I grandi silenzi di un’isola dolce e matrigna
di MARCELLO FOIS
Venerdì prossimo “Nel tempo di mezzo” di Marcello Fois in edicola con La Nuova
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Pubblichiamo le pagine iniziali del romanzo di Marcello Fois “Nel tempo di mezzo”.
* * *di MARCELLO FOIS
Non riuscí a pronunciare per intero il suo nome. All’impiegato che glielo chiedeva riuscí a dire solo: Vincenzo. L’altro sollevò la testa per guardarlo fisso, facendo un movimento improvviso che produsse un effluvio sulfureo. Vincenzo sostenne il suo sguardo: era quello di un uomo di età incerta, nella categoria di coloro che ce l’avevano fatta, chissà come, a scampare la chiamata alle armi e ora si trovava lí, all’Ufficio smistamento e controllo documenti della Capitaneria di porto.
– E poi? – gli chiese l’addetto.
Vincenzo sorrise appena, quindi tirò fuori dalla tasca un foglio ingiallito che, in quei tempi d’incertezza, si era dimostrato affidabile come la Bibbia o il Vangelo.
L’uomo ricevette il foglio con diffidenza, quasi si trattasse di qualcosa di sporco. In effetti non era nient’altro che carta cotta dal tempo e dall’essere stata a lungo custodita in tasca. Con la cautela che si deve a un’antica pergamena, l’uomo lo distese posando i quattro lembi sul tavolo e spianandoli come se fossero le porzioni di un panno caldo di stiratura.
Si mise a leggere.
Ora che si apriva un’alba pallidissima dal mare Vincenzo poté osservarlo con attenzione. Era piú giovane di quanto fosse sembrato a prima vista, aveva una testa grossa, grigia, fresca di rasatura. Sul cuoio capelluto bianco fosforescente, fra gli aculei dei capelli falciati da poco, si potevano intravedere i segni rossi lasciati dai pidocchi. Per questo, si disse Vincenzo, tutto intorno a lui si avvertiva l’odore acre del petrolio e dello zolfo. Istintivamente si grattò la testa. Ritornò a chiedersi come mai quell’uomo che, ora ne era certo, non superava i trent’anni, avesse scampato la trincea. Perché lui, di se stesso, lo sapeva che era stato esonerato in quanto orfano di guerra, la Prima.
Intanto l’addetto allo smistamento finí di leggere, ripiegò in quattro il foglio e afferrandolo con la punta delle dita, come avrebbe fatto un paleografo, lo restituí al suo legittimo proprietario.
– Chironi Vincenzo, – disse tra sé l’uomo mentre trascriveva. Vincenzo lo guardò capendo che era proprio di lui che stava parlando. – Lo considero valido solo in quanto documento notarile bollato, e col disastro degli uffici bombardati adesso è un lusso. Ma in altri tempi sarebbe stato solo carta straccia, – specificò l’addetto con un accento pesante e una sintassi perfetta. – Ha un riferimento in Sardegna? – chiese subito dopo.
Vincenzo non capí la domanda. – Un riferimento? – ripeté. Quell’eco, quella parola ripetuta, dimostrò che tra lui e l’uomo dello smistamento c’era un mondo intero. Avevano pronunciato esattamente la stessa parola eppure il suono risultava talmente diverso da far sembrare differentissima quell’identità formale. Detta dall’impiegato sembrava grossa e pesante, ripetuta da Vincenzo pareva sottile e leggera.
– Ma lei è sardo? – chiese infatti l’addetto allo smistamento.
Quella domanda e il sole sorsero insieme. Per la prima volta Vincenzo notò che dentro al capannone verso cui l’avevano indirizzato appena sceso dal piroscafo c’erano almeno un centinaio di persone. O meglio: prese coscienza di qualcosa che aveva percepito nel buio dell’attracco, ma che ora vedeva con chiarezza.
Quello che stupiva era il silenzio. Donne, uomini, bambini, tacevano tutti di un mutismo che sapeva di stordita lode a chiunque li avesse salvati dai flutti.
