La vita del sardo Picconatore Francesco Cossiga e le virtù politiche della cionfra

Da venerdì con la Nuova il secondo volume della collana “Storia di Sardegna”. «Mi servo dell’humour appreso nella mia città come di una guida morale»

«Vedi» mi disse alla fine di un pranzo a due fra gli ori del Quirinale, per preparare un’intervista per «Epoca» che avrebbe fatto scalpore, «ecco vedi, qui tutti credono che veniamo dallo stesso posto». Narcisismo dell’identità, come dicono gli psicanalisti fin dai tempi di Freud: Sassari e Alghero, la sua e la mia città, distano poco più di trenta chilometri. Ma sono due mondi! Che non fossero «lo stesso posto» lo sapeva fin da bambino: durava quasi un’ora il viaggio in littorina fino alla fermata del Lido a San Giovanni, dove la famiglia Cossiga andava per i bagni. «A Sassari infatti non c’è il mare!» avevo risposto con il superiore sarcasmo di chi, come tutti i bambini d’Alghero, ostentava la preferenza del libero scoglio proletario alla privata spiaggia borghese.



Vista da lontano la Sardegna mostra una sua tetragona identità. Vista da vicino invece rivela le sue molteplici differenze, almeno tante quante le regioni in cui la storia l’ha divisa, ciascuna con la sua lingua e le sue tradizioni, i suoi paesi, le sue campagne, le sue città... Sardo a una dimensione, Cossiga sapeva vedere la Sardegna sia da lontano che da vicino senza smarrire i tratti fondanti della sua identità. Diceva con sottile autoironia: «Mi manca solo il salto della glottide, quella particolarità fonologica caratteristica delle popolazioni del centro della Sardegna. Per il resto le stimmate nuragiche le ho tutte: orgoglio, testardaggine, puntiglio, permalosità».

La centralità di Sassari è stata per Cossiga il motore immobile della sua personale leggenda delle origini. Nei tratti peculiari del suo carattere c’è molta sassareseria. Cioè quella speciale, diciamo anche corriva inclinazione alla battuta salace, allo scherzo urticante, al disincanto cinico che si riassume in una parola dall’oscuro significato e dall’etimologia incerta, cionfra.

Durante la fine travagliata del suo settennato si è discusso a lungo se la pratica della Esternazione presidenziale, oltre che nella Costituzione, non trovasse le sue origini più autentiche nella cionfra sassarese. «Io me ne servo come di una guida morale, un barometro spirituale», aveva rivelato con sussiego parlando all’Università di Sassari, concludendo il suo viaggio in Sardegna da presidente eletto. Spiegava che non c’è valore socialmente consolidato che non possa essere messo in dubbio da un ben riuscito motto di spirito. E infatti aveva concluso, per giustificare la scelta di visitare la sua piccola patria prima dell’insediamento: «Non sarei potuto venire qui con i corazzieri, perché nella mia testa ci sarebbe stato il tarlo del sospetto che un sassarese vedendomi potesse dire: “Ma cosa si crede di essere diventato Cossiga”».

Nei racconti della vulgata sassarese su Enrico Berlinguer, un po’ come nelle agiografie che ripetono le virtù dei santi medioevali, si tramanda che anche il cugino comunista soffrisse della stessa fobia, e fosse preso dal timor panico se gli si chiedeva di tenere un comizio a Sassari. Addirittura Cossiga evitò di candidarsi nel collegio senatoriale della sua città, per non dare ai suoi amati concittadini il piacere di votargli contro.

«Non bisogna confondere la sassaresità con la sardità. Io sono figlio di entrambe»: se Antonio Gramsci è stato un sardo di paese, Cossiga si è sempre sentito un sardo di città. Forse è questa la ragione per la quale l’idea di una patria sarda, una “piccola patria” che non è mai riuscita a farsi Stato, non gli ha impedito di sentirsi cittadino dell’Italia: «L’essere sardo per i sardi è un atto costitutivo. Io mi sento italiano da sardo ... La Sardegna è un modo di essere Italia».

Si vede il profilo dell’isola che ingloba la penisola, sulla prima pagina della «Nuova Sardegna» (direttore era allora Alberto Statera) nella vignetta che commenta l’elezione del nuovo presidente sardo. La geografia paradossale di Gef Sanna, con un lampo di intelligenza satirica, disegnava il più recondito dei pensieri di Cossiga meglio di un saccente editoriale. «Tutti i sardi hanno sempre avuto un grande senso dello Stato, della nazione Italia. Vogliamo citare Emilio Lussu o Antonio Gramsci, Antonio Segni o Enrico Berlinguer?». Con uno scarto da intellettuale di razza, Cossiga completava la sua riflessione sul carattere nazionale dei sardi accostando ai padri della patria un pluriomicida, conclamato e condannato, Graziano Mesina. Si racconta che l’editore Giangiacomo Feltrinelli deciso a fare della Sardegna una nuova Cuba, abbia chiesto a Mesina di capeggiare con la sua banda la guerriglia rivoluzionaria contro l’Italia. La risposta nazionalitaria di Mesina a Feltrinelli piaceva a Cossiga: «Ma lei per chi mi prende? Io sono un bandito sardo!».

Si è teorizzato che fra la nascita del Regno di Sardegna, istituito solo di nome nel 1297 da Bonifacio VIII, il papa di Dante, e la Repubblica italiana di oggi non ci sia mai stata soluzione di continuità istituzionale. È sul filo di questa ipotesi che Cossiga tiene una lezione alla Università di Barcellona, per la laurea honoris causa. Metà novembre 1991: ad ascoltare la storia perduta della sua piccola patria sarda c’è anche il re, Juan Carlos di Borbone, Altro che cionfra e banditismo barbaricino! Si tratta di studi dotti e specialistici sulla storia della Sardegna aragonese: «Il regno di Sardegna creato dai catalani-aragonesi nel 1324, ha dato ai duchi di Savoia, nel 1720, quel titolo regio col quale hanno condotto il nostro Risorgimento e formato, nel 1861, il Regno d’Italia da cui nasce l’attuale Repubblica italiana che ho l’onore di rappresentare».

In quegli stessi giorni infuriava la guerriglia delle Picconate. Trattandolo da squilibrato il giornale di Eugenio Scalfari, «Repubblica», un tempo simpatizzante, non gli dava più tregua e titolava in prima: «Gollismo in salsa sarda», insinuando un retropensiero autoritario, stile generale De Gaulle, nella mia intervista, appena uscita su «Epoca». Corredata da un superbo servizio fotografico di Mauro Galligani, ma soprattutto con un titolo provocatorio. L’aveva scelto il direttore, Nini Briglia, al solito più cauto e moderato, che stavolta si era lasciato trascinare dall’impeto sardo del presidente italiano: «Matto io? No, solo sardo e testardo».

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