Addio alla ragazza del secolo scorso
di Costantino Cossu
Si è spenta a 96 anni l’intellettuale, giornalista e leader politica fondatrice del Manifesto
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Oggi che ci lascia, una cosa sopra tutte le altre Rossana Rossanda vorrebbe: che si affermasse la parzialità del suo pensiero e della sua azione politica. Di parte è stato tutto ciò che ha detto, scritto e fatto. Di parte, ovviamente, in un senso molto preciso. Nel solco della lezione marxiana, Rossanda credeva che il mondo contemporaneo, come d’altra parte tutte le epoche storiche precedenti, fosse segnato da un netto e non componibile dislivello di potere: dominanti e dominati separati e contrapposti sul terreno dell’organizzazione economica della società e impegnati in una lotta (a tratti sorda a tratti violenta) per confermare o per scardinare l’ordine del dominio. Per Rossanda questa evidenza si concretizzava, nella contemporaneità, nelle forme del conflitto di classe tra capitale e lavoro. Dentro questo conflitto bisognava stare da una parte. E Rossanda è stata dalla parte del lavoro. Con un obiettivo chiaro: il sovvertimento degli equilibri economici, istituzionali e culturali su cui si regge il dominio del capitale sul lavoro. Sempre Rossanda ha rivendicato questa parzialità, determinata e ferma nell’indicare in essa il senso di un’esistenza intera. E’ stata, sino all’ultimo, una militante rivoluzionaria. Vogliamo quindi sperare che ora la sua figura non sia ricoperta da ipocrite melasse ecumeniche. Sarebbe un’offesa alla sua memoria.
Rossanda nasce a Pola nel 1924 da una famiglia borghese. Riceve dal suo ambiente un retroterra culturale mitteleuropeo che si porterà dietro per sempre. Pochi anni a Venezia, dopo il tracollo economico del padre per la crisi del 1929, e poi l’altra città che per lei ha avuto un ruolo decisivo: Milano. Qui studia all’Università con il filosofo Antonio Banfi. E’ lui che, dopo l’armistizio del 1943, la mette in contatto, appena diciannovenne, con la resistenza antifascista milanese. Crollato il regime mussoliniano, nel 1944 comincia per Rossanda, con l’iscrizione al Pci, un’attività politica intensa. Lascia le aule universitarie alle quali sembrava destinata. Studio e militanza sono le passioni della vita. Passioni intrecciate sempre, ma nel fuoco del dopoguerra prevale la seconda. Il Pci le affida la direzione della Casa della cultura, che diventa uno straordinario luogo di incontro tra orientamenti diversi della cultura democratica e antifascista, in una città che in quegli anni riceve da Torino il testimone di centro propulsore del movimento operaio. Rossanda e il Pci dialogano, in quello scorcio di storia italiana, con Franco Fortini, con Giorgio Strehler, con Piero Calamandrei.
I primi problemi con il partito guidato da Togliatti arrivano nel 1956, con l’invasione sovietica dell’Ungheria. Rossanda ne è profondamente colpita, ma nonostante i dubbi e le perplessità segue la linea togliattiana: fedeltà all’Urss. Togliatti la stima molto, tanto che nel 1962 le affida l’incarico di responsabile nazionale del partito per la cultura. Due anni dopo il Migliore muore. Nella geografia interna del Pci, Rossanda milita nella sinistra insieme con Luigi Pintor, Lucio Magri, Luciana Castellina e Aldo Natoli. Il dibattito è teso e difficile. Dall’undicesimo congresso del partito la sinistra esce nettamente sconfitta. Il dissidio con i vertici si acuisce quando nel 1968 (lo stesso anno del Maggio francese) i carri armati sovietici soffocano la Primavera di Praga. Nel giugno del 1969 Rossanda, Magri e gli altri fondano il mensile Il manifesto. Al Pci di Luigi Longo la cosa non piace. Nel novembre dello stesso anno tutto il gruppo dissidenti viene espulso. L’accusa è quella di frazionismo. La separazione è tanto dolorosa quanto la risposta coraggiosa: nel 1971 Il manifesto mensile diventa una testata quotidiana, strumento di lotta ma anche esperimento di giornalismo senza padroni che dura da quasi 50 anni.
