul Supramonte in “Lui, io, noi” (Einaudi, 167 pagine, 17 euro) in libreria da oggi. Un memoir in cui per la prima volta la donna che dal 1974 ha diviso la vita con Fabrizio De André racconta la storia del loro legame. Lo fa insieme con Giordano Meacci e Francesca Serafini, sceneggiatori del “Principe libero”, il film su De André diretto da Luca Facchini, con Luca Marinelli nei panni di Faber.
Nel racconto di Dori Ghezzi si intrecciano mille voci. Quelle dei protagonisti di incontri che lasciano il segno (da Marco Ferreri a Lucio Battisti, da Cesare Zavattini a Fernanda Pivano) e quelle di tanti altri (amici, compagni di lavoro) che la memoria richiama a un presente eterno.
Il racconto prende le mosse dall’infanzia di Dori e da quella di Fabrizio. Arriva poi al loro primo incontro durante un concorso musicale, alla fine vinto da entrambi. Lì scatta qualcosa che non finirà mai di bruciare. E ancora, Luvi, la figlia che nasce come una promessa che allarga l’orizzonte della coppia. La Sardegna e i suoi silenzi: una natura e un paesaggio in cui il tempo si annulla e la vita sembra pesare di meno. L’esperienza terribile del sequestro, su quell’Hotel Supramonte in cui a sostenere Dori e Fabrizio è quel legame «fermo e limpido». Una prova durissima: «Mi facevo forza – ricorda Dori Ghezzi – per andare avanti. Una volta che le preoccupazioni mi precipitarono addosso e crollai, i rapitori mi provocarono subito, deridendomi, come se non si sentissero inchiodati davanti allo specchio delle loro responsabilità: “La vorremmo proprio con noi, la Signora… con il mitra”».
Ma “Lui, noi, loro” non è soltanto un racconto di fatti. Il libro scende – e sta in questo il suo valore più grande – sino al nucleo profondo della musica e delle parole scritte da De André per le sue canzoni. «Lui – scrive Dori Ghezzi – che credeva nell’eterno flusso cangiante dell’amore, che ha cantato la bellezza di un amore che viene e di un amore che va, era perfettamente consapevole del fatto che il dolore si scontra testardo contro i muri del non ritorno; l’idea che qualsiasi messaggio in una bottiglia si affoga da sé, disperato, appena si accorge che non potrà mai essere letto». Un difetto d’amore che genera il vuoto di cui s’alimenta l’angoscia, sino alla solitudine che accompagna la fine. «Si muore da soli. Si muore – scrive Dori Ghezzi – per un esperimento sbagliato, per una debolezza lacerata e sfrontata del cuore; si muore impiccati da una legge che si fonda sul vizio del perdono e non lo conosce».
Nel racconto di Dori Ghezzi si intrecciano mille voci. Quelle dei protagonisti di incontri che lasciano il segno (da Marco Ferreri a Lucio Battisti, da Cesare Zavattini a Fernanda Pivano) e quelle di tanti altri (amici, compagni di lavoro) che la memoria richiama a un presente eterno.
Il racconto prende le mosse dall’infanzia di Dori e da quella di Fabrizio. Arriva poi al loro primo incontro durante un concorso musicale, alla fine vinto da entrambi. Lì scatta qualcosa che non finirà mai di bruciare. E ancora, Luvi, la figlia che nasce come una promessa che allarga l’orizzonte della coppia. La Sardegna e i suoi silenzi: una natura e un paesaggio in cui il tempo si annulla e la vita sembra pesare di meno. L’esperienza terribile del sequestro, su quell’Hotel Supramonte in cui a sostenere Dori e Fabrizio è quel legame «fermo e limpido». Una prova durissima: «Mi facevo forza – ricorda Dori Ghezzi – per andare avanti. Una volta che le preoccupazioni mi precipitarono addosso e crollai, i rapitori mi provocarono subito, deridendomi, come se non si sentissero inchiodati davanti allo specchio delle loro responsabilità: “La vorremmo proprio con noi, la Signora… con il mitra”».
Ma “Lui, noi, loro” non è soltanto un racconto di fatti. Il libro scende – e sta in questo il suo valore più grande – sino al nucleo profondo della musica e delle parole scritte da De André per le sue canzoni. «Lui – scrive Dori Ghezzi – che credeva nell’eterno flusso cangiante dell’amore, che ha cantato la bellezza di un amore che viene e di un amore che va, era perfettamente consapevole del fatto che il dolore si scontra testardo contro i muri del non ritorno; l’idea che qualsiasi messaggio in una bottiglia si affoga da sé, disperato, appena si accorge che non potrà mai essere letto». Un difetto d’amore che genera il vuoto di cui s’alimenta l’angoscia, sino alla solitudine che accompagna la fine. «Si muore da soli. Si muore – scrive Dori Ghezzi – per un esperimento sbagliato, per una debolezza lacerata e sfrontata del cuore; si muore impiccati da una legge che si fonda sul vizio del perdono e non lo conosce».
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