Il mare non era stato buono, avevano traballato per ore e a un certo punto era parso persino che fosse necessario un approdo d’emergenza… Ma, intorno alle tre di notte, l’orda delle onde si era ritirata, spaventata – dicevano – dalla Corsica rocciosa. Cosí sottocosta la pesantissima imbarcazione aveva potuto avanzare senza intralci. Eppure si era temuto il peggio, cosicché, nonostante la calma, ammassati, avevano proseguito su quel muto chi vive che non favoriva il riposo.
Ecco: quel mutismo gli era rimasto attaccato addosso come se dovesse durare tutto il tempo che occorreva alla terra ferma per smettere di oscillare.
Con la luce entrarono nel capannone odori che non appartenevano piú all’umanità. Era un profumo che Vincenzo non avrebbe mai potuto scordare. Questo lo sapeva.
– Allora? – intimò l’uomo dello smistamento.
Vincenzo ci mise ancora un attimo a riprendere il capo del discorso: – Mio padre lo era… Sardo, – rispose.
– Chironi Luigi Ippolito… – recitò. Poi, temendo di non essere stato abbastanza chiaro, scandí indicandosi con l’indice proprio al centro dello sterno: – Chironi Vincenzo del fu Luigi Ippolito.
L’uomo fece segno di sí, aveva capito bene. Ma quello che non poteva sapere – e non era il caso di spiegargli – era il fatto che quel nome, Vincenzo, e quel cognome, Chironi, per la prima volta erano stati pronunciati insieme dalla bocca del suo proprietario. Certo l’uomo dello smistamento non sarebbe cascato dalla sedia a saperlo, non aveva l’aria di qualcuno che potesse sorprendersi di qualcosa. Erano tempi terribili. Oltremare, dicevano, ancora peggio di quanto si potesse percepire su quella zattera in mezzo al Mediterraneo che era la Sardegna…
La fine del mondo dicevano, qualcosa che non era nemmeno pensabile, come una specie di abisso del tempo e dello spazio. Categorie che la mente umana non era in grado di selezionare. Tutto al rovescio dicevano: inferno in terra, fuoco dal mare e dal cielo… Case distrutte. Lí gli uomini ritornavano al principio di se stessi nascosti nelle caverne, come i trogloditi dei libri illustrati, a mangiare gatti e sognare topi arrosto… Esageravano, come sanno fare quelli che sono troppo lontani da rischiare qualcosa, dicevano che le città erano roghi, polvere e macerie… Dicevano che per tutto quel 1943 non sarebbe caduta una goccia d’acqua. Il cielo sarebbe restato di un unico, ostinatissimo, colore: come di cencio sfibrato dalla soda caustica, sciropposo, con filamenti bavosi di nembi che andavano ad accumularsi in quel tratto di mondo che il sarcasmo della Storia chiamava Pacifico. Dicevano che i frutteti avrebbero lanciato maledizioni contro quel cielo imperturbabile e che la crosta della terra avrebbe imprigionato i semi, chiudendoli in un sepolcro inespugnabile di argilla pietrificata. Sicché nel corpo stesso del terreno la vita sarebbe abortita e feti pallidissimi di grano, frumento, segale e mais sarebbero andati a morire arrancando verso la luce, in un movimento che la natura stessa aveva stabilito fattibile e ora, per mano dell’uomo, risultava impossibile.
Credevano di esagerare, ma non esageravano affatto.
Da lí, da quella roccia in mezzo al mare, la guerra era stata come ascoltare dei vicini che litigano, che rompono i piatti, come origliare mentre un padre di famiglia allunga le mani sul figlio maggiore che non lo ascolta, come appiattire l’orecchio alla parete mentre una moglie insulta un marito infedele, o beone, o spendaccione. Cosí era stata questa guerra, che nemmeno chiamavano guerra. Conflitto lo chiamavano perché la Guerra, sa Gherra, era stata l’altra, la ’15-18. Quella sí…
Fuori dal piroscafo quella piccola folla di scampati aveva visto un giovane uomo piú alto della media, secco della secchezza sobria di quei giorni senza cibo, ma nervoso. Tutto suo padre, gli avevano detto una volta, che indossava la divisa come un figurino e faceva tremare le ragazze. Le ragazze come sua madre, pronte a innamorarsi dei sottoufficiali, e dei loro sguardi e dei ciuffi nascosti, che venivano fuori, come conigli dal cilindro di un mago, ogniqualvolta si sfilavano il berretto con la visiera rigida. A conoscere bene tutta la sua storia, quei profughi avrebbero potuto notare l’accenno di verde che permetteva ai suoi occhi scuri di mutare colore alla luce diretta.