Sul Manifesto Rossanda svolge una straordinaria attività giornalistica. Durante gli anni di piombo riesce a convincere Mario Moretti a parlare in un’intervista del sequestro di Aldo Moro. E poi il pezzo, che creò un vespaio di polemiche, sull’ “aria di famiglia” delle Brigate Rosse, assimilate, pur nel loro errore, alla famiglia politica della sinistra italiana. Oppure, la battaglia garantista contro il castello di accuse costruito dalla magistratura, in maniera tutt’altro che convincente, nell’istruttoria del “Processo del 7 aprile” contro Autonomia operaia. Ma va anche ricordata l’attenzione di Rossanda verso il femminismo e verso i movimenti per i diritti civili, visti però, sempre, come articolazioni della battaglia più complessiva sul fronte del conflitto decisivo tra capitale e lavoro, mai come spazi autoreferenziali, ghetti ideologici chiusi in un particolarismo sterile, facilmente omologabile e neutralizzabile dall’ordine del potere. Nel 2012 la fondatrice del manifesto si allontana dal suo giornale per divergenze poi, con il tempo e con il dialogo, superate.
Nel 2005 scrive l’autobiografia “Una ragazza del secolo scorso” (Einaudi). Non c’è alcuna tentazione nostalgica in quel titolo e nel libro, tanto meno una regressione da laudator temporis acti. C’è invece la rivendicazione di un dato di analisi. Il Novecento è stato il secolo delle grandi rivoluzioni, il tempo in cui più volte gli uomini hanno provato a rompere l’ordine che da sempre li divide in dominanti e dominati, a uscire, come avrebbe detto il vecchio Engels, dalla preistoria per entrare nella storia. Ovvero in un’epoca in cui azioni individuali e collettive non rispondono più a logiche di potere ristrette a interessi individuali o di classe ma al bene comune. Un’utopia? Rossanda per tutta la vita quest’orizzonte lo ha visto come un concretissimo terreno di impegno politico. Lucida, mai sviata da facili schemi che riducono a caricature propagandistiche realtà complesse, severa verso le banalizzazioni del marxismo e verso scorciatoie di pensiero spacciate per epocali rivoluzioni teoriche, persino autoironica. Tutto questo è stata Rossanda. Ma soprattutto, lo ripetiamo, è stata una militante rivoluzionaria. Per una vita intera il suo sguardo non ha mai perso l’orizzonte di un superamento radicale dell’ordine dato, il marxiano “sogno di una cosa”: «Apparirà chiaro come da tempo il mondo possieda il sogno di una cosa della quale non ha che da avere la coscienza per possederla realmente».
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Rossanda nasce a Pola nel 1924 da una famiglia borghese. Riceve dal suo ambiente un retroterra culturale mitteleuropeo che si porterà dietro per sempre. Pochi anni a Venezia, dopo il tracollo economico del padre per la crisi del 1929, e poi l’altra città che per lei ha avuto un ruolo decisivo: Milano. Qui studia all’Università con il filosofo Antonio Banfi. E’ lui che, dopo l’armistizio del 1943, la mette in contatto, appena diciannovenne, con la resistenza antifascista milanese. Crollato il regime mussoliniano, nel 1944 comincia per Rossanda, con l’iscrizione al Pci, un’attività politica intensa. Lascia le aule universitarie alle quali sembrava destinata. Studio e militanza sono le passioni della vita. Passioni intrecciate sempre, ma nel fuoco del dopoguerra prevale la seconda. Il Pci le affida la direzione della Casa della cultura, che diventa uno straordinario luogo di incontro tra orientamenti diversi della cultura democratica e antifascista, in una città che in quegli anni riceve da Torino il testimone di centro propulsore del movimento operaio. Rossanda e il Pci dialogano, in quello scorcio di storia italiana, con Franco Fortini, con Giorgio Strehler, con Piero Calamandrei.
