Erasmo da Rotterdam e Sofocle Il piacere dell’assenza di senno
Nel suo “Elogio della follia” (1509) Erasmo da Rotterdam si domandava: «E che cos’è poi questa vita? E se le togli il piacere, si può ancora chiamarla vita?». Più avanti, dopo aver criticato gli...
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Nel suo “Elogio della follia” (1509) Erasmo da Rotterdam si domandava: «E che cos’è poi questa vita? E se le togli il piacere, si può ancora chiamarla vita?». Più avanti, dopo aver criticato gli stoici, i quali disprezzerebbero il piacere solo in apparenza, arriva a identificare il piacere stesso, senza cui ogni momento della vita «sarebbe triste, difficile, brutto, insipido, fastidioso», con «un pizzico di follia».
Erasmo, con Sofocle, ne è convinto: «Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno». Certo, esistono due tipi di «assenza di senno». La prima «scaturisce dagli inferi tutte le volte che le crudeli dee della vendetta (…) suscitano nei cuori dei mortali ardore di guerra, o insaziabile sete di oro, o amore turpe e scellerato, parricidio, incesto, sacrilegio, e altri consimili orrori; oppure quando travagliano con le furie e le faci tremende, un animo conscio dei propri delitti». La seconda non ha nulla in comune con la prima, ma si manifesta «ogni volta che una dolce illusione libera l’animo dall’ansia e lo colma, insieme, di mille sensazioni piacevoli».
Proprio l’illusione di cui scriveva Cicerone ad Attico, augurandola a se stesso come un grande dono degli dei. Non v’è chi non veda come tale tipo di follia, che si genera appunto dal momentaneo silenzio della ragione e si nutre di dolci illusioni, debba appunto essere considerata una suprema forma di saggezza.
Erasmo, con Sofocle, ne è convinto: «Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno». Certo, esistono due tipi di «assenza di senno». La prima «scaturisce dagli inferi tutte le volte che le crudeli dee della vendetta (…) suscitano nei cuori dei mortali ardore di guerra, o insaziabile sete di oro, o amore turpe e scellerato, parricidio, incesto, sacrilegio, e altri consimili orrori; oppure quando travagliano con le furie e le faci tremende, un animo conscio dei propri delitti». La seconda non ha nulla in comune con la prima, ma si manifesta «ogni volta che una dolce illusione libera l’animo dall’ansia e lo colma, insieme, di mille sensazioni piacevoli».
Proprio l’illusione di cui scriveva Cicerone ad Attico, augurandola a se stesso come un grande dono degli dei. Non v’è chi non veda come tale tipo di follia, che si genera appunto dal momentaneo silenzio della ragione e si nutre di dolci illusioni, debba appunto essere considerata una suprema forma di saggezza.
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