* * *di MARCELLO FOIS
Non riuscí a pronunciare per intero il suo nome. All’impiegato che glielo chiedeva riuscí a dire solo: Vincenzo. L’altro sollevò la testa per guardarlo fisso, facendo un movimento improvviso che produsse un effluvio sulfureo. Vincenzo sostenne il suo sguardo: era quello di un uomo di età incerta, nella categoria di coloro che ce l’avevano fatta, chissà come, a scampare la chiamata alle armi e ora si trovava lí, all’Ufficio smistamento e controllo documenti della Capitaneria di porto.
– E poi? – gli chiese l’addetto.
Vincenzo sorrise appena, quindi tirò fuori dalla tasca un foglio ingiallito che, in quei tempi d’incertezza, si era dimostrato affidabile come la Bibbia o il Vangelo.
L’uomo ricevette il foglio con diffidenza, quasi si trattasse di qualcosa di sporco. In effetti non era nient’altro che carta cotta dal tempo e dall’essere stata a lungo custodita in tasca. Con la cautela che si deve a un’antica pergamena, l’uomo lo distese posando i quattro lembi sul tavolo e spianandoli come se fossero le porzioni di un panno caldo di stiratura.
Si mise a leggere.
Ora che si apriva un’alba pallidissima dal mare Vincenzo poté osservarlo con attenzione. Era piú giovane di quanto fosse sembrato a prima vista, aveva una testa grossa, grigia, fresca di rasatura. Sul cuoio capelluto bianco fosforescente, fra gli aculei dei capelli falciati da poco, si potevano intravedere i segni rossi lasciati dai pidocchi. Per questo, si disse Vincenzo, tutto intorno a lui si avvertiva l’odore acre del petrolio e dello zolfo. Istintivamente si grattò la testa. Ritornò a chiedersi come mai quell’uomo che, ora ne era certo, non superava i trent’anni, avesse scampato la trincea. Perché lui, di se stesso, lo sapeva che era stato esonerato in quanto orfano di guerra, la Prima.
Intanto l’addetto allo smistamento finí di leggere, ripiegò in quattro il foglio e afferrandolo con la punta delle dita, come avrebbe fatto un paleografo, lo restituí al suo legittimo proprietario.
– Chironi Vincenzo, – disse tra sé l’uomo mentre trascriveva. Vincenzo lo guardò capendo che era proprio di lui che stava parlando. – Lo considero valido solo in quanto documento notarile bollato, e col disastro degli uffici bombardati adesso è un lusso. Ma in altri tempi sarebbe stato solo carta straccia, – specificò l’addetto con un accento pesante e una sintassi perfetta. – Ha un riferimento in Sardegna? – chiese subito dopo.
Vincenzo non capí la domanda. – Un riferimento? – ripeté. Quell’eco, quella parola ripetuta, dimostrò che tra lui e l’uomo dello smistamento c’era un mondo intero. Avevano pronunciato esattamente la stessa parola eppure il suono risultava talmente diverso da far sembrare differentissima quell’identità formale. Detta dall’impiegato sembrava grossa e pesante, ripetuta da Vincenzo pareva sottile e leggera.
– Ma lei è sardo? – chiese infatti l’addetto allo smistamento.
Quella domanda e il sole sorsero insieme. Per la prima volta Vincenzo notò che dentro al capannone verso cui l’avevano indirizzato appena sceso dal piroscafo c’erano almeno un centinaio di persone. O meglio: prese coscienza di qualcosa che aveva percepito nel buio dell’attracco, ma che ora vedeva con chiarezza.
Quello che stupiva era il silenzio. Donne, uomini, bambini, tacevano tutti di un mutismo che sapeva di stordita lode a chiunque li avesse salvati dai flutti.
Il mare non era stato buono, avevano traballato per ore e a un certo punto era parso persino che fosse necessario un approdo d’emergenza… Ma, intorno alle tre di notte, l’orda delle onde si era ritirata, spaventata – dicevano – dalla Corsica rocciosa. Cosí sottocosta la pesantissima imbarcazione aveva potuto avanzare senza intralci. Eppure si era temuto il peggio, cosicché, nonostante la calma, ammassati, avevano proseguito su quel muto chi vive che non favoriva il riposo.
