«Perché decisi di raccontare Matteo Boe»

Laura Secci e l’incontro con la vicenda tragica dell’uomo da cui è nato il libro “Bandito”, in edicola con La Nuova

Pubblichiamo le pagine iniziali di “Bandito”, il libro di Laura Secci su Matteo Boe in edicola con La Nuova Sardegna.

* * *di Laura Secci

Non sono mai gli eventi e nemmeno il linguaggio a dare senso a un libro. Mi vengono in mente le parole di Lalla Romano: «Quelle che ho chiamato pause, e sono ritorni, riflessioni, – domande e risposte a me stessa – contengono, credo, le ragioni di questo racconto». Se sono qui lo devo a quell’isola, la mia Sardegna, di cui porto dentro l’orgoglio salato dell’onda. E lo devo alla mia adolescenza, fatta di infiniti interrogativi, codici di comportamento un po’ bigotti ma ricchi di comprensione, compassione, pietà. Che risposte mi mancano oggi? Cosa mi spinge a cercarle nella vita di un bandito, uno che ha fatto dell’illegalità una legge interiore?

Era una sera d’ottobre del 1992. Avevo 14 anni quando il mio sguardo inciampò nel viso spigoloso e fiero di Matteo Boe. Era l’ora di cena. I miei guardavano il telegiornale regionale in religioso silenzio. In genere io chiacchieravo a bassa voce con mio fratello o, più spesso, trasferivo velocemente il cibo dal piatto alla bocca per poi andarmene in camera. Quella sera no. Girai la sedia verso lo schermo in cui le telecamere stringevano sul viso di Boe, rosso di rabbia. Era una faccia tragica, poco umana. O almeno così la vidi allora. Il sottopancia sintetizzava: «Catturato in Corsica il super latitante Matteo Boe».

E non mancavano tutti i particolari dell’operazione: «Arrendersi? Non ci ha pensato neppure per un attimo», racconta un poliziotto. Si è aggrappato ad un improbabilissimo tentativo di fuga. Si è girato di colpo, con il volto rosso per la rabbia. Una spinta all’agente che gli si era piazzato alle spalle. Una spallata al gendarme che gli aveva appena detto: «Ci vuole seguire in caserma, monsieu». E una colluttazione furiosa, brevissima, con quattro, cinque, sei poliziotti che subito gli sono saltati al collo. E la compagna, Laura Manstelvetro, al sesto mese di gravidanza, che rotola a terra. Solo allora si è arreso. È rimasto immobile mentre gli uomini della gendarmeria lo ammanettavano ai polsi e alle caviglie. Aveva lo sguardo furioso di un animale in gabbia. Lo fissavo incuriosita, ma con un misto di terrore antico, quello di un bambino al circo quando il clown gli si siede vicino. Mamma intuì il mio eccessivo interesse e cambiò subito canale, senza dire nulla. Lo faceva sempre quando riteneva che qualcosa fosse «poco educativo», come se bastasse a proteggerci dal mondo là fuori. E infatti non bastava. Il mattino dopo nel bar davanti alla scuola vidi un quotidiano, non ricordo più se fosse La Nuova Sardegna o L’Unione Sarda, stropicciato già da decine di mani. In prima pagina capeggiava la faccia di Boe. Mentre aspettavo che Gianni, il titolare, mi preparasse il solito panino col salame, strappai velocemente la pagina e la cacciai nella tasca esterna dello zaino.

La tirai fuori solo a casa, nel pomeriggio, prima che babbo e mamma tornassero dal lavoro. Il testo dell’articolo si interrompeva a metà: avevo strappato con poca attenzione. Comunque a me interessava la foto. Ce n’era una di profilo, grande ma insignificante, con un furgoncino della polizia in primo piano. Nella seconda, una specie di fototessera, Boe stringeva la mascella, come un mastino davanti alla preda, labbra chiuse e occhi attenti, come di chi vuol rimarcare la propria intrinseca superiorità. Conservai quel pezzo di carta in mezzo ad un libro, un romanzo francese, e lì lo dimenticai.

Fu durante un trasloco che vent’anni dopo, nel febbraio 2012, ripresi in mano Jean Giono, “L’uomo che piantava gli alberi”. Nel sistemarlo sullo scaffale del soggiorno notai che, sotto, un lembo di carta impediva al volumetto di stare dritto. Lo sfilai senza aprire il libro. Quel ritaglio di giornale tutto storto e monco mi strappò un sorriso, ricordandomi quanto sono maldestra nelle cose manuali.

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