Donne e lavoro, l’isola a testa alta col suo esercito di lavoratrici

La sociologa Lilli Pruna: «È un dato in crescita costante dal Duemila e che ci pone al primo posto tra le regioni del Mezzogiorno»

Le donne sarde subiscono gravi discriminazioni sul lavoro. Sono meno pagate degli uomini e durante i colloqui per un’assunzione si sentono fare domande sibilline, o in alcuni casi del tutto esplicite, sulla loro condizione familiare. Se abbiano figli o, peggio, se abbiano la malaugurata intenzione di metterne al mondo. Spesso se restano incinte vengono licenziate, se vanno in maternità non ritrovano il posto di lavoro. Le mamme sono penalizzate nella carriera e pochissime donne sono amministratore delegato di qualcosa.

Eppure «un anno fa, nel 2019, l’occupazione femminile in Sardegna ha raggiunto il picco più elevato di sempre: 255mila occupate. Questo dato è l’esito di una crescita progressiva e pressoché ininterrotta dell’occupazione femminile dall’inizio degli anni Duemila. Nello stesso anno, per la prima volta, il tasso di occupazione femminile in Sardegna è stato il più elevato di tutto il Mezzogiorno, oltre che il più alto mai raggiunto nella nostra regione: 47,3% (contro un tasso medio del Mezzogiorno di 33,2%)». Una contraddizione? No, un “miracolo” disegnato dai dati più recenti elaborati da Lilli Pruna, ordinario di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’università di Cagliari.

«Sì, sembrerà strano ma le donne sono attualmente l’unico elemento dinamico nel mondo del lavoro – afferma la docente –. Le donne sarde insistono a cercare lavoro anche nelle situazioni più svantaggiate, continuano a cercarlo anche se non lo trovano e accettano impieghi non proporzionati ai loro titoli di studio e alla loro esperienza. C’è da dedurre che si tratta di persone solitamente determinate e resilienti». Un comportamento da ricercare, secondo la studiosa Lilli Pruna, nel bagaglio culturale e storico dell’universo femminile isolano. Il carattere atavico delle donne sarde, dunque, sarebbe un vantaggio per sopravvivere anche nei momenti di grave crisi economica. «Dovremo aspettare i primi mesi del 2021 per avere un quadro preciso dei danni che la pandemia avrà prodotto nel 2020 sull’occupazione femminile», si legge fra i dati della sociologa cagliaritana, ma di sicuro, quella che stiamo vivendo è una situazione eccezionale che non intacca la tendenza generale dell’occupazione in Sardegna.

C’è da chiedersi piuttosto in che tipo di lavoro sono impegnate le donne sarde e quale sia il loro identikit. «L’occupazione femminile in Sardegna è largamente adulta – spiega Lilli Pruna –: le donne occupate hanno un’età media elevata, non solo per un effetto demografico (l’invecchiamento della popolazione) ma anche per un accesso al lavoro molto limitato per le giovani donne. La classe di età più consistente è quella tra i 45 e i 54 anni (sono 77mila) e nel complesso ben oltre la metà delle lavoratrici sarde ha almeno 45 anni, mentre le giovani tra i 15 e i 24 anni sono soltanto 6mila e nella classe di età successiva (25-34 anni) arrivano a 44mila, ma sono meno di quelle che stanno per andare in pensione». Dai dati emerge che molte donne nell’ultimo ventennio hanno occupato posizioni relative alla cura della persona. Insomma, in tante fanno le badanti (30mila circa), a differenza delle altre regioni italiane dove questi ruoli lavorativi sono perlopiù appannaggio di donne straniere. «Le sarde – prosegue la sociologa Pruna – si attivano in molti modi quando ad esempio manca il lavoro del cosiddetto capofamiglia. E c’è da dire che la Sardegna ha il più basso tasso di fecondità e il più elevato tasso di utilizzo della pillola anticoncezionale in Italia, proprio perché le donne in Sardegna puntano ad avere un reddito indipendente e la realtà economica penalizza le giovani nonostante il loro livello di istruzione rispetto agli uomini: il 42% delle lavoratrici ha un diploma (contro il 36% degli uomini occupati) e il 31% ha una laurea, esattamente il doppio degli uomini 15%)».

