Pagine di frontiera tra G8 e periferie
L’Isola delle storie è quella di Simonetta Agnello Hornby, che si affaccia da un balcone del centro storico intervistata da Elvira Serra quasi per concedere il bis del recital col quale, insieme a...
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L’Isola delle storie è quella di Simonetta Agnello Hornby, che si affaccia da un balcone del centro storico intervistata da Elvira Serra quasi per concedere il bis del recital col quale, insieme a Filomena Campus, aveva aperto il festival giovedì notte. E storie di frontiera, difficili e complicate anche nella loro crudezza, sono state quelle raccontate dal fumettista Zerocalcare, al secolo Michele Rech, nel primo incontro del fronte del palco condotto da Fabio Geda. Storie della periferia di Roma e dei centri sociali, del G8 di Genova nel 2001, dei combattimenti dei guerriglieri turchi, affrontate nei suoi libri che dal 2011 a oggi raccontano i cambiamenti del mondo e i momenti più complicati.
Storie vere «Perché non sono bravo a inventare, quando ho provato sono venute fuori delle schifezze – ha detto –. se non sono esperienze mie personali ho bisogno comunque di qualcuno che mi racconti le sue, creare ex novo non è roba per me. È anche uno dei motivi per i quali faccio fatica a introdurmi nel mondo dei cartoni animati, che pure è un’esperienza che mi piacerebbe molto vivere». I suoi personaggi hanno uno sguardo da fanciullo col quale toccano nervi scoperti. Come Genova la notte della Diaz «l’unico argomento sul quale non voglio mediare. L’ho vissuto in prima persona, mi ha menato la Forestale e forse sono l’unico in Italia che può vantarsi di questo, per me come uomo è stato uno spartiacque, soprattutto nel rapporto con l’autorità statale. Ho la mia opinione e non torno indietro, così come la controparte ancora oggi non cambia la sua versione. Mi spiace soprattutto che si stia perdendo la consapevolezza storica, le nuove generazioni non sanno cos’è successo, addirittura nella stessa scuola Diaz non c’è una targa che ricordino quei giorni o un movimento interno che porti avanti il ricordo». Zerocalcare è il fumettista che con “Kobane calling” ha sbancato le classifiche raccontando la sua esperienza sul confine turco-siriano in supporto al popolo curdo: «Passata la paura dell’Isis, dei curdi, in prima fila in quella guerra, ci si è subito dimenticati e la Turchia ha potuto fare ciò che voleva. Su quello che succede su quelle montagne si dicono tante cose, io sono andato, ho visto da vicino le donne e le bambine armate, mi sono fatto spiegare i loro perché. È un discorso difficile e ognuno sistema la propria personale asticella dove vuole, io non voglio convincere nessuno ma erano donne che scappavano dalle violenze della loro società, venivano accolte e poi una volta maggiorenni potevano fare una scelta consapevole. So che è difficile ma lo trovo un atto di grande umanità».
Così come complicato è il discorso sulle periferie fatto da uno che abita a Rebibbia e ha sempre vissuto in prima persona i centri sociali: «Credo che nelle grandi città quello dei centri sociali sia un modello in crisi, travolto dall’antipolitica, nelle altre ha ancora un senso. La periferia romana viene raccontata male, utilizzando due stereotipi: o il degrado o i poveri coi buoni sentimenti. Invece non ci possono essere categorie tagliate con l’accetta, ci sono persone che lavorano, fanno volontariato, poi non riescono ad arrivare alla fine del mese e allora spacciano, è un qualcosa che non sta in quelle categorie».
Storie vere «Perché non sono bravo a inventare, quando ho provato sono venute fuori delle schifezze – ha detto –. se non sono esperienze mie personali ho bisogno comunque di qualcuno che mi racconti le sue, creare ex novo non è roba per me. È anche uno dei motivi per i quali faccio fatica a introdurmi nel mondo dei cartoni animati, che pure è un’esperienza che mi piacerebbe molto vivere». I suoi personaggi hanno uno sguardo da fanciullo col quale toccano nervi scoperti. Come Genova la notte della Diaz «l’unico argomento sul quale non voglio mediare. L’ho vissuto in prima persona, mi ha menato la Forestale e forse sono l’unico in Italia che può vantarsi di questo, per me come uomo è stato uno spartiacque, soprattutto nel rapporto con l’autorità statale. Ho la mia opinione e non torno indietro, così come la controparte ancora oggi non cambia la sua versione. Mi spiace soprattutto che si stia perdendo la consapevolezza storica, le nuove generazioni non sanno cos’è successo, addirittura nella stessa scuola Diaz non c’è una targa che ricordino quei giorni o un movimento interno che porti avanti il ricordo». Zerocalcare è il fumettista che con “Kobane calling” ha sbancato le classifiche raccontando la sua esperienza sul confine turco-siriano in supporto al popolo curdo: «Passata la paura dell’Isis, dei curdi, in prima fila in quella guerra, ci si è subito dimenticati e la Turchia ha potuto fare ciò che voleva. Su quello che succede su quelle montagne si dicono tante cose, io sono andato, ho visto da vicino le donne e le bambine armate, mi sono fatto spiegare i loro perché. È un discorso difficile e ognuno sistema la propria personale asticella dove vuole, io non voglio convincere nessuno ma erano donne che scappavano dalle violenze della loro società, venivano accolte e poi una volta maggiorenni potevano fare una scelta consapevole. So che è difficile ma lo trovo un atto di grande umanità».
Così come complicato è il discorso sulle periferie fatto da uno che abita a Rebibbia e ha sempre vissuto in prima persona i centri sociali: «Credo che nelle grandi città quello dei centri sociali sia un modello in crisi, travolto dall’antipolitica, nelle altre ha ancora un senso. La periferia romana viene raccontata male, utilizzando due stereotipi: o il degrado o i poveri coi buoni sentimenti. Invece non ci possono essere categorie tagliate con l’accetta, ci sono persone che lavorano, fanno volontariato, poi non riescono ad arrivare alla fine del mese e allora spacciano, è un qualcosa che non sta in quelle categorie».
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