«Dietro il crimine una società ingiusta e malata»

Nel nuovo romanzo “I cerchi nell’acqua” una Milano noir raccontata dai margini  

Certi crimini non si concludono con una sentenza dell’autorità giudiziaria. Alcuni delitti lasciano cicatrici profonde sul cuore degli inquirenti. Diventano una faccenda personale. Tolgono il sonno. Portano a fare brutti pensieri. E quei pensieri a volte conducono in mondi sotterranei da cui sarebbe meglio stare alla larga. È quanto accade a Carella e Ghezzi, i protagonisti del nuovo romanzo di Alessandro Robecchi, “I cerchi nell’acqua” (Sellerio, 15euro) al primo posto nella classifica dei libri più venduti. Entrambi i poliziotti rubano la scena a Carlo Monterossi, l’autore televisivo protagonista dei libri precedenti. I due sbirri stanno seguendo delle indagini personali che fatalmente li porteranno a incrociarsi in una Milano dalle tinte fosche, dove tutto ha un prezzo. Quel costo lo dovranno pagare con la moneta sonante del rimorso. Per quello che poteva essere e non è stato. Per una promessa che non si è rispettata. Per una morale sgualcita dal tempo e da troppe iniquità.

Da anni ormai la narrazione che viene fatta di Milano è unilaterale: laboratorio del futuro, capitale “morale”, hub economico, culturale e architettonico. Sembra quasi un luogo idilliaco, dove il male è stato bandito, epurato. Nel suo romanzo, però, non è questo il ritratto dominante.

«È vero, la narrazione corrente di Milano è appiattita su una leggenda modernista che ne fa una specie di caricatura. Forse esagero, ma il mio modo di raccontare la città è un atto di ribellione a questa stupidaggine. Chi ha raccontato magistralmente Milano ha raccontato le sue ombre, le sue ferite, da Testori a Bianciardi, ma ci metto ovviamente anche Fo, Jannacci, Scerbanenco… Tutte quelle luci creano ombre gigantesche che si finge di non vedere. Milano paga il suo scintillio in termini di clamorose ingiustizie e diseguaglianze. È vero, Ghezzi mostra all’incredulo Monterossi un mondo che non conosce, quello dei miserabili, delle vite sospese, dei delinquenti. Qui non siamo tutti modelle, designer e archistar come si vuole far credere, vivo qui da sempre e considero un atto di giustizia raccontare una Milano reale, non seguire la propaganda».

Spesso a seguito di una grande tragedia – crisi finanziaria, disastro naturale o emergenza sanitaria – per una ripartenza del Paese si fa fluire tanta liquidità nelle arterie economiche della nazione. Altrettanto spesso questa liquidità è intercettata da “organizzazioni” che non sembrano aspettare altro per ripulire denaro. Milano non è nuova a questa dinamica.

«Certo, c’è questo rischio. La favola delle mafie “solo al Sud” è, appunto, una favola. Le mafie vanno dove ci sono soldi, affari, e qui ce ne sono tanti. In più la finanza è quasi un potere a sé, e il rischio che gli affari illeciti si riversino in investimenti “puliti” è conclamato. Difendersi dallo strapotere del denaro, dei poteri forti, è una questione di democrazia, oltre che di legalità».

Tutte le sue storie raccontano in qualche modo di un’ingiustizia. Nell’ultimo romanzo il fulcro oscuro della vicenda che dilania Carella è troppo gravoso da sostenere e si trasforma in un fuoco che infiamma il sovrintendente la cui bussola morale impazzisce.

«L’ingiustizia è ovunque e il noir, per sua natura, si occupa di bene, male, giusto, ingiusto, dolore… Carella prende ogni indagine come un fatto personale, e questa volta ancor di più, perché sente di non aver protetto una persona a cui teneva. È uno sbirro che deve fingersi delinquente per la sua indagine, fa cose che non dovrebbe. Ma la sua integrità etica e morale è inscalfibile. Sa che la giustizia dei tribunali non c’entra niente con il senso di giustizia che ognuno di noi ha (spero) dentro di sé».

Anche Ghezzi, che fino a questo momento ha incarnato la saggezza, la pacatezza e la riflessività, si trova a muoversi in una terra di confine – quella tra legalità e illegalità – a cui non è avvezzo.

«Il sovrintendente Ghezzi vive una sua strana crisi. Sull’orlo dei sessant’anni, è tentato dai bilanci e morso da nostalgie di cui non si credeva capace. Si era messo sul confine tra buoni e cattivi – da giovane, a inizio carriera – e ora quel confine non gli sembra più tanto netto. Ma capisce le vite degli altri, anche dei delinquenti che cattura. A un certo punto dice: “Questi qui, anche se non li prendiamo, il loro ergastolo se lo fanno lo stesso”. Ghezzi contiene una pietas che comprende sia vittime che carnefici».

I suoi romanzi sono infarciti di citazioni musicali. Spesso relative a Bob Dylan. Tra le sue tante canzoni-poesie qual è quella che più s’attaglia all’anima di “I cerchi nell’acqua”?

«Dylan è un grande amore del Monterossi, e anche mio. Quando il Monterossi ha un sobbalzo, uno spostamento del cuore, sa che troverà sempre un verso di Dylan che dice meglio di lui cosa sta provando. Ma non è a questo che servono i poeti? A dire meglio di noi cose che sentiamo e non sappiamo dire? Ne “I cerchi nell’acqua” Monterossi è un po’ laterale, quindi è laterale anche Dylan. Ma ho sentito la nuova suite di Bob, “Murder most foul”, un salmo lunghissimo che parla di tutto quello che abbiamo avuto e non abbiamo più, un rimpianto rabbioso che sarebbe perfetto per questo romanzo».

L’omicidio è il sassolino che infrange lo specchio liquido.

«Si pensa al delitto come a un fatto chiuso in sé, ma non è così. Le conseguenze dell’ingiustizia sono lunghe, infinite, proprio come i cerchi che fa il sasso nell’acqua. Se uno è vivo e dopo è morto, di giusto non c’è niente. Resta solo dolore, ed è difficile rimediare con una sentenza di tribunale. È una cosa che Ghezzi e Carella sentono sulla loro pelle, al punto di rischiare la carriera. Lo fanno per le vittime? Lo fanno per loro stessi? Non lo sappiamo, ma l’intensità di questo dubbio è il mood del romanzo e mi fa piacere che i lettori l’abbiamo capito».

Più va avanti con questa serie e più la sua vena di critica sociale s’inasprisce, smussata da una verve ironica che stempera i toni. Però si avverte, sotto il piacevolissimo intrattenimento della trama poliziesca, che i suoi noir hanno un altro spessore. Non si esauriscono nella sessione di lettura ma lasciano addosso una strana inquietudine, come quando vieni a conoscenza di una verità taciuta.

«Ciò che dice Petros Markaris, che il noir è il nuovo romanzo sociale, è verissimo. Ogni indagine su un delitto è un’indagine sulla società che lo contiene, sui suoi meccanismi culturali, economici, etici, morali. In più ci sono le vite degli altri: i buoni non sono mai solo buoni, i cattivi hanno i loro motivi per essere cattivi. Della giustizia, del dolore, del delitto non bisogna fare una caricatura. Il mondo là fuori non è una quinta teatrale, è roba vera, spesso sporca, brutta, cattiva. Mi fermo qui: la domanda contiene un complimento grosso, spero di esserne degno».



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