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Il rancore bolscevico secondo Malaparte

Il rancore bolscevico secondo Malaparte

Arriva in libreria per Adelphi, per l’ottima cura di Mariarosa Bricchi, “Il buonuomo Lenin” di Curzio Malaparte, apparso in Francia nel 1932: un libro di metafisica della Storia sul risentimento e il...

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Arriva in libreria per Adelphi, per l’ottima cura di Mariarosa Bricchi, “Il buonuomo Lenin” di Curzio Malaparte, apparso in Francia nel 1932: un libro di metafisica della Storia sul risentimento e il rancore piccolo-borghese, prima ancora che sul feroce bolscevico. Una specie di ricognizione, se così si può dire, sulla «banalità del male», ma in versione bolscevica, e con circa trent’anni d’anticipo su Hannah Arendt: seppure scritto con la baldanza e il gusto per lo scandalo tipici suoi, conducendo l’analisi filosofica e antropologica per bagliori metaforici, come il capitolo intitolato “La parrucca di Lenin” da solo dimostra. Una ricognizione, aggiungo, che punta molto sul simbolo e che teatralizza i documenti, quasi tutti di fonte bolscevica, come dice lo stesso scrittore (ma dobbiamo credergli?), con momenti di grande letteratura.

C’è una storiella che merita d’essere raccontata, restituitaci dalla curatrice nella nota al testo. Nel 1947 Indro Montanelli pubblicò "Il buonuomo Mussolini" e Malaparte si infuriò: solo per un pelo non si finì in tribunale. I due si detestavano. Montanelli su Malaparte: «Camaleonte travestito da Narciso». Malaparte, che era di Prato, su Montanelli: «Vuole imitarmi, ma non sarà mai come me. È di Fucecchio».

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