Antonio Gramsci, la sinistra e i suoi fallimenti
di Marcos del Roio
Esce un libro di Gianni Fresu, presidente dell’International Gramsci Society Brasil, sul pensiero dell’autore dei “Quaderni”
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Pubblichiamo uno stralcio dell’introduzione di Marcos Del Roio (docente di Scienze politiche all’Universidade Estadual Paulista) al libro di Gianni Fresu “Antonio Gramsci. L’uomo filosofo” (Aipsa Edizioni, 406 pagine, 18 euro).
* * *di Marcos del Roio
La questione meridionale, argomento sul quale Gramsci stava lavorando al momento dell’arresto, è analizzata ampiamente nei “Quaderni” dove le relazioni squilibrate tra Nord e Sud, ma pure quelle tra Occidente e Oriente, sono spiegate con profondità e più direzioni analitiche. A partire da queste contraddizioni egli sviluppa i problemi dei subalterni e della subalternità, arrivando a trattare il tema degli intellettuali e quello della “rivoluzione passiva” come chiave interpretativa del Risorgimento.
Gramsci scrive i “Quaderni” essendo un prigioniero del Fascismo, e questo dato basta a dimostrare l’enorme sconfitta subita dal movimento nazionale e internazionale nel quale egli militava. Il fallimento era avvenuto già nel 1921, tuttavia, il Comintern e il PCd’I s’attardavano su una lettura auto indulgente della fase e delle prospettive future, considerando la situazione ancora rivoluzionaria. Contrariamente a ogni ottimismo facilone, nei “Quaderni”, Gramsci chiarì pienamente la portata storica della sconfitta subita dal movimento rivoluzionario. Il suo programma di studio era finalizzato a comprendere le ragioni di una simile catastrofe, le sue riflessioni chiarirono le cupe prospettive verso cui si indirizzava l’umanità e, allo stesso tempo, quali sfide era opportuno vincere per rilanciare il tema della rivoluzione in Occidente.
Era necessario comprendere il Fascismo, le sue tendenze e le sue contraddizioni, il suo significato storico come una particolare forma di rivoluzione passiva. Il capitalismo viveva una condizione di profonda crisi, ma non era una “crisi finale”, al contrario l’americanismo fordismo mostrava un cammino sontuoso di espansione capitalistica, con la creazione di una nuova classe operaia, di un nuovo processo produttivo e di divisione del lavoro plasmato sulle nuove esigenze di razionalizzazione tecnica e sociale.
La crisi del 1929 fu un fortissimo scuotimento dei suoi fondamentali, senza dubbio, ma, ciò nonostante, al collasso seguì un lungo periodo di espansione favorito, ovviamente, dalle esigenze di ricostruzione imposte al mondo dalla devastazione di quella guerra di cui Gramsci ebbe modo di intuire le premesse e la inevitabilità.
Affrontare senza remore i limiti di questo mondo sarebbe essenziale, così come Gramsci analizzò criticamente i suoi avversari: le incrostazioni positiviste del marxismo e il liberalismo crociano. L’economicismo, il determinismo, soffocarono l’eredità di Marx, occorreva riscattarla dal meccanicismo attraverso la valorizzazione della dialettica. L’azione politica di chi si richiamava a Marx dipendeva strettamente da quest’azione di chiarificazione intellettuale, ma anche dal lavoro teso a comprendere e a riconoscere le contraddizioni e gli effetti paralizzanti del senso comune, come punto di partenza del progresso intellettuale delle masse popolari.
Le possibilità di sviluppo di un “moderno principe” erano intimamente connesse alla capacità di autoeducazione del mondo del lavoro e dei gruppi subalterni, liberati dai condizionamenti provenienti dalla cultura dominante. In questo processo Gramsci individua i punti di riferimento di una nuova egemonia popolare alternativa a quella borghese: la filosofia della praxis sarebbe in tal senso una forma autonoma di apprendimento e conoscenza del mondo, interessata a riunificare teoria e pratica in modo da poter affermare che tutti gli uomini sono filosofi.
