Sciascia, quando la scrittura diventa indagine sul Potere

A cento anni dalla nascita dello scrittore siciliano l’eredità di un intellettuale insofferente verso ogni sopraffazione, dal fascismo all’Italia democristiana

«Ce ne ricorderemo, di questo pianeta»: è la frase, enigmatica, e intrisa della sorniona ironia che gli era propria, che volle incisa sulla sua lapide e che accoglie quanti vanno a rendergli omaggio al cimitero di Racalmuto. Quella Racalmuto in cui Leonardo Sciascia nacque l’8 gennaio del 1921, esattamente cento anni fa, e a cui era rimasto sempre legato nonostante la vita l’avesse portato spesso altrove, spesso lontano. Quella stessa Racalmuto cui Sciascia mutò il nome per il primo dei suoi libri che ebbe vera risonanza a livello nazionale, “Le parrocchie di Regalpetra” (pubblicava Laterza nel 1956), bellissimo e sofferto affresco storico, politico e sociale di un piccolo paese siciliano, che poteva per molti aspetti valere però come affresco di una condizione – storica politica sociale – di ben più ampia portata. In quest’ottica, il titolo del famoso libro-intervista scritto con Marcelle Padovani non potrebbe essere maggiormente esplicito: “La Sicilia come metafora”. Ovvero l’isola come punto di osservazione privilegiato da cui decifrare le cose del mondo tutto, e da cui prendere una posizione netta, che non sarebbe mai mutata nel tempo: quella a favore dei vinti.

RACALMUTO. Nato in una famiglia la cui sussistenza era legata alle zolfare, così come vi fu legato il dramma estremo (l’amato fratello Giuseppe si suicidò nella zolfara in cui lavorano lui e il padre Pasquale: per il dolore, una volta sepolto Giuseppe il futuro scrittore non parlò mai più di lui), Leonardo Sciascia mostrò presto la strenua volontà e il carattere che gli avrebbero evitato un destino che per tanti altri era già segnato. Lettore onnivoro fin da bambino (valutava come “pochi” i trecento libri letti tra gli otto e i quattordici anni), subì la fascinazione massima dal cinema, specie di quello statunitense e muto («Per il mio modo di raccontare, di fare racconto, credo di avere un debito più verso il cinema che verso la letteratura»); altrettanto presto si manifestò la sua avversione a ogni forma di sopruso e imposizione, che gli rese invisi i rituali e le pratiche cui era costretto dal Regime. A questa sorta di antifascismo “di natura”, negli anni del liceo a Caltanisetta si affiancò un antifascismo intellettuale e morale, nutrito da incontri e frequentazioni che si sarebbero rivelati decisivi tanto per la sua esistenza quanto per la sua produzione.

IL CANE E LA LUNA. Non sorprende allora che la prima opera, uscita per l’editore romano Bardi nel 1950 in poco più di duecento copie, si intitoli “Favole della dittatura”: ma commetterebbe un errore chi pensasse che i ventisette testi che vi sono contenuti si riferiscano solo al Ventennio. Tutt’altro. È semmai questa un’iniziale attestazione dell’indagine sul Potere, e sulle sembianze e i camuffamenti che ha assunto nel corso della Storia, che si ritroverà nei libri sciasciani a venire. «Il cane abbaiava alla luna. Ma l’usignolo per tutta la notte tacque di paura»: non valgono forse queste parole in assoluto, cioè a prescindere dal periodo storico e dal luogo geografico, a descrivere un qualsiasi stato di tirannia in cui il Potere è amministrato attraverso la capacità di incutere terrore?

CON EINAUDI. Gli ottimi riscontri de “Le parrocchie di Regalpetra” valsero a Sciascia, che intanto aveva intessuto rapporti decisivi nel mondo delle lettere grazie alla rivista da lui diretta, “Galleria”, le attenzioni di Italo Calvino, cioè dell’Einaudi. Nonostante le rassicurazioni a Vito Laterza, che premeva perché Sciascia diventasse un nome di punta del marchio pugliese, lui non seppe resistere al richiamo, e nel 1958 “Gli zii di Sicilia” uscì per la casa torinese. Ne sarebbero seguite ulteriori incommensurabili gioie per noi lettori – la nuova versione de “Gli zii” con l’aggiunta di un quarto, meraviglioso racconto, “L’antimonio”, e poi “Il consiglio d'Egitto”, “Il contesto. Una parodia”, “Todo modo”, “La scomparsa di Majorana”, “Il teatro della memoria” – e non pochi dolori e malumori per lui. Se si fa qui riferimento a questioni che stanno dietro ai (cioè prima dei) libri non è un caso: perché, fatto meno noto di altri, ripercorrere vita e opera di Sciascia significa anche ricostruire delle vicende culturali fondamentali per il nostro Paese nel secondo dopoguerra. Sciascia fu infatti un collaboratore infaticabile di tante redazioni: ideò collane, consigliò manoscritti, testi antichi da riscoprire e altri vecchi o nuovi da tradurre (o li tradusse lui, all’occasione), e diede un contributo capitale al lancio e soprattutto alla fisionomia della Sellerio per come la si è a lungo conosciuta. Rimandiamo chi volesse approfondire questo aspetto a “Leonardo Sciascia scrittore editore, ovvero la felicità di far libri”, curato da Salvatore Silvano Nigro, e ancor di più a “Il critico collaterale” di Giovanna Lombardo.

SCRITTI SUL CINEMA. Dopo un rapido passaggio in Bompiani, cui Sciascia affidò il testamento “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)”, l’approdo ultimo fu Adelphi, scelta come la casa editrice che avrebbe dovuto eternare l’opera omnia. Così è stato, e così continua a essere: la settimana prossima appunto per Adelphi uscirà il nuovo “Questo non è un racconto. Scritti per il cinema e sul cinema”, con la consueta, impareggiabile curatela di Paolo Squillacioti. Escono invece in questi giorni e, c’è da scommetterci, per tutto il resto del 2021, articoli e volumi nei quali al nome di Leonardo Sciascia saranno accostate le solite parole-chiave, le solite polemiche, le solite (presunte) profezie. Noi chiudiamo in maniera diversa. Ne ricordiamo dapprima quella sincerità intellettuale che più di una volta varcò i confini del masochismo, come quando disse: «Tra le cose che mi rimprovero come viltà, viltà personale anche se si tratta di una viltà sociologica e storica, c’è quella di non aver osato prendere le difese di certi fascisti quando mi è sembrato che fossero accusati ingiustamente. Se fossero stati rampolli della sinistra, da un pezzo mi sarei dato da fare per loro, avrei scritto petizioni… Ma, ahimè, appartengono alla destra, e allora, anche se intuisco che qualcosa non funziona nei processi cui sono sottoposti, non mi sento sollecitato a indagare più a fondo». C’è da chiedersi chi, ai giorni nostri, avrebbe il coraggio di una simile autodenuncia.

MEMORIA SVANITA. Citiamo infine Matteo Collura e la sua biografia “Il maestro di Regalpetra”, e torniamo quindi là dove avevamo cominciato: «“Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”: lo scrittore ha voluto che s’incidesse questa frase sulla sua tomba. E sembra di potervi leggere in controluce: ve ne ricorderete di Leonardo Sciascia, ma sarà forse troppo tardi, perché potrebbe non esserci più memoria tra gli umani abitatori del pianeta («se la memoria avrà un futuro», recita il suo ultimo, polemicissimo pamphlet). La lapide tombale come la copertina di un suo libro, davvero il suo ultimo, quello che tutti gli altri, in quarant’anni di straordinaria carriera, raccoglie e riassume».

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