John Lennon e Yoko Ono L’ultima grande intervista
“All We Are Saying” di David Sheff, resoconto di tre settimane di incontri Aneddoti e avventure della coppia pubblicati due giorni prima dell’omicidio
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Allontanato da Yoko Ono, che sente di voler riprendersi una propria dimensione personale e artistica dopo esser stata per anni condannata al ruolo di “moglie di”, John Lennon è a Los Angeles. Vorrebbe ritrovare sé stesso, ma l’unica cosa che riesce a fare è bere.
Ha sempre bevuto molto, fin dai quindici anni, dichiara, ma questa volta, sconvolto dalla separazione, sembra a un passo dall’«annegare nell’alcol», incapace com’è di contenere quello che appare come un tentativo di auto-annientamento. Di certo non lo aiuta l’assidua frequentazione dei «più incalliti bevitori del giro musicale, cioè Harry Nilsson, Bobby Keyes, Keith Moon eccetera». «Sì, una follia totale. Un week end che è durato diciotto mesi», riassume. Una sera, nel bagno degli uomini di un locale, Lennon trova un assorbente «nuovo nuovo» e se lo mette sulla fronte: l’assorbente gli resta appiccicato lì, e lì lui lo tiene fin quando, tornato dagli amici che ridono della stramba situazione, l’oggetto non si stacca e cade. Qualcuno riporta l’accaduto all’esterno: la stampa ci ricama su, e vien fuori che Lennon sarebbe uscito dal bagno con, attaccato in fronte, un Tampax imbevuto di sangue. «John aveva un assorbente in testa, e allora? Sai che roba», commenta la Ono. La quale Ono, da par suo, riaccolto il marito nel 1975, decide di dedicarsi agli affari del duo (incontrando, sottolinea, enormi resistenze in un mondo tutto al maschile): le capita così di far vendere all’asta un bene comune della coppia per una cifra notevole ancora oggi, figurarsi all’epoca.
La particolarità sta, più che nella gran quantità di danaro intascato, duecentocinquantamila dollari, nel “bene comune” che permette di intascarlo: una mucca. Sono due degli episodi più insoliti e divertenti che John Lennon e Yoko Ono raccontano in “All We Are Saying” (Einaudi, 306 pagine, 19 euro, traduzione di Nico Perre), volume frutto delle tre settimane di incontri e colloqui fitti con il giornalista David Sheff nella parte conclusiva del 1980. Appena prima cioè che l’ex Beatles venisse ucciso da Mark David Chapman davanti all’ingresso del Dakota, l’edificio in cui abitava con la Ono e loro figlio Sean. Ecco perché quella di Sheff qui raccolta, che altrimenti sarebbe stata “solo” una torrenziale, bella intervista commissionata da Playboy, è passata alla storia come “l’ultima grande intervista”. In cui, al di là degli aneddoti curiosi, immancabili considerate le due personalità sottoposte al botta e risposta, Sheff sollecita Lennon e la Ono su un gran numero di temi interessanti, e non di rado anche “ingombranti”. I Beatles in primo luogo, certo, e il contributo – vero, presunto, più o meno grande, più o meno decisivo – che al loro scioglimento avrebbe dato la Ono; poi, ad esempio, il rapporto di Lennon con i soldi (le sue parole in merito sembrano più contradditorie che altrove), con la paternità (il musicista inglese parlava di Sean come del suo “primo figlio”, ma era già genitore del diciasettenne Julian), con le droghe.
Imperdibile per i più appassionati l’estesa sezione in cui Sheff sollecita Lennon sulla discografia del suo ex gruppo, impegnandolo in un’analisi praticamente canzone per canzone. Poi, l’amaro finale: «Il 7 dicembre Yoko mi chiamò per dire che l’intervista, uscita in edicola il giorno precedente, le era piaciuta molto. Disse che era piaciuta anche a John e che era contento. Il giorno successivo, l’8 dicembre, John non c’era più».
Ha sempre bevuto molto, fin dai quindici anni, dichiara, ma questa volta, sconvolto dalla separazione, sembra a un passo dall’«annegare nell’alcol», incapace com’è di contenere quello che appare come un tentativo di auto-annientamento. Di certo non lo aiuta l’assidua frequentazione dei «più incalliti bevitori del giro musicale, cioè Harry Nilsson, Bobby Keyes, Keith Moon eccetera». «Sì, una follia totale. Un week end che è durato diciotto mesi», riassume. Una sera, nel bagno degli uomini di un locale, Lennon trova un assorbente «nuovo nuovo» e se lo mette sulla fronte: l’assorbente gli resta appiccicato lì, e lì lui lo tiene fin quando, tornato dagli amici che ridono della stramba situazione, l’oggetto non si stacca e cade. Qualcuno riporta l’accaduto all’esterno: la stampa ci ricama su, e vien fuori che Lennon sarebbe uscito dal bagno con, attaccato in fronte, un Tampax imbevuto di sangue. «John aveva un assorbente in testa, e allora? Sai che roba», commenta la Ono. La quale Ono, da par suo, riaccolto il marito nel 1975, decide di dedicarsi agli affari del duo (incontrando, sottolinea, enormi resistenze in un mondo tutto al maschile): le capita così di far vendere all’asta un bene comune della coppia per una cifra notevole ancora oggi, figurarsi all’epoca.
La particolarità sta, più che nella gran quantità di danaro intascato, duecentocinquantamila dollari, nel “bene comune” che permette di intascarlo: una mucca. Sono due degli episodi più insoliti e divertenti che John Lennon e Yoko Ono raccontano in “All We Are Saying” (Einaudi, 306 pagine, 19 euro, traduzione di Nico Perre), volume frutto delle tre settimane di incontri e colloqui fitti con il giornalista David Sheff nella parte conclusiva del 1980. Appena prima cioè che l’ex Beatles venisse ucciso da Mark David Chapman davanti all’ingresso del Dakota, l’edificio in cui abitava con la Ono e loro figlio Sean. Ecco perché quella di Sheff qui raccolta, che altrimenti sarebbe stata “solo” una torrenziale, bella intervista commissionata da Playboy, è passata alla storia come “l’ultima grande intervista”. In cui, al di là degli aneddoti curiosi, immancabili considerate le due personalità sottoposte al botta e risposta, Sheff sollecita Lennon e la Ono su un gran numero di temi interessanti, e non di rado anche “ingombranti”. I Beatles in primo luogo, certo, e il contributo – vero, presunto, più o meno grande, più o meno decisivo – che al loro scioglimento avrebbe dato la Ono; poi, ad esempio, il rapporto di Lennon con i soldi (le sue parole in merito sembrano più contradditorie che altrove), con la paternità (il musicista inglese parlava di Sean come del suo “primo figlio”, ma era già genitore del diciasettenne Julian), con le droghe.
Imperdibile per i più appassionati l’estesa sezione in cui Sheff sollecita Lennon sulla discografia del suo ex gruppo, impegnandolo in un’analisi praticamente canzone per canzone. Poi, l’amaro finale: «Il 7 dicembre Yoko mi chiamò per dire che l’intervista, uscita in edicola il giorno precedente, le era piaciuta molto. Disse che era piaciuta anche a John e che era contento. Il giorno successivo, l’8 dicembre, John non c’era più».
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