«Sardegna, terreno ideale per unire pane e cultura»

L’ex ministro Massimo Bray a Sassari per un convegno sul territorio: le sue idee sulla valorizzazione del grande patrimonio culturale isolano 

Per parlare di cultura, in una Sardegna che 250 anni prima di Cristo era “il granaio di Roma”, si affida a Marguerite Yourcenar, prima donna eletta alla Académie française. L’autrice delle “Memorie di Adriano” diceva che «fondare biblioteche è come costruire granai pubblici». Il grano ti dà il pane e il pane è vita. Starne senza è come non vivere, non essere. Ma più che i numeri e le cifre valgono i concetti «da estendere a tutta l’Italia». Perché «la cultura non è una merce che si può comprare e vendere, apprezzare o deprezzare secondo l’utilità del momento», ripete Massimo Bray, pugliese di Lecce, 60 anni, ex ministro ai Beni e alle attività culturali e al Turismo con Enrico Letta, direttore generale dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana Treccani, presidente del Salone del libro al Lingotto di Torino.

«Il valore della cultura è inestimabile, è storia e memoria, è formazione dei cittadini». Oggi ne parlerà a Sassari, aula magna dell’università, al convegno promosso dall’Ais (Associazione italiana di Sociologia) organizzato dalla coordinatrice nazionale della sezione “Territorio” Antonietta Mazzette. Introducono il rettore Massimo Carpinelli, il presidente della Fondazione Sardegna Antonello Cabras e il direttore del Dipartimento di Storia Marco Milanese.

Tema declinato ieri a Roma, alla Nuvola dell’Eur dallo stesso Bray, nel corso dell’evento “Più libri più liberi” col nuovo libro “Alla voce cultura, Diario sospeso” (Manni editore). Le cifre più recenti descrivono un patrimonio culturale statale che in Italia vale 173,7 miliardi di euro ma ha una redditività dello 0,01 per cento, con ricavi di poco superiori ai duecento milioni. Abbiamo l’oro ma non lo sappiamo valorizzare. «Verissimo. Ma la prima lettura non può essere merceologica. I giganti della vostra cultura, Antonio Gramsci, Grazia Deledda, Salvatore Satta dicevano, mi limito a una citazione, che bisogna studiare, studiare, studiare. Bisogna studiare per capire quale valore hanno i nostri beni culturali: artistici, architettonici, archeologici, ambientali. Se comprendiamo questo, il resto viene da sé. Il fatto è che non c’è ancora la consapevolezza di questo tesoro immenso che la nostra Costituzione eleva a primo grado dell’interesse politico». La prima cosa da fare, allora, in un momento politico sguaiato che ha cancellato quasi del tutto la parola cultura? «L’ascolto delle esigenze e delle istanze di cambiamento, sul piano politico e su quello tecnologico. La politica non ascolta come dovrebbe chi chiede e propone cultura. Occorre la convinzione diffusa che attraverso la cultura si può creare comunità, che esista un filo rosso che lega le miriadi di singoli e associazioni attive nella promozione culturale. Penso alla Sardegna che, con alcuni festival culturali e letterari, in pochi anni ha innovato, dando vita a vere comunità che si ritrovano attorno ai libri. Occorre avvicinare le persone a questo nostro patrimonio e fare in modo che sia conosciuto. Perché se lo conosci lo ami. E così capisci la nostra storia ma costruisci anche le forme per disegnare il futuro: che in Italia, in Sardegna si chiama cultura. Formando cittadini consapevoli».

Le competenze non sono direttamente proporzionali alle bellezze come La Muta di Raffaello, La Gioconda, la Reggia di Caserta, i nuraghi, i giganti di Mont’e prama, i Bronzi di Riace, Pompei. Cagliari non porta a reddito la necropoli punica più imponente del Mediterraneo.

«Una lettura più attenta ai ritorni economici non può che venire da un piano di sistema centrato sul turismo culturale. Se ne sta per caso parlando? No. Turismo e cultura devono andare di pari passo dalle Alpi al Gennargentu. A livello ministeriale, e in diverse regioni, questa consapevolezza c’è, le competenze esistono nelle diverse declinazioni. Bisogna pensare a chi tra poco andrà in pensione lasciando grandi vuoti. Oggi occorre investire nei giovani, devono essere formati ed entusiasti. Dobbiamo credere nell’alta formazione. Cultura , lo ripeto, si lega a turismo, c’è di mezzo il rispetto del paesaggio, la difesa delle coste e non solo». Sembra un libro dei sogni. «Ma la strada è quella: dobbiamo investire di più nella formazione e nella valorizzazione delle professionalità. Le scuole rivolte a creare le professioni per il patrimonio culturale potrebbero essere molto d’aiuto. Sono i nostri granai».

Senza pensare a direttori locali, regionali, figli di un nepotismo o di un sovranismo culturale senza senso. Il Museo archeologico di Cagliari può essere diretto bene anche da un tedesco? «La cultura è universale, non conosce il localismo lessicale, tanto meno il sovranismo. Vanno date le migliori opportunità a ricercatori giovani e capaci, entusiasti, formati a scuola e sul campo, devono sapere attirare i visitatori, creare flussi costanti. La carta d’identità non c’entra. Va sviluppata la conoscenza e la sensibilità di tutela dei luoghi, è un unicum che dobbiamo saper valorizzare».

Ha già detto che occorre credere nelle comunità. In Sardegna da questo punto di vista gioca in casa. «Ripeto che occorre ricreare il senso di comunità che abbiamo smarrito. La Sardegna, come il resto d’Italia, può e deve vivere di risorse culturali. Per il futuro, da domani deve privilegiare l’essere rispetto all’apparire. È la cultura, con tutte le sue forze, dai festival di tutti i tipi ai convegni, che deve lanciare sfide alla politica per ricostruire il rapporto di fiducia tra governanti e governati. Oggi sembrano due corpi separati». Se fosse stato nella giuria di Stoccolma, avrebbe dato il Nobel della letteratura a Peter Handke? «Sì. Perché con la qualità della sua scrittura ha fatto molto riflettere sui grandi conflitti del Novecento».

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