La Nuova Sardegna

La storia di Vittore Bocchetta. Da Sassari a Chicago passando per i lager nazisti

ANDREA SINI
La storia di Vittore Bocchetta. Da Sassari a Chicago passando per i lager nazisti

Infanzia in Sardegna, impegno antifascista a Verona, deportazione in Germania. Dopo la guerra la fuga in Argentina, una nuova vita in Usa e il ritorno in Italia

29 gennaio 2021
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Il sapore dei fichi secchi delle campagne di Sassari portati a casa da suo nonno, giusto un secolo fa, stimola ancora i suoi sensi. I ricordi invece vagano leggeri, come pezzi di una trama interrotta e ricucita più e più volte. Vittore Bocchetta ha 102 anni e un’inquietudine dentro che non si è mai placata. Accademico, scultore, pittore, scrittore, antifascista militante, internato dai nazisti, infine reduce. Soprattutto uomo, uomo libero. Tra le tante definizioni è proprio quest’ultima, quella che preferisce. «Aggiungiamo sardo, però, perché ancora mi sento soprattutto sardo». Una vita in fuga, all’inseguimento della libertà, perché chi è riuscito a uscire vivo da un campo di concentramento nazista, poi resta un reduce per sempre. «Sono nato nel 1918 a Sassari, in corso Vittorio Emanuele 10 – racconta dalla sua casa di Verona –. Mio padre era napoletano, lavorava al genio militare, mia madre era sassarese e di cognome faceva Masala. Una famiglia di notai. Della mia città natale ho pochi ricordi, ma nitidi: la cesta di fichi secchi che mio nonno portava a casa e dei quali io ero ghiotto. Vedo anche un magnifico presepe. E quel fiasco verde, che un giorno incautamente afferrai e dal quale iniziai a bere a grandi sorsate. Era vino e ho ancora l’immagine del pavimento e del soffitto che mi girano intorno. Avevo solo tre anni e con la mia prima sbornia mi condannai a una vita da astemio».

Accento sardo. Lucidissimo, un favoloso accento sardo che ancora si fa largo tra le sue parole, quasi ottant’anni dopo avere lasciato l’isola, Bocchetta riavvolge ancora una volta il filo. «Ci trasferimmo a Bologna, poi a Verona. Mio padre morì che avevo 16 anni e con mia madre tornammo in Sardegna, ma a Cagliari. Abitavamo in piazza Martiri d’Italia e là ci sono ancora dei miei parenti». Poi la laurea in Lettere e filosofia a Firenze, quando già da diversi anni era attivissimo a Verona in alcune formazioni antifasciste. È il 1944, l’Italia è divisa in due e nel “curriculum” di Vittore Bocchetta, oltre ad alcuni arresti per la sua attività contro il regime, c’è anche un ruolo attivo nella fuga di diverse centinaia di militari italiani tenuti prigionieri dai nazisti in una caserma veronese.

Su un carro bestiame. Alla fine della guerra mancano ancora molti mesi e il 1944 è anche l’anno in cui viene deportato in Germania in un carro bestiame, insieme ad altri 432 prigionieri. La destinazione è il campo di concentramento di Flossenbürg, dove riceverà il triangolo rosso e il numero 21631. Gli orrori, le sevizie, le privazioni e la fatica per le giornate trascorse ai lavori forzati sono ricordi che prendono forma nella mente ma non è possibile tradurli fedelmente in parole. «Ricordo molto bene la fame – dice Bocchetta –, tutto o quasi si riduce a questo continuo e ossessivo desiderio di soddisfare questo bisogno primario. Là dentro si viveva nella speranza della liberazione, ma in un campo di concentramento la vera liberazione è la morte».

Marcia della morte. Quando le truppe americane iniziano ad avanzare, il campo viene evacuato e i prigionieri vengono costretti a marciare verso sud. Durante uno dei trasferimenti Bocchetta riesce a scappare. «Ho parlato della marcia della morte in uno dei miei libri – racconta –. Sono stato in fuga a piedi attraverso la Germania, volevo vivere, volevo lasciarmi alle spalle tutto quell’orrore. Ma non sapevo che quella non sarebbe stata la mia ultima fuga».

In Sudamerica. Al rientro in Italia, scopre presto che la sua posizione di antifascista militante ma non allineato non verrà tollerata, anzi. «Mi sono trovato completamente solo e isolato. E ho scoperto che molti di quelli che avevo combattuto e che pensavo di avere vinto c’erano. C’erano sempre».Amaramente, Vittore Bocchetta decide di lasciare l’Italia, dalla quale mancherà per quasi quarant’anni. Tra il 1949 e il 1958 si trasferisce in Sudamerica, dove i regimi non sono certo più amichevoli ma dove, se non altro, inizia a dare libero sfogo al suo talento per l’arte. Privato dei titoli accademici, trova infatti impiego in una fabbrica di ceramica a Buenos Aires e mette immediatamente a frutto questa esperienza, diventando uno scultore quotato. Ma la fuga dall’Argentina prima, e dal Venezuela poi, sempre a causa del clima politico, lo costringono ancora una volta a partire da zero.

Gli Stati Uniti. «Sono arrivato a Chicago nel 1958, senza sapere una parola d’inglese. Ma mi sono adattato subito». Per sbarcare il lunario si mette a insegnare lo spagnolo, poi le sue opere iniziano a venire apprezzate e richieste. Il ruolo di presidente dell’Istituto italiano di cultura di Chicago, le tantissime mostre personali e l’impegno nella realizzazione dei dizionari di italiano-inglese e latino-inglese, sono soltanto alcune delle attività svolte durante la lunga permanenza negli Stati Uniti. Che si chiude a fine anni Ottanta, con il ritorno a Verona, dove continuerà con successo nell’attività di artista e dove contemporaneamente intensificherà l’impegno nella difesa della memoria della Resistenza: libri, conferenze, incontri nelle scuole e installazioni artistiche legate a quel periodo tragico gli varranno una lunga lista di onorificenze, tra le quali la nomina come presidente onorario della Federazione italiana delle associazioni partigiane.

Nessuna nostalgia. Ma oggi quando si volta indietro Vittore Bocchetta si sente quasi schiacciato dal disincanto nei confronti della vita e dalla totale assenza di nostalgia. E a 102 anni sembra ancora una volta impegnato in una fuga, forse l’ultima, da se stesso. «A volte mi chiedono quante vite ho vissuto, o se mi sarei mai aspettato di vivere così a lungo. La verità è che sono stato condannato a vivere, e ne ho davvero le scatole piene. Dopo tante avventure io pensavo di morire molto prima, ero già vecchio a 60 anni. E invece sono ancora qui. Sono stato un Ghibellin fuggiasco, ho trascorso tutta la vita in fuga, è stato tutto un correre dietro una meta nuova dove potermi rinnovare. E volete sapere cosa ho trovato? Ho trovato merda in tutto il mondo, sempre. La memoria è importante, dentro ci sono dei valori ed è l’unica cosa che non possono portarmi via. Bisogna ricordare ciò che è stato, perché anche le cose più oscure possono sempre tornare».

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