Alla fine di questo intrigante libro di Gianni Fresu, il lettore avrà una maggior chiarezza della traiettoria intellettuale di Gramsci e dei temi di elevata complessità teorica lasciatici in eredità dall’ “Uomo filosofo” della Sardegna.
* * *di Marcos del Roio
La questione meridionale, argomento sul quale Gramsci stava lavorando al momento dell’arresto, è analizzata ampiamente nei “Quaderni” dove le relazioni squilibrate tra Nord e Sud, ma pure quelle tra Occidente e Oriente, sono spiegate con profondità e più direzioni analitiche. A partire da queste contraddizioni egli sviluppa i problemi dei subalterni e della subalternità, arrivando a trattare il tema degli intellettuali e quello della “rivoluzione passiva” come chiave interpretativa del Risorgimento.
Gramsci scrive i “Quaderni” essendo un prigioniero del Fascismo, e questo dato basta a dimostrare l’enorme sconfitta subita dal movimento nazionale e internazionale nel quale egli militava. Il fallimento era avvenuto già nel 1921, tuttavia, il Comintern e il PCd’I s’attardavano su una lettura auto indulgente della fase e delle prospettive future, considerando la situazione ancora rivoluzionaria. Contrariamente a ogni ottimismo facilone, nei “Quaderni”, Gramsci chiarì pienamente la portata storica della sconfitta subita dal movimento rivoluzionario. Il suo programma di studio era finalizzato a comprendere le ragioni di una simile catastrofe, le sue riflessioni chiarirono le cupe prospettive verso cui si indirizzava l’umanità e, allo stesso tempo, quali sfide era opportuno vincere per rilanciare il tema della rivoluzione in Occidente.
Era necessario comprendere il Fascismo, le sue tendenze e le sue contraddizioni, il suo significato storico come una particolare forma di rivoluzione passiva. Il capitalismo viveva una condizione di profonda crisi, ma non era una “crisi finale”, al contrario l’americanismo fordismo mostrava un cammino sontuoso di espansione capitalistica, con la creazione di una nuova classe operaia, di un nuovo processo produttivo e di divisione del lavoro plasmato sulle nuove esigenze di razionalizzazione tecnica e sociale.
La crisi del 1929 fu un fortissimo scuotimento dei suoi fondamentali, senza dubbio, ma, ciò nonostante, al collasso seguì un lungo periodo di espansione favorito, ovviamente, dalle esigenze di ricostruzione imposte al mondo dalla devastazione di quella guerra di cui Gramsci ebbe modo di intuire le premesse e la inevitabilità.
Affrontare senza remore i limiti di questo mondo sarebbe essenziale, così come Gramsci analizzò criticamente i suoi avversari: le incrostazioni positiviste del marxismo e il liberalismo crociano. L’economicismo, il determinismo, soffocarono l’eredità di Marx, occorreva riscattarla dal meccanicismo attraverso la valorizzazione della dialettica. L’azione politica di chi si richiamava a Marx dipendeva strettamente da quest’azione di chiarificazione intellettuale, ma anche dal lavoro teso a comprendere e a riconoscere le contraddizioni e gli effetti paralizzanti del senso comune, come punto di partenza del progresso intellettuale delle masse popolari.
Le possibilità di sviluppo di un “moderno principe” erano intimamente connesse alla capacità di autoeducazione del mondo del lavoro e dei gruppi subalterni, liberati dai condizionamenti provenienti dalla cultura dominante. In questo processo Gramsci individua i punti di riferimento di una nuova egemonia popolare alternativa a quella borghese: la filosofia della praxis sarebbe in tal senso una forma autonoma di apprendimento e conoscenza del mondo, interessata a riunificare teoria e pratica in modo da poter affermare che tutti gli uomini sono filosofi.
Alla fine di questo intrigante libro di Gianni Fresu, il lettore avrà una maggior chiarezza della traiettoria intellettuale di Gramsci e dei temi di elevata complessità teorica lasciatici in eredità dall’ “Uomo filosofo” della Sardegna.
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