I primi problemi con il partito guidato da Togliatti arrivano nel 1956, con l’invasione sovietica dell’Ungheria. Rossanda ne è profondamente colpita, ma nonostante i dubbi e le perplessità segue la linea togliattiana: fedeltà all’Urss. Togliatti la stima molto, tanto che nel 1962 le affida l’incarico di responsabile nazionale del partito per la cultura. Due anni dopo il Migliore muore. Nella geografia interna del Pci, Rossanda milita nella sinistra insieme con Luigi Pintor, Lucio Magri, Luciana Castellina e Aldo Natoli. Il dibattito è teso e difficile. Dall’undicesimo congresso del partito la sinistra esce nettamente sconfitta. Il dissidio con i vertici si acuisce quando nel 1968 (lo stesso anno del Maggio francese) i carri armati sovietici soffocano la Primavera di Praga. Nel giugno del 1969 Rossanda, Magri e gli altri fondano il mensile Il manifesto. Al Pci di Luigi Longo la cosa non piace. Nel novembre dello stesso anno tutto il gruppo dissidenti viene espulso. L’accusa è quella di frazionismo. La separazione è tanto dolorosa quanto la risposta coraggiosa: nel 1971 Il manifesto mensile diventa una testata quotidiana, strumento di lotta ma anche esperimento di giornalismo senza padroni che dura da quasi 50 anni.
Sul Manifesto Rossanda svolge una straordinaria attività giornalistica. Durante gli anni di piombo riesce a convincere Mario Moretti a parlare in un’intervista del sequestro di Aldo Moro. E poi il pezzo, che creò un vespaio di polemiche, sull’ “aria di famiglia” delle Brigate Rosse, assimilate, pur nel loro errore, alla famiglia politica della sinistra italiana. Oppure, la battaglia garantista contro il castello di accuse costruito dalla magistratura, in maniera tutt’altro che convincente, nell’istruttoria del “Processo del 7 aprile” contro Autonomia operaia. Ma va anche ricordata l’attenzione di Rossanda verso il femminismo e verso i movimenti per i diritti civili, visti però, sempre, come articolazioni della battaglia più complessiva sul fronte del conflitto decisivo tra capitale e lavoro, mai come spazi autoreferenziali, ghetti ideologici chiusi in un particolarismo sterile, facilmente omologabile e neutralizzabile dall’ordine del potere. Nel 2012 la fondatrice del manifesto si allontana dal suo giornale per divergenze poi, con il tempo e con il dialogo, superate.
Nel 2005 scrive l’autobiografia “Una ragazza del secolo scorso” (Einaudi). Non c’è alcuna tentazione nostalgica in quel titolo e nel libro, tanto meno una regressione da laudator temporis acti. C’è invece la rivendicazione di un dato di analisi. Il Novecento è stato il secolo delle grandi rivoluzioni, il tempo in cui più volte gli uomini hanno provato a rompere l’ordine che da sempre li divide in dominanti e dominati, a uscire, come avrebbe detto il vecchio Engels, dalla preistoria per entrare nella storia. Ovvero in un’epoca in cui azioni individuali e collettive non rispondono più a logiche di potere ristrette a interessi individuali o di classe ma al bene comune. Un’utopia? Rossanda per tutta la vita quest’orizzonte lo ha visto come un concretissimo terreno di impegno politico. Lucida, mai sviata da facili schemi che riducono a caricature propagandistiche realtà complesse, severa verso le banalizzazioni del marxismo e verso scorciatoie di pensiero spacciate per epocali rivoluzioni teoriche, persino autoironica. Tutto questo è stata Rossanda. Ma soprattutto, lo ripetiamo, è stata una militante rivoluzionaria. Per una vita intera il suo sguardo non ha mai perso l’orizzonte di un superamento radicale dell’ordine dato, il marxiano “sogno di una cosa”: «Apparirà chiaro come da tempo il mondo possieda il sogno di una cosa della quale non ha che da avere la coscienza per possederla realmente».
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