Ecco: quel mutismo gli era rimasto attaccato addosso come se dovesse durare tutto il tempo che occorreva alla terra ferma per smettere di oscillare.
Con la luce entrarono nel capannone odori che non appartenevano piú all’umanità. Era un profumo che Vincenzo non avrebbe mai potuto scordare. Questo lo sapeva.
– Allora? – intimò l’uomo dello smistamento.
Vincenzo ci mise ancora un attimo a riprendere il capo del discorso: – Mio padre lo era… Sardo, – rispose.
– Chironi Luigi Ippolito… – recitò. Poi, temendo di non essere stato abbastanza chiaro, scandí indicandosi con l’indice proprio al centro dello sterno: – Chironi Vincenzo del fu Luigi Ippolito.
L’uomo fece segno di sí, aveva capito bene. Ma quello che non poteva sapere – e non era il caso di spiegargli – era il fatto che quel nome, Vincenzo, e quel cognome, Chironi, per la prima volta erano stati pronunciati insieme dalla bocca del suo proprietario. Certo l’uomo dello smistamento non sarebbe cascato dalla sedia a saperlo, non aveva l’aria di qualcuno che potesse sorprendersi di qualcosa. Erano tempi terribili. Oltremare, dicevano, ancora peggio di quanto si potesse percepire su quella zattera in mezzo al Mediterraneo che era la Sardegna…
La fine del mondo dicevano, qualcosa che non era nemmeno pensabile, come una specie di abisso del tempo e dello spazio. Categorie che la mente umana non era in grado di selezionare. Tutto al rovescio dicevano: inferno in terra, fuoco dal mare e dal cielo… Case distrutte. Lí gli uomini ritornavano al principio di se stessi nascosti nelle caverne, come i trogloditi dei libri illustrati, a mangiare gatti e sognare topi arrosto… Esageravano, come sanno fare quelli che sono troppo lontani da rischiare qualcosa, dicevano che le città erano roghi, polvere e macerie… Dicevano che per tutto quel 1943 non sarebbe caduta una goccia d’acqua. Il cielo sarebbe restato di un unico, ostinatissimo, colore: come di cencio sfibrato dalla soda caustica, sciropposo, con filamenti bavosi di nembi che andavano ad accumularsi in quel tratto di mondo che il sarcasmo della Storia chiamava Pacifico. Dicevano che i frutteti avrebbero lanciato maledizioni contro quel cielo imperturbabile e che la crosta della terra avrebbe imprigionato i semi, chiudendoli in un sepolcro inespugnabile di argilla pietrificata. Sicché nel corpo stesso del terreno la vita sarebbe abortita e feti pallidissimi di grano, frumento, segale e mais sarebbero andati a morire arrancando verso la luce, in un movimento che la natura stessa aveva stabilito fattibile e ora, per mano dell’uomo, risultava impossibile.
Credevano di esagerare, ma non esageravano affatto.
Da lí, da quella roccia in mezzo al mare, la guerra era stata come ascoltare dei vicini che litigano, che rompono i piatti, come origliare mentre un padre di famiglia allunga le mani sul figlio maggiore che non lo ascolta, come appiattire l’orecchio alla parete mentre una moglie insulta un marito infedele, o beone, o spendaccione. Cosí era stata questa guerra, che nemmeno chiamavano guerra. Conflitto lo chiamavano perché la Guerra, sa Gherra, era stata l’altra, la ’15-18. Quella sí…
Fuori dal piroscafo quella piccola folla di scampati aveva visto un giovane uomo piú alto della media, secco della secchezza sobria di quei giorni senza cibo, ma nervoso. Tutto suo padre, gli avevano detto una volta, che indossava la divisa come un figurino e faceva tremare le ragazze. Le ragazze come sua madre, pronte a innamorarsi dei sottoufficiali, e dei loro sguardi e dei ciuffi nascosti, che venivano fuori, come conigli dal cilindro di un mago, ogniqualvolta si sfilavano il berretto con la visiera rigida. A conoscere bene tutta la sua storia, quei profughi avrebbero potuto notare l’accenno di verde che permetteva ai suoi occhi scuri di mutare colore alla luce diretta.
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