L’occupazione femminile e per oltre l’82% dipendente: le lavoratrici dipendenti sono 210mila, di cui 165mila con contratto a tempo indeterminato (il 78,6%) e 45mila con contratto a tempo determinato. Il 40% delle lavoratrici dipendenti ha un contratto part-time: sono 83mila («su questo aspetto c’è da rilevare che il part-time quasi mai è una scelta. Spesso si tratta di una iniziativa del datore di lavoro, un dato di fatto che viene vissuto dalle donne come un ripiego visto che lavorare un maggior numero di ore significa avere una retribuzione più alta», aggiunge la docente di Cagliari). Anche il 20% delle lavoratrici autonome è occupata a tempo parziale: sono 9mila su 45mila lavoratrici autonome totali.

«Il tipo di professioni svolte dalle donne sarde, oltre a quello della cura, è legato sostanzialmente al terziario. Pubblica amministrazione, sanità, turismo, servizi sociali, pubblica istruzione accolgono lavoratrici che però raramente hanno ruoli organizzativi. Negli ultimi anni si registra l’avanzata femminile nell’amministrazione regionale, anche in posizioni apicali, ma c’è una spiegazione: a quei posti si accede per concorso e le donne sono più brave. Lo stesso discorso vale per la magistratura. In altri settori la situazione è ben diversa, spesso le donne sono discriminate e vedono calpestati diritti fondamentali. Di tutto questo in consiglio regionale non si fa mai parola, d’altra parte la sua stessa composizione parla chiaro. Persino la doppia preferenza di genere è stata sfruttata dagli uomini a proprio vantaggio e, quando non esistono condizioni di tutela effettiva, mettono in pratica condotte di esclusione», dice Lilli Pruna senza mezzi termini.

Nonostante queste gravi difficoltà i dati elaborati all’università di Cagliari mettono in evidenza un altro dato positivo: «Nel 2019 in Sardegna le donne disoccupate erano 45.000: il 15,1% delle forze lavoro femminili dell’isola. Il tasso di disoccupazione, infatti, si calcola sulla forze di lavoro e non sulla popolazione». Disoccupato è chi è alla ricerca di un lavoro e le donne sarde, come è stato rilevato, da questo punto di vista sono in prima linea. «Anche la disoccupazione è soprattutto adulta (come in tutta Italia): quasi l’84% della disoccupazione femminile regionale è composta da donne che hanno più di 25 anni, il 56% ha più di 35 anni. La disoccupazione tra le ragazze più giovani (15-24 anni) è molto acuta (52%), ma poco diffusa: riguarda poco più di 7mila ragazze, anche se certamente sono molte di più quelle che vorrebbero lavorare».

Infine, la nota dolente riguarda le donne inattive, quelle che non svolgono alcuna attività retribuita e non cercano un posto di lavoro. «In tutta Italia, ma soprattutto nel Mezzogiorno (e anche in Sardegna) – si legge nel documento di Lilli Pruna –, c’è una quota elevata di inattività femminile che si spiega in tre modi: un numero ancora molto elevato di casalinghe (sono più di 7 milioni, di cui oltre 4 milioni in età lavorativa), le minori opportunità di lavoro per le donne e le difficoltà di rendere compatibile un lavoro retribuito con quello familiare. Le NEET, di cui si parla in questi giorni (ragazze tra i 15 e i 29 anni che non sono occupate e non sono impegnate in un percorso di studio o di formazione), sono per oltre il 60% ragazze disoccupate, che cioè cercano un lavoro, altre aiutano in famiglia avendo lasciato la scuola senza acquisire un livello di istruzione sufficiente. Probabilmente nessuna sta senza fare niente come vorrebbe intendere la classificazione». A maggior ragione in Sardegna, dove anche le ragazze, come le loro madri, non si stancano di cercare il loro “posto al sole”.

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