Patteri, una dinastia in filigrana: gli orafi dorgalesi alla terza generazione

Libero Patteri nel suo laboratorio orafo

Su coccu e sa zoiga, rosari, orecchini e bottoni: il 74enne Libero Patteri tiene viva l'arte appresa dallo zio Secondo. "Il primo cliente fu mio padre: mi fece rifare i gioielli della mamma venduti per aprire la falegnameria". Ora anche il figlio Mattia ha la sua bottega.E il nipotino di 5 anni passa un sacco di tempo in laboratorio...

DORGALI. Se agli albori della sua carriera di orafo, da garzone 11enne che apprendeva i segreti della filigrana sarda nella bottega di zio Secondo, gli avessero detto che il suo primo cliente sarebbe stato suo padre, Libero Patteri sarebbe scoppiato in una fragorosa risata. E invece, per uno strano scherzo del destino, l’artigiano di Dorgali i primi gioielli li ha venduti proprio in famiglia. Una famiglia il cui destino è intrecciato all’arte, così come lo sono i grani e i fili dell’oro e dell’argento lavorati sapientemente di generazione in generazione.

Libero entrò a bottega dallo zio Secondo che fu il primo ad aprire una laboratorio in quel di Dorgali, una tradizione che prosegue tutt’ora e che ha trasformato il centro barbaricino nella capitale isolana della filigrana, non senza qualche riluttanza da parte di suo padre, Francesco, che magari avrebbe preferito averlo con sé nella falegnameria di famiglia da ragazzino.

“Decisero di mandarmici - racconta l’artigiano di 74 anni che ancor oggi lavora nella sua postazione - perché capirono che il fascino esercitato su di me da quell’arte era davvero fortissimo”. Libero osserva, guarda le mani esperte dell’anziano zio lavorare il filo e i grani che andranno a comporre magicamente le fedi sarde, i ciondoli, gli orecchini e i rosari. Si impadronisce di una tecnica antica che zio Secondo, classe 1871 aveva appreso a Cagliari. E quando il fondatore della prima bottega dorgalese muore, il garzone ha appena 14 anni ma ha già deciso che strada seguirà.

Mattia Patteri, ultima generazione della dinastia di orafi dorgalesi

Si trasferisce a Valenza Po, per affinare quell’arte orafa e poi torna in Sardegna per fare il militare. Nel 1968  decide di fare il grande passo: apre in un minuscolo laboratorio in via La Marmora la sua prima bottega. A farsi avanti, a pochi giorni dall’inaugurazione dell’attività, è proprio suo padre che gli commissiona un gioiello sardo. “Quelli che ornavano l’abito tradizionale di sua moglie, mia madre Lillia, erano stati venduti per acquistare l’attrezzatura per la falegnameria. Si era ripromesso di riacquistarli uno ad uno – racconta ancora l’artigiano - e così andò”.

“Sa zoiga”, il bellissimo ciondolo in oro e pietre prezioso che impreziosisce il costume, è il suo primo lavoro. Nel tempo, si aggiungono il rosario, gli orecchini e i bottoni. Libero, intanto si sposa con Rosa e mette su famiglia. Anni e anni dopo sarà Mattia, uno dei suoi figli ora 40enne, a voler calcare le orme del padre e del prozio.

“Il mio primo gioiello lo ricordo ancora, è stato il ciondolo portafortuna supinnazzellu” racconta la terza generazione dei Patteri. Si tratta di una pietra d’onice incastonato nell’argento che serve a scacciare gli influssi negativi, è quello che nel resto dell’Isola si chiama “su coccu”. E quando apre una sua attività a pochi metri da quella del padre sempre in via La Marmora può dare sfogo alla sua creatività.

Un giovanissimo Libero Patteri agli inizi della sua carriera di orafo

“Realizzo due linee, una più tradizionale e una più moderna. Ho cercato di dare un’impronta contemporanea ai gioielli destinati alla mia clientela più giovane che parte dai 14 anni in su”. Sono molti i turisti, in particolare, gli stranieri, che vorrebbero apprendere da lui i rudimenti della filigrana. “Ma quest’estate – sottolinea Mattia - è stato impossibile per le prescrizioni anti Covid”.

Ma non è detto che presto l’arte della filigrana dorgalese non possa varcare i confini. “Se passa questa pandemia mi sposterò nel nord Europa per impartire lezioni”. Nel frattempo il suo banco non rimane vuoto. Spesso accanto a lui, con una pazienza inconsueta per un bimbo di cinque anni, c’è Marzio, il nipotino. Che non stacca gli occhi e già mette mano agli strumenti. Che sia la quarta generazione della famiglia Patteri a proseguire nella tradizione?

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