Il piacere della lettura ritorna con “L’ottava vita”

In un grande e classico romanzo storico ora ripubblicato da Marsilio Nino Haratischwili racconta la storia di una famiglia tra Georgia e Russia

Un romanzo storico di impianto tradizionale, e di una lunghezza che sarebbe parsa ragguardevole anche in passato, non può che destare immediata simpatia, oggi che tutto si velocizza, si riduce, si comprime. Per paradosso, il genere ritenuto a lungo più conservativo, in certi casi perfino reazionario, ha suo malgrado acquisito una valenza impensabile in precedenza, divenendo un simbolo di resistenza.

Ora: queste considerazioni, che valgono in astratto, niente varrebbero di fronte a un romanzo storico di impianto tradizionale e da centinaia di pagine se quel romanzo, sul piano artistico, fosse di scarsa o nulla qualità. “L’ottava vita. (Per Brilka)” di Nino Haratischwili (Marsilio, 1140 pagine, 24 euro, traduzione di Giovanna Agabio) riassume le caratteristiche cui si accenna ma lo fa offrendo una qualità tale che risulta anche difficile darne conto a parole, una qualità che lo rende inevitabile pietra di paragone per i romanzi contemporanei e per quelli a venire. Perché il lascito al lettore sarà questo, quando lo si sarà concluso: che quasi ogni altra opera letteraria, a confronto, rischierà di scolorire. Il “secolo rosso” della Georgia e di Mosca, il Novecento, è qui ripercorso attraverso le vicende di una famiglia, il cui capostipite Ketevan crea una ricetta irresistibile per qualsiasi palato ma che comporta conseguenze drammatiche per chiunque ne assaggi il frutto. La ricetta è l’eredità che si tramandano le figlie Stasia e Christine, la nipote Kitty, la pronipote Elene e le sue figlie Niza e Daria – le protagoniste – fino all’alba del nuovo millennio, quando con la discendente Brilka la maledizione, vera o presunta che sia, troverà (forse) modo per non nuocere più.

Impressiona la capacità nella costruzione di un’opera tanto monumentale, con la conclusione che si ricongiunge all’inizio rendendo il legame tra i due elementi indissolubile: proprio come se i due elementi, la conclusione e l’inizio, percorressero il tracciato disegnato dal numero otto, di cui «si dice che equivalga all’eternità, al fiume che ritorna». E impressiona come l’architettura, che è strutturale e insieme concettuale, dia forma in profondità anche alla trama, ad esempio con i fantasmi delle persone amate che, ormai defunte, continuano ad assediare le giornate di Stasia. Quest’ultimo potrebbe sembrare un escamotage semplice, magari anche banale, ma niente è “semplice”, niente è semplicemente come si manifesta, in “L’ottava vita”: quei fantasmi sono infatti metafora dell’essenza di un Paese, la Georgia, e di un mondo, quello che ha ruotato intorno alla Russia prima e all’Unione Sovietica poi, in cui il passato non ha mai pacificamente ceduto il posto al presente, e men che meno al futuro. L’inizio (il passato), la conclusione (il futuro) e ciò che sta in mezzo (il presente) coesistono, e coincidono. Ancora, impressionano alcune scene, tra i principali snodi narrativi del libro: una volta lette, diventa impossibile liberarsi di una prima ambientata in una scuola, che racconta un fatto atroce ma in maniera letterariamente sublime, e di una seconda, che nella scoperta della vita tra due adolescenti contiene in sé – e il lettore non può far finta che non sia così: non conosce al momento gli sviluppi successivi, ma grazie al tocco della Haratischwili è come se già li conoscesse – i semi della tragedia. Un romanzo, “L’ottava vita”, che contribuisce a dare nuova linfa alla parola Letteratura.

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