La Nuova Sardegna

Il gioco virtuale che scompone le immagini

di Daniela Paba
Il gioco virtuale che scompone le immagini

A Cagliari Igino Panzino espone i suoi nuovi lavori L’arte nel labirinto di intrecci tra vero e falso 

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Nella deriva di senso che trascina la contemporaneità col suo continuo sovrapporsi di reale e virtuale, materiale e digitale, l’arte di Igino Panzino rappresenta un’àncora e una bussola. Come appare evidente nella mostra “Realtà aumentata”, allestita fino al 6 aprile nello Spazio E-Emme, in via Mameli 187, a cura di Anna Oggiano, l’artista scompone e ricompone immagini del suo archivio, sovrapponendo le tessere di forex su cui ha stampato le foto e così facendo dà allo spettatore la sua scansione di pixel, come titola tutte le opere che scandiscono lo spazio in galleria. Ne risulta un’alternanza di quadri tridimensionali, geometrie in bianco e nero, altre dai colori saturi nell’azzurro cielo, dettagli industriali e scorci urbani.

E siccome la “Realtà aumentata” di Panzino è un gioco scoperto, ogni scatto si arricchisce di un commento, uno sguardo altro, una riflessione, scritta ad hoc da critici attenti, fotografi, pittori chiamati a mettersi in gioco, offrendo complementarietà di visioni che danno all’arte profondità di pensiero, alla vita uno scandaglio pluridimensionale. Una complementarietà di sguardo ugualmente richiesta allo spettatore, catturato dallo scomporsi e ricomporsi delle forme su diversi piani, costretto a spostare il punto di vista nello spazio per scoprire la metamorfosi della visione, la fisica della percezione, il gioco della creazione che include e rilancia. E poco importa se la scomposizione delle forme nello spazio è tema di riflessione delle avanguardie storiche, se i primi concettuali sono surrealisti, se la geometria di colori e forme “pure” ha incantato l’intero Novecento.

Panzino muove dall’idea di un’opera d'arte intesa come prodotto di un linguaggio peculiare e autonomo, dotato di infinite possibilità espressive. La sua “Realtà aumentata” di Igino Panzino cita con noncuranza una storia nota, divenuta superflua come ogni sapere. E con la stessa noncuranza riafferma il gesto d’artista nel pixel commentato da Mariolina Cosseddu: un foglio di carta dipinto e accartocciato che diventa, nel puzzle fotografico, quasi un continente, mappa di terre immaginarie accese di luci ed ombre. Nel dettaglio delle geometrie industriali l’acciaio si arrampica ancora verso il cielo, eppure vacilla, si sfalda, correlativo oggettivo di un’epoca che fu. L’eleganza di un vecchio lampione o la prospettiva monumentale del Genio della navigazione di Tolone mantengono intatto il fascino dello scorcio urbano forse perché raccontano di viaggi e attraversamenti, di una ricerca di bellezza che l’occhio indaga attorno a sé con disperato bisogno. E si spiega così l’omaggio al Bauhaus, una scritta in bianco e nero con contrappunto di tessere pantone al margine. All’epoca dei selfie Panzino offre un autoritratto in B/N nel quale la labilità dei segni del viso è bilanciata dalla profondità dello sguardo puntato dritto in faccia allo spettatore. E in coda al catalogo l’artista ripropone alcuni stralci delle discussioni dal bar “in fondo all’anima” che, a proposito di fake news, illuminano alcuni aspetti della sua ricerca.

«Per districarsi nel groviglio di intrecci tra vero e falso – sostiene Igino Panzino – bisogna diventare sempre più smaliziati e acquisire competenze da veri semiologi, alla Umberto Eco, o per restare in Sardegna, alla Tonino Casula. Oppure arrendersi all’evidenza dei fatti che le uniche verità oggettive siano quelle stabilite dal metodo processuale. Il diritto (…) ha messo a punto un sistema di accertamento basato sul controllo incrociato dei punti di vista (indagini, testimonianze, perizie) che, con tutte le riserve che ci possono essere, risulta l’unico modo per avvicinarsi alla verità più certa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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